Faccia a faccia
Faccia a faccia. Emanuela Sartorio: caffè, biciclette e tanto altro

Faccia a faccia. Emanuela Sartorio: caffè, biciclette e tanto altro
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Il numero odierno di "Faccia a faccia" introduce in questa rubrica una nuova modalità di raccontare il ciclismo. Una modalità di cui lo scorso anno non vi avevamo parlato. L'ospite odierno proverà, infatti, a descrivervi il racconto del ciclismo attraverso un blog. Emanuela Sartorio, nativa di Luino, ventotto anni compiuti il 23 novembre, ha fondato e gestisce "Caffè e Biciclette": una realtà dalle mille forme in cui il racconto del ciclismo si intreccia alla narrazione degli interessi che da sempre caratterizzano la giovane narratrice. Gli articoli di Emanuela spaziano dalla musica alla letteratura; l'attenzione resta però focalizzata sul dato di colore. Su ciò che si sente. Per questo, narrando il ciclismo, Emanuela Sartorio cerca di essere il più possibile presente alle gare. Spesso la si incontra mentre, con una macchina fotografica al collo, corre sul rettilineo d'arrivo per immortalare momenti che andranno ad arricchire, in formato fotografico, i suoi pezzi. Non solo colore, però. Sartorio si occupa di cronaca per LuinoNotizie e collabora con VareseNews e Suiveur-Oltre la corsa in veste di fotografa. 

Emanuela partiamo dall'idea di creare un blog, partiamo dall'idea di creare "Caffè e Biciclette". Raccontaci. 

Il blog nasce nel 2016 ma devo confessare che l'idea mi balenava in testa da diverso tempo. Sapevo che prima o poi si sarebbe concretizzata perché era una di quelle idee fisse, di quelle che non ti lasciano anche se tu, in certi istanti, sembri quasi abbandonarle. Quell'anno seguii la Tre Valli Varesine, la gara di casa per me che sono nativa di Luino, e sospinta da tutti i pensieri che mi si affollano in testa dopo le gare decisi che il blog si sarebbe effettivamente aperto. Di più: decisi che il primo racconto sarebbe proprio stato dedicato a quella gara. Chi segue "Caffè e Biciclette" sa bene che non parlo solo di ciclismo, anche se le due ruote restano una parte fondante.  Scrivo di musica, di libri, di cucina, racconto stagioni e paesaggi. Suggestioni. Questo perché "Caffè e Biciclette" non è solo ciò che si vede oggi. Il blog è, in realtà, un progetto di futuro. Un domani sogno di aprire un locale, stile "Sartoria ciclistica" di Como per intenderci, dove, sotto l'innocente aspetto di un bar, si racchiudano tante storie. Storie di biciclette, di musica e letteratura. Un luogo di incontro per seguire le corse, per scambiarsi opinioni, emozionarsi e appassionarsi. Un bar che all'interno faccia vivere, attraverso la scelta dell'arredamento, parte di quelle sensazioni che solo chi è stato, almeno una volta, ad una gara può riconoscere. 

Quali sono le fonti di ispirazione principali nel progetto "Caffè e Biciclette"? 

Ho sempre seguito diversi blog: mi piace raccontare ma anche sentire raccontare. Mentirei, però, se non dicessi che la fonte di ispirazione principale è stata una: E mi alzo sui pedali, il blog di Miriam Terruzzi. Io credo fortemente sia quello il modo giusto di raccontare il ciclismo. Miriam racconta ciclismo in un modo diverso da quello usuale. Una metodologia di racconto che secondo me fa solo bene. Al ciclismo come a chi legge. Quel blog lo scoprii per caso, navigando in rete. Ad oggi resta la mia stella polare quando si parla di narrazione di questo sport. Per il bar, invece, i modelli spaziano dalla Sartoria ciclistica di Como, alla Fabbrica di Girona piuttosto che a diversi negozi in Belgio. Mi colpisce l'attenzione ai dettagli che richiamano la bicicletta, la scelta di cibi particolari, di gadget particolari, la tipologia delle strutture e dei progetti associati. La "Sartoria ciclistica", per dire, ha dato vita ad una squadra amatoriale: un'idea che merita spazio. 

Quale sarebbe la sede prescelta per il bar?

