Faccia a faccia
Faccia a faccia. Twila Federica Muzzi: il lato emozionale della fotografia

Faccia a faccia. Twila Federica Muzzi: il lato emozionale della fotografia
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La redazione di Diretta Ciclismo inaugura oggi la seconda edizione della rubrica "Faccia a faccia": anche quest'anno vi offriremo con cadenza settimanale una rassegna di interviste a diversi rappresentanti delle maggiori professionalità nell'ambito del racconto ciclistico.

La prima tipologia di racconto presa in considerazione è quella che riconnette alle immagini sensazioni ed emozioni; la fotografia. Nei giorni scorsi abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Twila Federica Muzzi. Twila, a soli 24 anni, vanta svariate esperienze nel campo: partita dalle categorie giovanili, in breve tempo è giunta ad immortalare le imprese di campioni e gregari nelle più importanti gare internazionali. A partire dal 2019, inoltre, seguendo in veste di fotografa il team Valcar Cylance vive quotidianamente il ciclismo femminile di cui sta imparando a conoscere ogni sfaccettatura. La sua attenzione è rivolta al lato emozionale dello sport: ogni scatto suscita nell'osservatore la curiosità di scoprire la storia che vi si nasconde. Una carriera in costruzione all'insegna della passione, della conoscenza tecnica e della sensibilità. 

Twila, come in ogni storia, proviamo a partire dagli inizi. Come è nata la tua passione per la fotografia?

Per caso, essenzialmente. Mio papà ha sempre avuto diverse macchine fotografiche in casa: da piccina me le mostrava. Erano una Nikon D-80 e una Nikon D-90. Mi mostrava i dettagli delle macchine fotografiche, i suoi scatti e mi raccontava anche di diversi fotografi. Lui fotografava fiori, soprattutto. Quando avevo sedici anni, ricordo, che me le affidò: a me la foto di paesaggio piace molto ma proprio non ho l'occhio per scattarla, così iniziai a fotografare immortalando quello che allora era il mio ragazzo. Un ragazzo della provincia di Varese che correva in bici. Da allora di tempo ne è passato e oggi siamo qui. 

Che rapporto hai con le tue macchine fotografiche? Parlo di rapporto perché avendoti vista lavorare credo di questo si debba parlare. 

Un rapporto di cura. Sai, essendo giovane e agli inizi per me le macchine fotografiche sono un investimento importante. Il materiale non viene regalato. In certe condizioni meteo, in particolare, la nostra attenzione ricade soprattutto sulle macchine fotografiche. Ho molta più paura di bagnare loro che di prendermi qualche lavata io, per dirti. Quest'anno, per esempio, posso assicurare che di acqua ne abbiamo presa ma l'occhio appena il cielo si rabbuia cade lì. Sai, le nostre macchine fotografiche non sono impermeabili, almeno non del tutto, ed è bene evitare qualunque danno evitabile. In un certo senso il nostro rapporto con le macchine fotografiche somiglia al rapporto dei ciclisti con le biciclette.

Non sono passati moltissimi anni da quel regalo di papà ma la strada fatta è davvero tanta. Per esempio l'ingresso definitivo nel mondo del ciclismo come fotografa professionista. 

Ho sperimentato varie situazioni e lavorato in diversi campi. Quest'anno, per esempio, ho avuto l'opportunità di lavorare per Valcar Cylance, seguire tutto il calendario del team e lavorare anche nel dietro le quinte. È stato veramente uno spunto professionale e umano  importante stare a contatto con queste ragazze e vivere il ciclismo femminile dall'interno. Ho capito varie cose. Anche questo mi aiuta a crescere. Ho notato, credo sia importante sottolinearlo, il divario che ancora esiste tra ciclismo maschile e femminile. Lo sport è uno, la fatica pure ma le differenze risaltano. A livello di pubblico ma anche a livello di organizzazione che, a meno di parlare di gare molto importanti, va a calare. 

Ti ricordi la prima gara seguita come fotografa? 

A livello professionale possiamo dire che la prima sia stata il Giro d'Italia 2017. Ma la mia storia nel ciclismo nasce ben prima: ho iniziato nelle categorie allievi-junior, successivamente ho fatto il salto negli under23. Dopo qualche tempo mi sono resa conto di volere di più e ho tentato il salto nei professionisti. È andata bene. Ogni tanto ci penso e, sorridendo, mi dico che anche io ho fatto tutte le categorie che fanno i ragazzi e le ragazze che vado a fotografare. 

