Faccia a faccia
Gianluca Trentini: ‘Tanta esperienza ma la passione del primo giorno’

Gianluca Trentini: ‘Tanta esperienza ma la passione del primo giorno’
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Per il rientro dalle feste natalizie con "Faccia a Faccia" siamo andati a bussare alla porta di un "passista" del giornalismo. Nel campo ciclistico il passista è colui che va bene in tutti i terreni, che sorprende per le abilità nei diversi campi, che piace alla gente. Gianluca Trentini, giornalista Verbanese, classe 1978, applica questa teoria al giornalismo: si occupa di ciclismo, pallacanestro e pallavolo. Gianluca scrive, tiene una rubrica televisiva, segue le più importanti gare del panorama ciclistico per Azzurra TV, è speaker ufficiale per pallacanestro, pallavolo e ciclismo. Un curriculum da fare invidia. Tanta esperienza e umiltà al servizio dello sport. Con lui abbiamo ripercorso i primi passi, le difficoltà e le gioie sino ad oggi. 

Gianluca partiamo dall'inizio della tua carriera: come è iniziata la tua storia con un microfono in mano? 

È tutto iniziato per un caso anche se ho sempre avuto una parlantina piuttosto spiccata che poteva far pensare a un lavoro di questo tipo. Finito il liceo, era il 1997, ho incontrato il fratello di un mio amico che aveva messo in piedi una radio locale e raccontava lo sport dal vivo. L'idea è venuta da lui: "Perché non provi a fare l'inviato Gian? A fare telecronache dallo stadio?" L'idea mi è piaciuta da subito: era novembre 1997 quando da seconda voce raccontai il match Verbania-Castelsardo, concluso sul punteggio di 0-0. Il caso, come dicevo, ha voluto che dalla domenica successiva mi sono ritrovato prima voce su un campo. Ho iniziato per hobby. Successivamente sono stato contattato dal "Corriere di Novara" ed ho iniziato a prendere la cosa con maggiore serietà. Non solo calcio. Mi occupo anche di Volley, sport che mi piace molto, e di ciclismo, sport seguito sin da bambino con mio nonno per cui ho maturato una sorta di adorazione. Inoltre sono speaker di una squadra di pallacanestro che è nella massima serie da molto tempo, e lo sono stato anche della squadra di Ornavasso per quanto concerne la pallavolo. Mi sono inoltre tolto la soddisfazione di fare da speaker in tre gare di Champions League con la Asystel Novara. Dal caso è nata una carriera che proseguo con grande soddisfazione. Il pensiero va alle prime società che mi hanno messo un microfono in mano: Pedale Verbanese, Pedale Ossolano e GS Vco oltre alla CSP di Mario Minervino che per prima mi ha assegnato un microfono "importante".

Ricopri diversi ruoli: giornalista televisivo, speaker, scrivi articoli. Ci evidenzi le caratteristiche di tutte queste professioni? 

Sono tutti lavori che non fai per caso; serve un grandissimo lavoro di ricerca anche sulla propria persona. Io ho iniziato a raccontare le gare minori e non mi aspettavo di arrivare a questo punto: ricordo ancora Elisa Longo Borghini ragazzina, ricordo la caduta di Filippo Ganna dopo pochi metri della sua prima gara. Ricordo la primissima vittoria di Fabio Felline su Alafaci. Ci sono però anche grandi diversità tra questi lavori. In ambito televisivo credo serva brillantezza. Bisogna essere naturali ma brillanti. L'intervista troppo seria, a mio avviso, oggi non è più ciò che la gente vuole. Bisogna essere seri, nel senso di professionali ma anche capaci di lasciarsi andare a qualche attimo di ironia. Il rapporto con la gente è importantissimo: per l'attività di speaker è fondamentale. Sentire ciò che la gente vuole ma anche gestire l'impegno in modo diverso in relazione allo sport che si racconta e al tempo che si ha disposizione. La cronaca di una partita di pallavolo o di pallacanestro è a tutta sin dall'inizio mentre in una gara ciclistica devi gestirti inserendo aneddoti e racconti. Nella fase finale della corsa devi, a mio avviso, devi portare la gente a vivere le emozioni che stai vivendo tu. Molti tendono a sminuire il lavoro dello speaker: errore grandissimo. Serve preparazione e competenza. Per quanto concerne gli articoli bisogna sapere, appena si inizia scrivere ,che ci sarà sempre qualcuno a cui il tuo articolo non andrà bene e che proverà a confutare anche le sacrosante verità. 

