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Toon Aerts in esclusiva: posso ancora crescere molto, che emozione correre nei circuiti che frequentavo da piccolo

Toon Aerts in esclusiva: posso ancora crescere molto, che emozione correre nei circuiti che frequentavo da piccolo
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Questa settimana su Cyclocross Inside siamo andati a scoprire uno degli interpreti più validi dell’attuale scuola belga, ovvero Toon Aerts. Il campione europeo di Pontchateau, titolo conquistato nell’autunno del 2016, ha fatto il punto della situazione dopo l’ultima annata, dichiarandosi fiducioso di poter crescere ancora e di limare qualcosa nei confronti di Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert. Il corridore della Telenet Fidea ci ha inoltre parlato sia della sua infanzia, trascorsa sui campi di gara della provincia di Anversa, che delle prospettive per il suo futuro, non solo a livello agonistico.

 

Ciao Toon e grazie per il tempo che ci hai concesso. Partiamo da un’analisi delle tue prestazioni di questo inverno. Che bilancio tracci della stagione da poco conclusasi?

“Sono piuttosto contento di quanto fatto nel corso dell’ultima stagione, dove nel complesso è andato tutto secondo i piani. Ho impostato la preparazione in modo da avere una partenza più tranquilla, per poi salire di colpi in vista del Koppenbergcross e dei campionati europei. Dopo questi due importanti appuntamenti sono poi riuscito a mantenermi ad alti livelli per tutto il resto dell’inverno. È vero che ho alzato le braccia al cielo soltanto a Niel, ma ho conquistato però un gran numero di podi. Sono stato coi primissimi in quasi tutte le gare, come testimoniato dai buoni piazzamenti ottenuti nelle classifiche generali dei principali circuiti a tappe. Ho accusato un po’ la stanchezza nelle prove successive al mondiale e per questo motivo mi sto concedendo ora un breve periodo di stacco”.

 

C’è qualche rimpianto per la medaglia di legno di Valkenburg o pensi che non si potesse fare meglio di così?

“Il mondiale ha sempre avuto un significato speciale per me e alla vigilia ero davvero emozionato, anche perché si trattava della mia prima esperienza da elite. La tensione mi ha probabilmente giocato un brutto tiro allo sparo del via, visto che la mia partenza è stata tutt’altro che brillante. È stato però l’unico errore che ho da imputarmi in quella giornata. Già al termine del primo giro avevo infatti ritrovato il giusto ritmo e la giusta concentrazione, iniziando una bella rimonta. Mi sentivo molto bene e soltanto le forature, per la precisione due, mi hanno impedito di avvicinarmi ulteriormente ai corridori davanti a me. Quando ho riagganciato Van der Poel ho capito che il bronzo era pienamente alla portata e ho quindi chiesto un ultimo sforzo alle mie gambe. Purtroppo mi sono trovato di fronte un grande campione e nella tornata conclusiva c’è stato ben poco da fare”.

 

Negli ultimi mesi credi di esserti avvicinato al livello di Van der Poel e Van Aert o ritieni che il gap tra di voi sia addirittura aumentato?

“Devo ammettere che Mathieu e Wout sono davvero di un altro pianeta. Nelle mie migliori giornate ho tuttavia dimostrato di poter battagliare con loro quasi ad armi pari, come accaduto a Gavere, a Bogense e sul Koppenberg. Queste prestazioni mi danno grande fiducia per le prossime stagioni. Darò tutto per colmare il divario e per vincere ancor più gare. Nell’ultimo anno sono migliorato sotto tanti aspetti, ma sento di avere ancora del potenziale inespresso. Spero quindi che si siano i margini per alzare ulteriormente l’asticella e per dare fastidio anche ai due interpreti di spicco del ciclocross interazionale”.

 

Far parte della stessa generazione di questi due fenomeni è più uno stimolo od un limite per la tua carriera?

“Sicuramente senza di loro avrei raccolto ben altri risultati nei miei primi anni di attività tra gli elite. La presenza di questi due fuoriclasse a mio avviso dà ancor più valore e spessore ai pur sporadici trionfi del resto dei rivali. Il titolo europeo che ho strappato ad entrambi del 2016 ad esempio è stata un’impresa dal sapore unico, destinata a rimanere a lungo anche nella mente degli appassionati”.

 

Quali tipologie di percorsi e di terreni preferisci?

“Per esprimermi al meglio ho bisogno di tracciati tosti, con il fango e con una buona dose di saliscendi. Il contesto di gara che più mi rappresenta infatti è quello di Gavere, poiché è caratterizzato non solo da una serie di strappi, ma anche da un fondo spesso pesante e scivoloso. Mi piacciono molto inoltre i circuiti del Koppenbergcross, di Valkenburg, di Ronse e di Baal, tutte prove nelle quali posso competere tranquillamente per la vittoria. In sintesi mi trovo a mio agio quando la velocità media è piuttosto bassa”.

 

In quali credi invece di dover ancora migliorare?

“Faccio più fatica sui tracciati pianeggianti e scorrevoli. Nel corso dell’estate infatti ho in programma di lavorare parecchio su questo fronte, concentrandomi al tempo stesso anche sui fondi sabbiosi. La mia tecnica sulla sabbia infatti è tutt’altro che perfetta e ad oggi non mi consente di avere grandi garanzie su terreni di questo tipo. Di recente ho fatto dei passi in avanti in tal senso, ma senza dubbio ho bisogno di crescere ancora prima di definirmi un crossista a tutti gli effetti completo”.

 

Cosa ami in particolare del mondo del ciclocross e cosa significa per te gareggiare ai massimi livelli nella patria di questa disciplina?

“Noi corridori belgi abbiamo la fortuna di poter disputare la maggior parte delle gare di fronte a familiari ed amici. Avere il loro sostegno ogni weekend ti dà quella voglia in più di fare bene, oltreché una certa tranquillità. Sono cresciuto su tracciati come quelli di Loenhout, Oostmalle, Lille ed Hoogstraten, tutte località molto vicine a casa mia. È incredibile pensare che adesso sono diventato un atleta elite, protagonista in quegli stessi circuiti dove da bambino ammiravo le sfide tra i miei campioni preferiti. Ora sono io a rappresentare un esempio per tanti miei concittadini, soprattutto per quei ragazzi che sognano di seguire le mie orme. È un vero orgoglio vederli girare in bici nei boschi o nei prati della mia zona, con lo stesso spirito che avevo io alla loro età”.

 

Qual è il tuo sogno nel cassetto per il più o meno prossimo futuro?

“Sarebbe fantastico per me voltarsi indietro tra 10 anni e vedere di aver costruito una carriera solida e duratura. Vorrei tuttavia essere ricordato non solo come uno sportivo che ha ottenuto dei buoni risultati, ma anche come un esempio per tutti coloro che, pur non avendo alle spalle una famiglia radicata nel ciclismo, desiderano sfondare in questo stupendo mondo. Sono convinto infatti che chiunque possa fare strada, specie quando si hanno passione ed equilibrio. Troppo spesso capita di imbattermi però in ragazzi che vengono spremuti troppo per la loro età, oppure in professionisti che tendono a sedersi e a fare pochi sacrifici. Magari in futuro potrei mettere la mia esperienza e la mia storia personale al servizio dei più giovani, per trasmettergli un approccio il più possibile corretto alla disciplina”.





12/03/2018

Marco Bea


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