Faccia a faccia
Il ciclismo dagli scatti fotografici di Chiara Redaschi

Il ciclismo dagli scatti fotografici di Chiara Redaschi
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La seconda arte del racconto ciclistico di cui ci occupiamo è la fotografia. A parlare ai nostri microfoni questa settimana è Chiara Redaschi, giovane ma valoroso elemento della carovana ciclistica di tutte le più importanti gare del panorama ciclistico, con una mantellina e una macchina fotografica. Ventottenne di Novara, Chiara Redaschi dopo aver frequentato il Liceo Artistico e l'Accademia di Belle Arti è arrivata al ciclismo quasi per caso. Ha capito ben presto, però, che quel mondo sarebbe stato degno di un racconto speciale: un racconto per immagini. Così ha deciso di raccontarci cosa sia per lei, per una fotografa, il ciclismo in "scatti". 

Chiara direi di partire dal tuo mezzo preferito di comunicazione: la fotografia. Come nasce la tua passione per lo scatto fotografico, per il racconto fotografico? Hai fatto studi particolari nel campo? 

Saró sincera. Come tante circostanze della vita anche il mio approccio alla fotografia è abbastanza casuale ma caratterizzato sin dai primi istanti da una forte passionalità. Ho sempre amato le gare di "scatto fisso" e spesso andavo ad assistere alle gare: il mio background di fondo è questo. Dopo un paio di anni per curiosità, per divertimento, per fissare quegli istanti, comprai una macchina fotografica per fare qualche foto. Ma era solo una idea abbozzata. Non sapevo assolutamente cosa volevo fare, non avevo nemmeno idea di che tipo di foto avrei fatto. Del resto io ho fatto studi artistici e poi ho trascorso quattro, forse anche cinque anni, lavorando nel mondo del fashion: praticamente l'opposto rispetto a ciò che faccio ora. Bene, di foto in foto, di gara in gara, questa passione è cresciuta sempre più sino ad oggi che si è trasformata in lavoro. Se avessi dovuto guardare al mio futuro qualche anno fa non lo avrei mai detto. Ad oggi però sono contentissima che le traccianti del caso mi abbiano portato a conoscere il mondo della fotografia e a lavorarci. 

Cosa regala uno scatto fotografico? Quali sono le corde che tocca nell'animo umano? 

Quando scatto una fotografia io sono felice, sono proprio felice. Non so come spiegarlo, è una sensazione difficile da fare percepire a chi non la prova sulla propria pelle. Credo che per rendere l'idea potrei suggerire a tutti coloro che leggono di pensare a una cosa che li fa stare bene. Pensato? Ecco è quella sensazione. Quando mentre stai facendo qualcosa non pensi a niente e se un pensiero ti giunge in mente è solo un pensiero di contentezza, di sollievo, ti dici: "Che goduria!". Credo sia questa la parola più adatta: goduria. Sicuramente "fotografia" è riuscire a trasmettere qualcosa, qualunque cosa: abbiamo un potere immenso. Riuscire a fermare un determinato momento, un attimo fuggente, è un potere inimmaginabile. L'obiettivo mio, ma della fotografia in generale, è proprio quello di portare a tutti quell'attimo immortalato dalla macchina fotografica: riuscire a tramandare quel momento, riuscire a trasmettere quell'emozione. La fotografia esiste per questo motivo.

In questo senso ci ricongiungiamo ai tuoi studi: la fotografia come arte.  

Sì, in questo senso assolutamente. La fotografia non è qualcosa di tecnico, io credo fortemente in questo. È un punto di vista, ovviamente molti avranno una idea diversa ma io la penso così. Non è una questione di tecnicità: bilanciamento colori o similari. Chiunque sfoglia un giornale spesso si sofferma sulle foto, non su tutte, magari su una in particolare tra le tante. Perché succede? La foto in quel momento ti sta trasmettendo qualcosa. Chi scatta fotografie vuole questo, lavora per questo: quell'immagine deve trasmettere qualcosa. Tu fotografo devi dare qualcosa alla persona che sta guardando, una sorta di regalo. Non importa che la sensazione sia la stessa che hai provato tu facendo quella foto; io scattando posso provare felicità e il lettore vedendola provare tristezza o irrequietudine, non importa. La peggior cosa è l'indifferenza, il non trasmettere, il non arrivare dall'altra parte, il non arrivare negli occhi che stanno guardando la foto in questione. 