La mia città, Luino. Lo immagino già. In un luogo specifico: sul lungolago, proprio dove oggi c'è un ristorante. Accanto la passeggiata pedonale e ciclabile. Vorrei avesse molte vetrate per vedere la natura. All'interno un arredamento, abbastanza crudo, in legno e rame; un'alternativa di colori neutri. A prevalere le diverse sfumature del marrone. Mi piacerebbe le persone associassero una sensazione di accoglienza al bar. Un luogo per sentirsi a casa, per vivere la lentezza, per prendersi il proprio tempo e restare. Semplicemente restare. Anche solo a leggere un libro. La vita ci costringe sempre a correre. La velocità può essere bella in bicicletta. Nella vita quotidiana un poco di lentezza serve: respirare davanti a un panorama. Dovremmo segnarcelo in agenda fra gli impegni. 

Veniamo ai due termini del titolo: Caffè e Biciclette. Come nasce il loro accostamento? 

Caffè vuole significare bar. È molto bello che il termine bar si accosti al termine caffè: fa molto casa. La prima abitudine del mattino è il caffè, spesso. La scusa per fare una chiacchierata è il caffè. Quei chicchi profumati racchiudono molti significati: tutto ciò che si dice e non si dice. Per la bicicletta il discorso è molto più complesso. C'è tutto un mondo dietro. Credo che una parte di tutta questa storia sia racchiusa nel logo da me disegnato: la bicicletta con la tazzina di caffè sulla sella. Un accostamento per abbinare velocità e lentezza. Per ricordare lo stare insieme e l'accoglienza. Per parlare di storie e sensazioni. 

Parliamo del tuo rapporto con la bicicletta. 

Devo ammettere che è stato qualcosa di latente per molti anni. Ho uno zio appassionato di ciclismo: il profumo di quel mondo è sempre entrato nella nostra casa. All'inizio non me ne accorgevo, forse, ma non ero indifferente. Sentivo un qualcosa di molto preciso quando mi passava una corsa davanti. Sentivo la stessa  cosa che sento oggi quando vedo una corsa, quando scrivo. Un flusso che risveglia e tranquillizza. Una scia, un suono, un rumore. Troppe cose. Precise ma difficilmente descrivibili. Devi sentirle. Le prime gare le seguivo così, non capivo praticamente nulla del meccanismo interno della corsa. La vera scintilla è scoppiata nell'anno in cui Contador ha vinto il Giro. Da lì ho iniziato a seguire diverse gare con la mia migliore amica: più le seguivo, più capivo. Più capivo e più mi appassionavo e quindi sentivo. Il tutto è stato molto naturale. 

Cosa ti viene in mente se ripensi al primo pezzo? Quel racconto della Tre Valli Varesine 2016. 

A sangue freddo penso che dovrei riscriverlo. Sai, col passare del tempo maturiamo, cambiamo, diventiamo più forti o più fragili. Solo ciò che abbiamo scritto ieri, oggi potrebbe sembrarci non all'altezza. Il ciclismo non ha cambiato solo il mio modo di scrivere. Ha cambiato anche il mio modo di vivere. Il fatto di dover raccontare ciò che stai vivendo ti costringe ad "esserci dentro" ancora di più. Io vivo già caratterialmente questo desiderio di immergermi nelle cose. Il ciclismo lo ha acutizzato. 

Quali sono i dettagli che ti colpiscono maggiormente ad una gara? Quelli che ti fanno sentire di più. 

Non scelgo momenti precisi. Almeno non a priori. La penna cade dove si posa l'occhio ed il mio desiderio di comprensione. Provo a raccontare questo. Alcune volte provo una sensazione talmente forte che sento il bisogno di scrivere subito; altre volte, invece, avverto proprio la necessità di lasciar sedimentare ciò che ho provato. Di rielaborarlo per poi raccontarlo al meglio. La scrittura non te la imponi, la scrittura arriva. Magari litighi più volte con il pezzo ma alla fine, se hai sentito qualcosa scrivendo, anche chi leggerà sentirà qualcosa. Uguale, diverso, non importa. Non resterà indifferente.

Cosa provi quando stai raccontando una gara che hai vissuto da poco? 