A livello professionale hai trovato differenze di spunti nei vari contesti? Penso a situazioni particolari che magari si verificano maggiormente in gare di alcune categorie piuttosto che in altre. 

Non ti saprei dire. Considera che io sono molto giovane ed ogni cosa è nuova per me. Forse anche per questo ho così tanta passione nel mio lavoro. A livello generale credo sia necessario considerare che il professionismo, oltre a essere uno sport in quanto tale, è anche uno show business, c'è tanta pubblicità attorno. Certe situazioni si creano solo lì. A me vengono in mente le salite: tutta la gente che festeggia, canta, balla o incita. A una gara di junior queste situazioni sono più rare rispetto al professionismo. Non perché sia meno bella la gara, intendiamoci, semplicemente perché è meno pubblicizzata e quindi meno conosciuta. 

Che sensazioni associ allo scattare fotografie? 

Faccio una premessa: io sono una tifosa. In primis sono una tifosa. Forse molti colleghi non condivideranno ma lo dico con fierezza. Nel lavoro bisogna anche divertirsi ed essere un poco tifosi rende tutto più eccitante, più divertente. Sono io la prima ad emozionarmi quando vedo un passaggio del gruppo, uno scatto o una volata. Pensiamoci. Noi siamo lì, in mezzo alla gente, alla festa, alla musica, con tutti i tifosi che applaudono e gli atleti che passano: è una fortuna. Poter fare tutto questo per lavoro è una fortuna di cui molti non si rendono conto. 

Che studi hai fatto? 

Dopo il Liceo mi sono iscritta a grafica. Può essere più o meno attinente al campo della fotografia. Sicuramente quando ho scelto di seguire il ciclismo ho separato le cose.

Hai modelli nel campo della fotografia? 

Più che nel campo della fotografia in generale, direi nel campo della fotografia di ciclismo. Facendo ciclismo ho sempre guardato molto chi c'è sul campo: giusto o sbagliato che sia, ho sempre fatto così. I miei fotografi preferiti sono tre e mi sono sempre ispirata a loro.  A uno di questi devo un ringraziamento speciale, ancora oggi: parlo di Jim Fryer. In questo momento non si occupa più di ciclismo ma resta un cardine per me. Inoltre apprezzo molto Russ Ellis, e Chris Auld. Tuttora, quando ho occasione, chiedo consigli a questi colossi del campo della fotografia; per prendere la strada giusta in questa professione con impegno e umiltà. 

Che effetto ti fa andare alle partenze e agli arrivi ed essere lì a fotografare accanto a questi giganti? 

Mi sento piccola piccola in confronto a loro. Posso ritenermi fortunata: li conosco e mi conoscono. Siamo amici, posso dirlo. È una cosa che mi rende felice: poterli affiancare è veramente tanto per me. Un privilegio. Non tutti si prestano. Io ho già fatto diverse gare ma non posso definirmi ancora un'esperta e vedere queste persone così disponibili nei miei confronti mi riempie di orgoglio. 

C'è un insegnamento importante che hai appreso stando in questo mondo? Un consiglio o una raccomandazione che cerchi di fare tua. 

Sono tante le cose, ricordarle tutte è difficile. Una cosa però la ricordo chiaramente: fatti le ossa, tira gomitate, insisti. Più volte mi hanno detto così. Per certi versi li ho ascoltati, per altri devo ancora imparare. Il tempo c'è. Anni fa devo ammettere che c'era qualcuno che non credeva in me o comunque se credeva in me non credeva nella possibilità che questo sport diventasse un lavoro. Io, però, sono una testa dura e se mi dici qualcosa a cui non credi farò di tutto per convincerti del contrario. Come si dice in questo sport: testa bassa e menare. Dove menare vuol dire lavorare duro. Io sono proprio così caratterialmente: all'inizio sto tranquilla in un angolo perché temo di invadere spazi o di disturbare ma una volta che conosco metto il meglio di me in tutto quello che faccio. 

Se ti dicessi che sei testarda? 