Come hai lavorato sulla tua persona? Come è cambiato il rapporto con i corridori in questi anni?

Siciramente l'esperienza di quasi vent'anni ha aiutato moltissimo. All'inizio è solo entusiasmo: quando sei dentro capisci come sono in realtà le persone, vedi sfaccettature e negatività che dall'esterno non puoi conoscere. Io ho imparato molto dalle persone che stimavo: Dezan e Bulbarelli in particolare. Il primo accredito di Rcs lo ho avuto alla cronometro di Lugano nel 1998: ero un ragazzino. Osservavo come lavoravano i vari Beppe Conti, Paolo e Giorgio Viberti, i telecronisti Rai (sono anche stato in postazione con loro per imparare meglio), Castellano, Zomegnan e tutti gli altri. Da giovane l'importante è osservare gli altri e imparare. Poi arriva il tuo stile. Nel mio caso sono arrivato anche a coniare "neologismi": a Rancio Valcuvia, campionato italiano donne, vinto dalla Muccioli, in cronaca coniai il termine "sgrappolarsi" per descrivere il gruppo che in salita perde unità, come l'uva perde i propri acini. Sono arrivato a lavorare con Brambilla, Bertolotti, con l'ufficiale speaker delle frecce tricolori. Mai avrei pensato. Ho imparato anche a gestire l'ansia: all'inizio non dormivo la notte per le telecronache. Ora sento ancora la tensione ma la gestisco meglio. In primis, devo dire, sento ancora la passione del primo giorno. Serve passione per questo lavoro altrimenti diventa impossibile. Impari anche come trattare con i vari corridori: i vari Nibali, Scarponi, Valverde, Rodriguez, Contador, tutti disponibilissimi. Io per esempio ho sempre avuto una grandissima difficoltà a intervistare Fabian Cancellara: campione gigantesco ma non c'era verso di fermarlo per le interviste. Ti passava davanti e se ne andava. 

Hai già iniziato un discorso sui modelli che hai seguito per la tua professione. Continuiamolo. 

I modelli sono quelli che, in parte, ti ho già detto. Per le telecronache: Dezan, Bulbarelli, Cassani, Pancani e Martinello. Sono tutti nomi eccellenti. Apprezzo molto anche i telecronisti della televisione spagnola: Pedro Delgado e Carlos De Andres. Il loro punto forte è la "danza vocale" nelle battute conclusive di gara. Fra gli speaker apprezzo la classe di Stefano Bertolotti, la conoscenza smisurata di Sandro Brambilla e nel ciclismo femminile credo stia facendo buonissime cose Alberto Rigamonti. La mia fortuna è proprio di essere riuscito a lavorare con queste persone. 

Analizziamo un attimo le differenze del lavoro dello speaker nelle varie specialità sportive. 

Nel calcio il ruolo dello speaker è fortemente ridimensionato, in sostanza si limita alla lettura dei numeri all'inizio ed a pochi annunci. Nella pallavolo si è a tutta dall'inizio alla fine: hai la partita sotto gli occhi. Nel ciclismo invece devi saperti dosare: l'ultima ora di gara devi farla a tutta, nella fase iniziale devi andare con tranquillità. Se sbraiti dalla prima pedalata all'ultima mandi in tilt tutti gli spettatori. Se il pubblico è emozionato lo senti: devi sentirlo. Successivamente trasmetti anche la tua emozione. Viene naturale con il passare del tempo. Assumi consapevolezza con il trascorrere del tempo e delle gare. Si impara anche a superare la timidezza.

Quanto tempo c'è dietro la preparazione di una gara nel ruolo di speaker? 

Mi dicono sempre che nei miei appunti si trovano anche nozioni che tutti ricordano a memoria. Me le ricordo anche io ma mi ricordo anche una frase di Montanelli: "Mi fido così tanto della mia memoria da non fidarmi!"  Può sempre capitare di avere un lapsus: la carta scritta in quel caso aiuta. Il lavoro intendo è il giorno prima: si studiano i percorsi, i favoriti, le curiosità. Bisogna sempre arrivare in postazione con più argomenti di quelli che si tratteranno. Il pubblico capisce se sei preparato. 