Un misto di sensazioni. C'è la contentezza per il momento che hai vissuto ma anche una punta di tristezza perché quel tempo è trascorso. Una tristezza agrodolce. Malinconia. Sai, io cerco sempre di raccontare gare che ho vissuto. Credo sia importante essere sul posto, credo renda il racconto più vero. La presenza diventa parte di quel discorso sulle sensazioni e le emozioni. Inoltre essendo presente posso anche abbinare materiale fotografico personale, diversamente ricorro a foto di altri citando le fonti. 

Il pezzo a cui sei più legata? 

Non ho dubbi. Il racconto del mondiale di Innsbruck 2018.

Raccontaci quel pezzo.

Sono stati giorni speciali. Giorni intensi. Non ero accreditata: ho vissuto la gara fra il pubblico e mi sono resa conto, una volta di più, di quanto questo sia speciale. In quel pezzo si raccontano quei giorni nella loro quotidianità, i piccoli gesti che li hanno arricchiti, la felicità di esserci stata. 

Se quei giorni fossero una canzone? 

Over the rainbow ovvero Valverde in maglia iridata. 

Se fossero un profumo? 

Il profumo del sapone che esce dalla doccia. 

Un colore? 

Tanti colori. In particolare il rosso per la sua capacità di saltare agli occhi dell'osservatore.

Una parola? 

Sarà banale ma la prima parola a cui penso è "amore".

Declinaci il concetto di amore collegandolo alla scrittura e al ciclismo.

Amore nel racconto significa trasmissione. Far sentire la passione che c'è: in chi lo pratica, in chi lo vive a bordo strada, in chi lo vive lavorando come giornalista, come meccanico o come fotografo. Non essere freddi, insomma. 

La gente del ciclismo: vuoi raccontarci qualcosa in più? 

Io mi ritengo fortunata. Sono entrata a far parte di un mondo di persone che pongono la gentilezza in primo piano. Colleghi che diventano amici e persone speciali che riservano spesso qualche sorpresa. Penso agli atleti in particolar modo: un saluto c'è sempre. Siamo tanti, è difficile conoscere tutti ma loro un sorriso e un saluto non li negano nemmeno a chi non conoscono. Non è per nulla scontato. Mi rende felice. Ma non perché mi saluta un idolo ma perché vedo una persona educata. Le persone educate dovrebbero renderci felici. 

C'è qualche lato negativo? 

Sicuramente. I lati negativi sono i soliti. Qualche collega maleducato si trova sempre. Qualcuno che si sente arrivato si trova sempre. Non dovremmo mai sentirci arrivati. Per vari motivi tra cui il fatto che il nostro è un lavoro che non consente mai di arrivare. Per quanto tu abbia fatto bene puoi sempre fare meglio. Puoi crescere. 

Ti piacerebbe raccontare il ciclismo sotto altri aspetti? Penso alla cronaca per esempio. 

Certamente. Ho scritto e scrivo diversi articoli per giornali locali: sono pezzi di cronaca, quelli. Ovviamente la parte di colore resta la mia preferita ma credo si possa inserire qualche spunto di colore anche in un pezzo di cronaca. Dipende tutto da come si sceglie di lavorare, dall'aspetto che si vuole privilegiare. 

C'è un insegnamento particolare che ti ha lasciato il fatto di avere una realtà tutta tua per raccontare? 

Mi ha insegnato a metterci la faccia. Essendo timida ho sempre faticato molto a espormi. Il blog mi consente di espormi, di raccontarmi: in un certo senso mi obbliga a farlo. In una realtà virtuale il fatto di metterci la faccia è ancora relativo; per questo spero molto nella possibilità di aprire quel bar. In generale il ciclismo allevia la timidezza. Credo di poterlo dire con certezza: alle gare ad unire tutti c'è la passione. Il resto conta poco. Puoi essere un addetto ai lavori o un tifoso: di base tu sei lì perché ami quello sport. C'è un senso di condivisione, di fratellanza nel ciclismo. Non dico che in altri sport non ci sia. Nel ciclismo mi sembra più accentuato; forse perché non si è impegnati a tifare per una parte specifica, si tifa per tutti, e quindi si ha il tempo di chiacchierare con chi ti è accanto e di scoprire pezzi di vita che non conoscevi. 

Ci sono gare che non hai vissuto di persona ma che ti piacerebbe vivere per poi raccontare con l'intensità che solo la presenza riesce ad assicurarti? 