Diresti il vero. Anzi potresti anche dire che sono molto testarda. Anche qui non so se sia un bene o un male. È un fatto che mi riconoscono tutti. Se mi pongo un traguardo io voglio quello. Non mi fermo davanti a nulla: nemmeno i pareri di famiglia riescono a dissuadermi. Quello è e quello rimane. Parto in quarta verso lo striscione dell'arrivo. Posso dirlo? Provo un sottile gusto nel dimostrare agli altri che si sbagliano. 

Hai qualche rimpianto in questo campo? 

Al momento non me ne vengono in mente ma pensandoci bene credo che il mio carattere, la mia testardaggine, sia il miglior antidoto contro i rimpianti. L'anno scorso, per dire, avrei dovuto fare la Vuelta. Qualche giorno prima della partenza mi hanno comunicato che non si sarebbe più fatto nulla. Ci sono rimasta male, sicuramente. Ho smaltito la delusione e poi sai cosa ho fatto? Sono andata comunque alla Vuelta. Credo sia stata la decisione più giusta mai presa. Da lì è stato un continuo susseguirsi di richieste o comunque di conoscenze di persone che hanno fatto sì che io sia qui oggi. Bisogna essere sul campo. C'è poco da fare. Diversamente è tutto più complesso. 

Tra i diversi momenti di una gara, sei in grado di evidenziarmene uno che ti piace particolarmente fotografare? 

Per me sono sempre stati speciali gli scatti dopo l'arrivo. Di più: anche dopo le interviste. Io ricordo ancora una foto a cui sono particolarmente legata. Torniamo a "Il Lombardia" 2018, vince Thibaut Pinot: arrivo, foto, premiazioni e tutti si dirigono verso la sala stampa. In strada saranno rimasti due o tre fotografi. Io ero lì. Quando Pinot ha finito le interviste ed è tornato al suo pullman in strada c'era un gruppetto di tifosi che prendendolo in braccio lo hanno fatto cantare per festeggiare. Ho preso la macchina fotografica e scattato. Quelli sono momenti preziosi. Momenti da cercare, da attendere. Se dopo l'arrivo scappi subito a casa o ti chiudi in sala stampa non saprai mai nemmeno della loro esistenza. 

Candido Cannavò raccomandava agli inviati di Gazzetta di rifuggire tutti i luoghi in cui ci fossero troppi giornalisti. Quella storia era già raccontata, bisognava cercarne un'altra. Tu hai una filosofia simile per quanto concerne la fotografia? 

 Io, per esempio, se non ho un cliente che mi richiede specificamente l'arrivo di una corsa, pur andando all'arrivo, non mi posiziono mai in mezzo alla ressa dei fotografi. Tendenzialmente mi metto dietro, insieme ai massaggiatori. Voglio cogliere l'attimo dopo. La foto dell'arrivo e dell'alzata di braccia la hanno tutti ed io non voglio quello che hanno tutti. Stessa cosa alla partenza. Le foto del palco non mi piacciono: sembrano statue che si mostrano al mondo. Perché? Per la formazione? La formazione la conosciamo già tutti. Io preferisco immortalare il foglio firma piuttosto che il momento in cui gli atleti salgono sugli scalini del podio per la presentazione. Molte volte mi piace fotografarli mentre prendono un caffè prima della partenza. 

Invece in corsa come si sceglie il luogo dove posizionarsi? 

In realtà è una sorta di fiuto che si sviluppa con il tempo. Quando passi su una salita o generalmente su una strada, se frequenti le corse, sai la traiettoria che potrebbero prendere i corridori, così scegli il luogo dove posizionarti. Quest'anno in Belgio, per esempio, transitando su una curva avevo trovato una grossa pozza d'acqua, formatasi dal diluvio delle giornate precedenti. Sapevo che sarebbero passati di lì ed avevo già in mente lo scatto. A costo di uscirne lavata volevo quello scatto. Lo ho ottenuto. 

Come si vive il momento prima dello scatto? Non c'è mai la paura di perdere il momento o di sbagliare foto? 

Eccome se c'è. È una forma di ansia. Pensiamo alle volate. Vedere le volate dall'alto è una cosa, vederle di fronte, come accade sugli arrivi, è cosa ben diversa. Spesso ci si immagina un corridore in testa e, magari, a vincere è un altro. In particolare in volate combattute. Al Giro d'Italia, in una frazione con arrivo a Praia a Mare, i cronisti davano per vincitore Viviani ma in realtà a vincere era stato Sam Bennet.