Torniamo al ciclismo: i primi scatti fatti alle gare di ciclismo quando sono stati?

Nel 2014: era proprio il mese di maggio di quattro anni fa quando ho acquistato la macchina fotografica di cui raccontavo. In quell'occasione scattavo per pura passione e nell'ambiente delle "scatto fisso". È un ambiente particolare perché ancora molto piccolo, intimo, siamo tutti amici, quasi fossimo parenti. Ci sono tantissime gare ed essendo così piccolo si ha proprio questa sensazione di fratellanza e di amicizia che non sempre si riesce ad avere nel professionismo per il modo di essere del mondo professionistico. Più regale potremmo dire, più nobile. Lo scatto fisso è molto underground, potremmo anche definirlo "ghetto". Nel professionismo potremmo immaginare gli atleti come eroi, come cavalieri, mentre lo scatto fisso è più "street", si possono catturare molte immagini significative, molte fotografie del genere "street photography". 

Dalla passione arrivi al lavoro: come avviene questo passaggio? 

Grazie a una persona speciale: il mio migliore amico. Era da tanto tempo che mi invitava alle competizioni, voleva andassi alle gare per vederle dal vivo convinto che mi sarebbero piaciute. È stato lui a portarmi alle prime gare: erano delle tappe del Giro d'Italia, la corsa rosa. È nato così un amore folle. Avevo già una qualche idea di come potesse essere una gara, dell'atmosfera e delle componenti particolari che danno a questo sport il suo sapore così speciale, ma dal vivo è tutta un'altra cosa. Guardando la tv sei schermato, andando invece sulle strade del ciclismo sei immerso a trecentosessanta gradi nell'atmosfera, assapori tutto ciò che accade: suoni, voci e silenzi. È qualcosa di pazzesco. 

La prima gara ciclistica su strada seguita per lavoro la ricordi? 

Per lavoro la prima esperienza risale alle Strade Bianche di quest'anno. Un inizio particolare: in una gara incantevole ma sotto il diluvio universale. Tra l'altro c'è una storia molto carina da raccontare dietro la mia presenza. In quell'occasione lavoravo per un brand australiano: gli stranieri sono letteralmente ossessionati, nel senso positivo del termine, da questa gara. Impazziscono più di quanto facciamo noi. Mi avranno ripetuto decine di volte: "Questa è la gara più bella del mondo! La amiamo alla follia!". È un piacere sentire persone così appassionate, quasi commovente. Questo il lato piacevole, poi c'è un lato quasi tragicomico legato al meteo di quel sabato di inizio marzo. A causa della pioggia mista a neve un tratto di autostrada era chiuso, così quasi tutti siamo arrivati in mega ritardo sul traguardo, a questo va aggiunto il tempo perso per trovare parcheggio; insomma al banco del ritiro accrediti siamo arrivati quasi fuori tempo massimo. Non dico l'ansia. Dopo essermi svegliata alle quattro del mattino avevo paura di non poter scattare neanche una foto. A parte queste vicende personali, a lato della corsa, la manifestazione sportiva è stata fantastica: una prima volta indimenticabile. Come sempre in questi casi complimenti vanno all'organizzazione di gara che svolge un lavoro molto complesso in modo straordinario. 

Questo l'inizio, successivamente un continuum brillante di presenze alle gare del panorama internazionale tra cui anche il Giro d'Italia. Esatto?

Al Giro d'Italia ho seguito due tappe: la frazione di Riva del Garda-Iseo e quella successiva con arrivo a Prato Nevoso. Poi tante altre gare e un finale di stagione in crescendo con Milano-Torino, Gran Piemonte, Giro di Lombardia in cui ho lavorato per l'organizzazione. 

La fotografia è un'arte particolare. Tutto deve essere condensato in un'immagine: voci, stati d'animo, paesaggio, eventi atmosferici. Quale credi sia il momento in cui tutti questi aspetti si fondono meglio? Qual è il momento di corsa che preferisci per scattare? 