Fiandre e Roubaix. Le ho già raccontate, da casa. Non è lo stesso, però. Mi accendono la fantasia seguite dal divano di casa, chissà cosa sentirei calpestando quelle strade. Mi vengono i brividi. Un'altra gara che vivo in maniera particolarmente forte è la Strade Bianche. 

E tra le gare che hai vissuto di persona quale è quella a cui sei più legata? 

La Tre Valli Varesine. In uno degli ultimi pezzi lo ho scritto: è una corsa con cui ci guardiamo allo specchio. Lei mi conosce, io la conosco. Mi somiglia. Mi ricorda le mie partenze lente al mattino, il correre durante la giornata, i miei paesaggi e le mie paure. Vorrei tornasse a partire da Luino, da casa. In una delle ultime Tre Valli partite da Luino c'era Michele Scarponi: quel ricordo è speciale. Sopra ogni cosa. Almeno vorrei tornasse a passarci. L'arrivo a Varese è la concretizzazione di questo sentirsi a casa: vivo l'orgoglio di essere a casa mia, vivo l'orgoglio di sapere che il gruppo è a casa mia. Varese è una città dai mille volti; per quanto puoi conoscerla ci sarà sempre qualcosa da scoprire. Una città misteriosa, se vogliamo. 

Hai parlato di Michele Scarponi. Vuoi citare altri nomi di atleti che hanno lasciato un segno in ciò che fai? 

Credo la cosa più bella sia la possibilità di citare campioni e gregari. Posso dirti Vincenzo Nibali, Peter Sagan, Alejandro Valverde, Alberto Contador ma allo stesso tempo potrei citare decine di gregari che magari lottano per non arrivare fuori tempo massimo. È il loro modo di essere a lasciare il segno. Le loro qualità umane. Quelle che non hanno mai dimenticato pur praticando uno sport di vertice ed essendo riconosciuti da tutti. Per questo il ciclismo mi fa sempre sentire a casa. Mi svolta la giornata. 

Cosa puoi dirci del pubblico del ciclismo? 

È una famiglia. A me piacciono in particolare i bambini. Spero sempre che qualcuno, un domani, possa ricordarsi di quella volta in cui i genitori, i nonni o gli zii lo hanno portato ad una gara. Come è successo a me. Io spesso mi rimprovero di non averlo scoperto prima. Forse, lo avessi scoperto prima lo avrei praticato. Andare in bici mi ha sempre offerto una sensazione di leggerezza. Mi auguro che tanti possano vivere in pieno questa passione. 

Ci sono addetti ai lavori che ti hanno lasciato qualcosa di particolare all'interno di questo mondo? 

Tante. Alcune in positivo, altre in negativo. Se pensiamo che io mi sono avvicinata al ciclismo perché lo seguiva la mia migliore amica credo si capisca quanta consonanza umana possa esserci fra persone che seguono uno stesso sport. Si ritrovano persone che ti somigliano. Magari, come nel caso di Miriam Terruzzi, accade che tu lo scopra leggendo un racconto di ciclismo. In fondo, però, se vivi allo stesso modo uno sport è probabile tu viva in maniera simile anche altre situazioni di vita. Le anime simili sono simili, punto. Del negativo non voglio parlare. Diciamo che osservando i comportamenti di alcune persone ho capito come non vorrei essere. Ma questo vale in ogni campo dell'esistenza. 

Il blog non si occupa solo di ciclismo. C'è un filo conduttore che unisce i vari racconti? 

L'idea di genuinità. Di purezza. Essere se stessi ed essere "leggeri". È una bella cosa la leggerezza se interpretata correttamente. Raccontarsi. Questo consente di condividere, di sentirsi simili. Quanta speranza può regalarci il fatto che una persona senta ciò che noi sentiamo? Quanto sollievo può esserci nello scoprire persone che cercano la bellezza? Pensa che bello poter vivere tutto questo di persona in un luogo fisico come un bar. 

Il blog racconta anche libri. Nel tuo bar vorresti anche la presenza di libri. Ce ne elenchi due, a tema ciclismo e non, che non potrebbero mai mancare sugli scaffali di "Caffè e Biciclette"? 