Parlando di paura di perdere il momento o di sbagliare foto, hai toccato un tasto dolente. Io mi mangio ancora le mani per il mondiale di Innsbruck 2018 con la vittoria di Alejandro Valverde. Non sono riuscita a scattarla quella foto. D'altra parte cosa possiamo farci? L'arrivo è uno. 

Quest'anno l'esperienza in Valcar-Cylance. Vuoi raccontarci qualcosa di questa esperienza dal punto di vista umano? 

 È stata un'esperienza unica. Alla fine mi sono ritrovata ad essere amica con queste atlete, a condividerci gioie e dolori. Sportivi ma non solo. Si condivide anche tanta quotidianità. Le atlete, in fondo, sono ragazze come me. Non c'erano distinzioni di particolare tipo. Certo, il giorno della corsa c'erano distinzioni ma erano differenziazioni che attenevano solo al ruolo e che finivano lì. 

Come sei arrivata in Valcar? 

È partito tutto dagli ambienti giovanili. Frequentando quelle gare ho avuto l'opportunità di conoscere Valerio, il figlio del presidente della Valcar nonché ex addetto stampa del team. A lui la mia fotografia ed il mio modo di esprimere ciò che vedo in corsa sono sempre piaciuti. Così mi ha dato questa possibilità. L'idea era proprio di dare alle foto della squadra una impronta diversa da quella solita. Un'impronta più emozionale, se vogliamo. 

La conoscenza personale dei soggetti, in questo caso delle ragazze, quanto pesa nella fotografia? Le foto trasmettono qualcosa in più, giusto? 

Sicuramente. Soprattutto si ha una sensibilità diversa. Quest'anno, al Giro Rosa, c'è stato un arrivo particolarmente duro: le atlete sono arrivate stremate. Una nostra atleta, dalla stanchezza, si è messa a piangere. Io lì ho messo via la fotocamera: mi sembrava doveroso. In quel momento le serviva un conforto umano, non certo la mia foto. Cosa avrei dovuto fare? Fotografarla per poi pubblicare la foto? No, grazie. Sono molto ferma su questo punto. C'è stato chi fotografava, invece. A me ha dato fastidio. Credo ci sia un limite da non oltrepassare: conoscendo i corridori questo limite dovrebbe esserti sempre più chiaro. Il dubbio ci sta; personalmente se ho un timore chiedo sempre il permesso al corridore o allo staff. Non voglio mettere a disagio nessuno. 

C'è una foto di queste ragazze a cui sei particolarmente legata? 

Probabilmente proprio quella di Marta Cavalli, recentemente pubblicata da una rivista australiana. Era la quarta tappa dell'Ovo Energy Tour. Marta è una ragazza molto precisa, attenta, preparata, di una sensibilità rara. Vederla lì, così, distrutta, sfinita, dopo aver dato tutto è stato qualcosa di incredibile. Una sensazione difficile da descrivere. Non la vedresti mai così se non dopo uno sforzo di quel tipo. È stato davvero un regalo a livello fotografico. Altra foto a cui tengo molto è quella di Chiara Consonni dopo la vittoria al Boels Dolmans Tour. Uno scatto autentico. A me ha colpito moltissimo la telefonata con sua madre, quelle parole dette con quella voce, quell'espressione, quegli occhi: mamma ho vinto. Bello. 

Mi hai detto che la fotografia nel ciclismo può essere suddivisa in due tipologie, a tuo avviso. Vuoi spiegarmi? 

Certo. C'è il foto-giornalismo e la foto che coglie il lato emozionale della situazione. Io mi dedico alla seconda ma con pieno rispetto della prima. Sono esigenze differenti con risultati differenti. Non c'è qualcosa di più o meno giusto. Dipende dalla richiesta del cliente. Poi può piacere o non piacere ma entrambe le tipologie sono necessarie. Io mi concentro molto sul mio lavoro, quindi non mi pongo il problema di cosa scelgono di fare gli altri. Faccio bene il mio e basta. 

Racconto e foto. Come interagiscono le due specialità e quanto si donano reciprocamente?