Ti occupi moltissimo di ciclismo femminile. 

Mi piace molto. Lo seguo dal 1997: è cambiato molto. I successi della Cappellotto ai mondiali e i ruggenti anni della Luperini hanno contribuito a cambiare questo mondo. Tantissimi nomi dell'epoca sono nomi d'oro di questo sport. Ho visto il cambiamento di questo sport negli anni. Oggi il ciclismo femminile ha fatto molti passi avanti. Io ho sempre attribuito al ciclismo femminile la stessa dignità di quello maschile: la fatica è la stessa. Bisogna essere chiari però su una cosa. Bisogna togliersi la "psicosi" del calcio e i continui raffronti con altri sport: il calcio è uno sport mondiale. Bisogna accettarlo. Bisogna fare passi avanti nei singoli campi sportivi cercando di avere sempre maggiori spazi anche attraverso campagne pubblicitarie. Probabilmente non arriveremo mai al livello del maschile ma iniziamo a metterci in cammino, a usare i nostri spazi, a crescere passo dopo passo. Meno raffronti è più interesse a far crescere il nostro mondo dall'interno. Il calendario femminile non è vastissimo in Italia: io credo possa essere una buona idea creare una Ciclismo Cup Femminile. Aumenterebbe lo spettacolo e a competitività. Per crescere bisogna crescere assieme. Dal punto di vista televisivo, invece, sarebbe ottimale avere delle differite se non si riesce a seguire l'avvenimento sportivo in diretta. 

Ci dai un tuo parere sul percorso del Giro d'Italia 2019.

A me piace molto il modo di disegnare le gare di Mauro Vegni. Dopo una settimana abbastanza tranquilla la prima cronometro è molto complessa, le tappe tra Piemonte e Valle D'Aosta sono disegnate in modo molto intelligente, bella la tappa di Como per una fuga e bello anche il finale con salite dure ma non troppo. Vegni e Allocchio riescono a mettere le tappe giuste al momento giusto. Senza nulla togliere al Tour de France ma a livello di disegno di gara non c'è paragone. Il Tour purtroppo sta cadendo sotto la sua stessa grandezza: ci sono state negli ultimi anni delle falle organizzative difficilmente perdonabili a una gara simile. Gli errori ci stanno, può succedere. Ma le sviste degli ultimi anni sono state troppe e troppo grosse. Il Giro è meno grande, più umano, ma allo stesso tempo, più bello. Anche a livello di percorso nel 2019 il Tour manca di fantasia. Ove c'è la fantasia è nei primi chilometri e in questo modo si perde tanto dal punto di vista della spettacolarità. 

Crediamo che il rapporto con i corridori sia molto cambiato nel corso degli anni con anche l'acquisizione di sempre maggiore importanza da parte degli addetti stampa e di altre figure che "proteggono" il corridore dai giornalisti e dai media subito dopo il traguardo. Tu cosa pensi? 

È vero. Ora i corridori hanno anche uno staff che cura la comunicazione. Una volta agli arrivi correvi e intervistavi i vari Contador, Chiappucci, Pantani. Prima c'era di sicuro la possibilità di vivere maggiormente il corridore. È la modernizzazione. Può non piacerci ma è così. 

Chiudiamo con qualcosa di personale. Cosa ti resta dei corridori? Umanamente intendiamo. 

Con i ragazzi della mia zona c'è un rapporto che dura da anni: per me è stupendo seguirli ora da professionisti dopo aberli seguiti da ragazzi alle prime gare. Parlo di Elisa LongoBorghini e di Filippo Ganna in particolare ma anche di molti altri. Io avevo un idolo da ragazzo: Gianni Bugno. Lo ho incontrato più volte, ora appena ci vediamo ci salutiamo e chiacchieriamo. Abbiamo fatto recentemente una serata a Verbania parlando della sua carriera e mi sono emozionato molto. Ci sono atleti con cui vai più o meno d'accordo, alcuni sono amici altri conoscenti, ma in tutti noto sempre una grandissima passione. Sono consapevoli dei sacrifici che il loro sport comporta e li fanno volentieri. Come noi, del resto. La passione è il motore di tutto. 





09/01/2019

Stefano Zago


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