Il primo di cui ti parlo più che un libro possiamo qualificarlo come saga. Mi riferisco a Harry Potter. Mi ha sempre attirato. Non tanto perché mi piaccia il mondo magico. Anzi. Mi piace tantissimo perché non è solo un libro per bambini o ragazzi. Secondo me sbaglia chi lo analizza in questo modo. Ad ogni rilettura si scoprono e si apprezzano aspetti nuovi. La Rowling in questo è stata davvero incredibile: ha previsto con largo anticipo molte dinamiche del mondo di oggi. Avvicinandoci al ciclismo invece gli esempi fioccano: ho la libreria piena. Alcuni li ho acquistati in librerie e bancarelle, alcuni me li hanno regalati, altri sono stati scritti da amiche. Penso a Giulia Scala Marchiano o ai libri di Miriam Terruzzi. L'ultimo in ordine di tempo è proprio di Miriam, si intitola "Come un rock". Racconta di questo ciclista e del suo amore per la Parigi-Roubaix. Lo ho divorato in due giorni. Da ciò che ho sentito non sono l'unica visto il successo di quel romanzo. Se dovessi scrivere un romanzo vorrei fosse così. 

Definiamo questo "vorrei fosse così". Come è a tuo avviso "Come un rock"? Miriam Terruzzi associa l'intensità ad ogni azione ed alla scrittura in particolare. 

È un libro che riesce a "tirar fuori". Vede le circostanze ma non si ferma, scava, va in profondità. Non giudica. Prova a sentire. Racconta i sentimenti delle persone sotto la luce dell'attenzione. Pensiamo al doping: l'istinto umano è quello di giudicare duramente l'atleta coinvolto nel singolo caso. Sia chiaro: l'atleta sbaglia e deve essere punito secondo la legge. Ma l'ambiente che lo circonda? Le persone che ha attorno? Nessuno si interessa di quelle? Nessuno cerca di capire i motivi dei gesti? Credo sia una riflessione da fare e quel libro cerca di accompagnare il lettore verso queste domande. 

Ti poni mai il problema del giudizio dei lettori? 

Sinceramente no. A me interessa essere sincera nel racconto. Voglio raccontare una cosa vera. Qualcosa che ho visto come vero, che ho sentito come vero. Non racconterei mai una cosa solo perché le persone la desiderano. I lettori sono importanti ma facendo così mi sentirei di tradire quel patto di sincerità. Io quando sono alle gare svuoto la mente, mi libero, sto bene. Le persone meritano il racconto di queste sensazioni. 

Le foto che compaiono nel blog sono scattate da te. Alla gare hai la tua macchina fotografica come fedele compagna. Cos'è quella macchina fotografica per un fotografo? Oltre ad un mezzo di lavoro. 

Un terzo braccio. Se potessi averla incorporata diciamo che ci farei un pensiero (sorride n.d.r.). Io ho sempre avuto la passione per la fotografia: la prima macchina fotografica la volli in regalo quando avevo solo nove anni. Prima c'erano i rullini quindi la vena creativa era comunque limitata alla quantità di foto che consentivano quei rullini. Quando successivamente ho avuto in mano una Reflex, seppur di livello base, ho iniziato a sperimentare. La macchina fotografica ti protegge: tu guardi nell'obiettivo e vedi il mondo. I soggetti della foto guardando l'obiettivo ti vedono. In un certo senso la fotografia si prende anche cura della timidezza.  Ho ancora tanto da imparare ma nel tempo credo di essere migliorata. Credo che l'attenzione alle foto sia qualcosa di imprescindibile per un pezzo giornalistico o di colore.

Spiegaci meglio. 

Alcune volte l'idea del pezzo mi viene osservando una foto che ho scattato. Altre volte ricordo una sensazione provata in un determinato istante, così vado a cercare se ho colto l'attimo scattando una fotografia. C'è un rapporto strettissimo tra articolo e foto per come voglio raccontare io il ciclismo. 

Hai modelli nel campo della fotografia? 

Stimo molto fotografi che con il loro lavoro provano a raccontare ciò che anche io vivo. Magari le sensazioni dietro lo scatto sono diverse ma la base c'è ed è quella. La scintilla è quella. Cito due nomi a cui sono molto legata: Russ Ellis e Kramon. Li osservo e cerco di imparare. Dalle cose più complesse a quelle, apparentemente, più semplici: per esempio la scelta del luogo in cui appostarsi per scattare. 