Lo dico sorridendo: io a parole proprio non sono brava, infatti fotografo. A parte gli scherzi: apprezzo moltissimo chi racconta perché crea un ambiente intorno alla situazione. Guardando una foto senza racconto il procedimento è inverso: hai l'istante e devi creargli tu una situazione attorno. Anche questo è affascinante. Parlavamo della mia fotografia a Chiara Consonni, ricordo che la mia didascalia fu una domanda: chi chiameresti per primo? A me piace l'idea che una persona, guardando quella foto, possa immedesimarsi e pensare: chi chiamerei io per primo? Non è entusiasmante? Se avessi raccontato tutta la storia avrei, invece, traghettato una persona in quel momento, in quel luogo. 

Che progetti ci sono per il prossimo anno? 

Con molta probabilità seguirò nuovamente il team Valcar. Mi piacerebbe molto, però, riuscire a seguire anche il maschile. Credo sia una questione solo organizzativa ovvero capire come incastrare le cose. Gli ambiente sono diversi e mi piacerebbe coniugarli. Non voglio precludermi la possibilità di dedicarmi al ciclismo in altre vesti. 

Proviamo ad affrontare un attimo il discorso visibilità nel ciclismo femminile. 

Parto da un esempio. L'anno scorso io in Valcar ho fatto solo qualche gara: stavamo vedendo se avessi potuto ambientarmi. Uno scatto risale alla tappa dello Zoncolan. Bene: ho provato a raffrontare le foto scattate sullo Zoncolan in gare maschili e in quel Giro Rosa e, devo dire, che il raffronto fa tristezza. Al Giro Rosa la salita era vuota. Si ritorna al fattore show business: le differenze vengono da lì. Tolto quello, la gara maschile è esattamente come quella femminile. Il ciclismo rosa è molto bello. Io ricordo che, quest'anno, al Giro Rosa quando Marianne Vos ha beffato all'ultimo Lucy Kennedy, a Piedicavallo, sono rimasta talmente sbalordita che stavo rischiando di saltare l'arrivo. 

Altra grande soddisfazione è la copertina da te realizzata per Alvento 6. 

Che emozione! Il cartaceo ti regala sempre qualche soddisfazione in più. Sul web ormai si trova ogni cosa ed il rischio è che non si riesca più a distinguere e si arrivi a ragionamenti del tipo: "l'uno vale l'altro". Alvento6 è quello. Resterà per sempre quello. Nessuno potrà mai cambiare la copertina o sostituirla. Sul web invece questo capita spesso: io stessa in questi periodi sto aggiornando il mio sito web e cambio alcune foto preferendone altre. 

Ci racconti un poco la storia che c'è dietro alla foto di copertina di Alvento 6? 

È stata una foto scattata proprio in occasione della Vuelta a cui avrei dovuto rinunciare. Quella Vuelta a cui sono andata solo grazie alla mia testa dura. È passato un anno, certo, ma i risultati si sono visti. Per questo ripeto: crederci sempre e insistere. 

Dove vorresti ti portasse questa strada Twila? 

Non deve essere necessariamente una strada che porti ad un luogo preciso. Dove mi porterà mi porterà. Non ho un traguardo finale da raggiungere. A me basta essere felice mentre sto facendo il mio lavoro. Credo dovremmo tutti imparare a vivere con questa consapevolezza: non possiamo sapere nulla del domani, godiamoci l'oggi. Se siamo felici allora va bene. Va tutto bene. 

 Il ciclismo porta a viaggiare tantissimo. Come vivi questo fatto? 

È bello. Aggiungi il fatto che a me viaggiare piace proprio caratterialmente; difficilmente riesco a stare ferma a casa. Ad un certo punto però lo stress del continuo viaggiare si sente. Ho preso qualche giorno di ferie e poi sono tornata al lavoro carica come una molla. Lo stacco però serve altrimenti impazzisci. Quest'anno, poi, mi sono anche trasferita in Repubblica Ceca, per origini di famiglia, quindi l'esperienza del viaggio è stata proprio portata all'esasperazione. 

Cosa ti manca dell'Italia? 

Considera che io mi sono trasferita a luglio e la stagione è appena finita quindi devo ancora capire bene cosa mi manca. Di sicuro, per ora, la pasta. A parte gli scherzi: mi mancano gli amici, le persone e più in generale lo spirito italiano. In ogni posto c'è un modo di fare e di vivere le cose. In ogni caso l'Italia non la abbandonerò mai definitivamente. 

Il posto più bello che hai visto per lavoro? 

Belgio, senza dubbi. Ti dico la verità: avevo anche pensato di trasferirmi in Belgio, visto che il cuore del ciclismo è lì. Non ho mai visto persone così innamorate di questo sport. 

Torniamo alle gare. Ci sono stati momenti, magari non strettamente correlati all'aspetto sportivo, che durante la lontananza da casa, magari in un momento difficile,  ti hanno restituito la consapevolezza che la strada giusta per te sia questa? 

 Proprio in Belgio. Abbiamo trascorso lì tre settimane. Lunghe, molto lunghe. Un conto sono i giorni di gara, un conto i giorni di stallo. Ad un certo punto sono entrata in crisi. Non sapevo cosa fare durante le giornate, sono arrivata a chiedermi il senso del mio essere lì. È stato un periodo abbastanza negativo in cui mi capitavano tutte. Io vivevo a Milano, in città. Lì eravamo in campagna. Stanca di tutto un giorno mi sono messa le scarpe e sono uscita a passeggiare. Da sola. Ecco: una semplice passeggiata, sotto al sole (strano ma vero) ha cambiato tutto. Ha ridato senso a tutto. La natura del Belgio, quel giorno, mi ha fatto rinascere. 

Arriviamo ai tifosi: quanto e come i tifosi influiscono sulla fotografia? 

Tantissimo. In particolare in salita. Io ricordo alcune tappe della Vuelta: sono qualcosa di spettacolare. Alcune volte, passando in auto, si rischia anche di sfiorarne qualcuno perché sono davvero eccessivi. Nel senso buono del termine. Io mi posiziono sempre dove ci sono loro perché hanno questo modo di fare che conferisce un'atmosfera speciale alla foto. Tra l'altro hanno anche queste bandiere gigantesche che talvolta devo far spostare perché, altrimenti, rischio di non inquadrare il plotone. D'altra parte però, avendo spesso lavorato nel dietro le quinte, mi piace qualche dettaglio di questo tipo. Mi spiego meglio: spesso alle gare scelgo volutamente di scattare foto da dietro una spalla o un oggetto. Le persone vedendo che sto per fotografare si spostano: non spostatevi, fate più bella la foto (ride n.d.r). Per dirti: credo che una delle mie foto più belle sia stata quella della vittoria di Ackermann, in Cina questo autunno. Lì ci sono fotografi e massaggiatori davanti ma mi piace moltissimo. Se devo fare un arrivo che sia un arrivo bello. 

Mi hai raccontato un episodio particolare rispetto a questo viaggio in Cina. 

 Quando c'è stata la serata dell'Uci mi hanno fermato due ragazzi cinesi. Ho visto che avevano in mano una maglia delle ragazze e un pennarello così ho subito messo le mani avanti: "Sono una fotografa". Non hanno fatto una piega: "Firma, firma lo stesso". Ho firmato e fatto una foto con loro. Erano contenti. Una cosa simile mi era capitata qualche anno fa alla partenza di una tappa del Giro. Stavo passando in mezzo ai corridori e sono stata placcata da un gruppo di bimbi che mi hanno chiesto l'autografo. Loro lo chiedevano a chiunque ma è stato proprio carino. 

Esperienze in cross e pista? 

Il cross spero di viverlo di più ora che sono in Repubblica Ceca. Qui è una specialità importante. Fino a questo momento di ciclocross ho seguito due eventi, entrambi all'idroscalo. Mi piace molto come specialità. Il fango è un'aggiunta intrigante al ciclismo su strada. Anche la pista mi interessa ma sono anni che non ci vado; dalle categorie giovanili credo. Chissà. 

 Twila hai ventiquattro anni, sei giovane ma già ben avviata. Come si relaziona secondo te l'ambiente rispetto ai giovani? 

Io mi sento piccola piccola di fronte a tanti colossi che lavorano da anni in questo settore. Quando si è giovani si ha tanto da imparare e bisogna farlo con estrema umiltà, sia chiaro.







17/11/2019

Stefano Zago


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