Facciamo un discorso analogo per la scrittura? 

Sinceramente no. Leggo molto, prosa e poesia, e, ovviamente, qualcosa mi resta e si riverbera nei pezzi. Però ciò che scrivo voglio sia solo frutto della mia testa. Ho il timore che possa sembrare copiato, forse. Non so. 

Il blog porta impressa una frase di Einstein: "La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti". Vuoi raccontarci queste parole? 

Certo. Io studio filosofia, sto per laurearmi in filosofia e la tesi sarà proprio incentrata sul ciclismo. Sono certa che la vita e il ciclismo si somiglino moltissimo. Nessuno può insegnarti veramente come vivere eppure tu continui a vivere. Perché? Perché insisti, perché ci credi, perché non molli. Proprio come da bambino quando impari ad andare in bicicletta. Cadi e ti rialzi di continuo ma ti rifiuti di lasciar perdere. Così tutti impariamo ad andare in bicicletta. 

Se dovessi scegliere un poeta per descrivere il ciclismo chi sceglieresti? 

Credo sceglierei Ungaretti o forse Keats.

C'è un cibo che associ al ciclismo? 

Sono sincera: spesso alle gare sono talmente appassionata che mi dimentico di mangiare (sorride n.d.r). Credo che il cibo che più si lega al ciclismo sia un semplice panino al salame. Così buono eppure così semplice. Spartano, se vogliamo. Mi ricollega molto all'idea della gita, come a scuola. Qualcosa che infonde tranquillità: ci si siede tranquillamente su un marciapiede e si mangia, magari guardando la gara. 

Se ti dico "strada" a cosa pensi? 

A quello che dovrebbe essere e purtroppo non è. La strada dovrebbe essere libertà. Luogo di incontro, di crescita, di conoscenza, di scambio. Oggi non lo è. Dovremmo riappropriarci delle nostre strade, cercando di tornare a viverle civilmente insieme. Senza fretta. Il mio auspicio è che in strada possano esserci sempre più biciclette, più pedoni e meno auto. Voglio continuare a crederci. Il fatto è che bisogna crederci tutti assieme per cambiare qualcosa. 

Hai vissuto tante gare: ci sono peculiarità specifiche di ogni gara? 

Certo. Quando si va al Giro d'Italia l'elemento caratterizzante è il rosa: le città si trasformano,  tutti festeggiano. È come se il mondo riscoprisse la bellezza del ciclismo lungo un viaggio di tre settimane. Per le classiche o comunque per le gare di un giorno è diverso ma accade anche lì qualcosa di tipico. Al Trofeo Binda, per esempio, al Gran Premio della Montagna di Orino c'è un signore che addobba il paesaggio attorno alla propria casa con una sfilza di bandiere delle varie nazioni. È molto bello. Qualcosa di tipico. In alcuni casi le gare si vivono in maniera diversa anche per le stagioni in cui sono collocate. Non tanto o non solo per un fatto meteo. In primavera c'è tutta una stagione da vivere, in autunno, quando ci si accorge che la stagione è conclusa, prende la malinconia. 

Hai seguito anche il ciclismo femminile. Impressioni? 

A me piace molto. È sicuramente un mondo molto diverso da quello del ciclismo maschile. Credo sia anche più naturale. Le corse maschili, in particolare quelle a tappe, sono ormai votate alla  precisione assoluta. Macchine quasi perfette in cui non si può sgarrare di un nulla. Credo, però, che le ragazze meriterebbero molto di più per tutto ciò che danno al loro sport. Credo sia un lavoro molto difficoltoso, un lavoro in cui non hai possibilità di riuscire se non dando l'anima. 

C'è un corridore che rimpiangi di non aver conosciuto? 

Marco Pantani. Ho letto talmente tanto, visto talmente tanto, sentito talmente tanto riguardo a lui da convincermi che avrebbe potuto darmi moltissimo. A livello umano. Credo sarebbero bastate poche sue parole. Di più: credo sarebbe bastato guardarlo negli occhi. Quegli occhi trasmettevano qualcosa di indescrivibile. Qualcosa che oggi ha i contorni delineati di un grande dolore.





24/11/2019

Stefano Zago


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