Sicuramente gli arrivi sono qualcosa di pazzesco: che sia volata o arrivo in salita, il taglio del traguardo è sicuramente da mettere in prima posizione. Gli atleti arrivano stremati: si vede proprio che hanno dato tutto. Si nota quanto amino quello che fanno anche se costa fatica, anche se arrivano a pezzi. Per loro quello è il lavoro più bello del mondo, magari altri non lo farebbero mai e non lo capirebbero mai semplicemente perché non capiscono quale sia il valore di quella bicicletta. Per un ciclista la bicicletta è quasi parte del corpo, è un prolungamento del corpo, nella bicicletta c'è qualcosa del ciclista che la guida e nel ciclista qualcosa della sua compagna di fatiche. Sono molto significativi per questo gli arrivi, anche quelli in cui i corridori sorridono: vedere l'arrivo e gli istanti immediatamente successivi regala l'idea di cosa sia questo sport. Altri istanti stupendi sono quelli in salita con gli atleti che cercano di andare in fuga; confesso che a me piace anche percorrerle in bici le salite quindi è come se avessero un punteggio bonus nelle preferenze. Ho iniziato ad andare in bici proprio per cercare di capire ciò che si prova: limitandosi a guardare, molte volte, non si riesce a capire bene quello che in realtà si vive su quella sella. Ho sempre fatto sport ma andare in bici mi aiuta molto anche per la fotografia. Recentemente in Toscana ho avuto modo di percorrere in bici un pezzetto di "Strade Bianche" con un sole stupendo: qualcosa di faticosissimo ma allo stesso tempo incredibile per la bellezza. Non lo so di preciso ma sono convinta che farla tutta sia un'esperienza da brividi. Non limitiamo però il discorso a questa gara, l'anno prossimo vorrei provare a scalare il Colle delle Finestre. Solo a pensarci mi vengono i brividi. Da togliere il fiato. Per rendere l'idea dico solo questo: quando sono al Giro d'Italia mi emoziono transitando sul percorso con la macchina. Quest'anno la tappa da Riva del Garda ad Iseo ho avuto la fortuna di percorrerla in moto e mi ricordo che mi dividevo tra lacrime e risate. Sei proprio dentro la corsa. Vedi la gente che ti saluta, ti incita, ti applaude. Quella tappa poi fu anche coronata da un diluvio finale che mi costrinse a riparare le mie macchine fotografiche e ad asciugarle attentamente nel dopo tappa. Rischi del mestiere. Ma di fronte a uno spettacolo simile non ci si ferma di certo. 

Hai o hai avuto maestri nel campo della fotografia sia fuori che dentro il ciclismo?

Se parliamo di fotografi che si occupano di ciclismo amo davvero tanto un paio di "artisti" della fotografia. Il primo è il fotografo del Team Sky: Russ Ellis. È un professionista esemplare nel catturare certi momenti di intensità particolare: nelle sue foto c'è sempre una ricerca di fondo. Mai nessuna banalità. Tantissimi dettagli fantastici. Io cerco, col mio stile, di ispirarmi a lui. Ho un'ammirazione sconfinata per lui, starei ore a guardare le sue foto. Un altro molto bravo è Chris Auld. Il genere di fotografia è sempre quello: attento, ricercato, profondo. Fuori dal campo ciclistico invece devo citare Vivian Mayer: vissuta negli anni settanta, era una governante. La chiamano Mary Poppins. Si occupava di street photography ed era molto avanti rispetto al periodo in cui viveva. Ancora oggi guardando le sue foto si resta impressionati dalla modernità espressa da quegli scatti. Pazzesca. Inoltre mi piacciono parecchio i fotografi di guerra e le foto vintage. Questo fatto credo derivi dalla mia esperienza di vita: sono cresciuta con mia nonna, ancora oggi al mio fianco, e sono da sempre attratta da aspetti particolari di altri periodi storici. Il tutto si riverbera nel ciclismo: vedo tantissimi video di ciclismo storico, strada e cross. Atleti che correvano senza casco, attraversavano fiumi, salivano scale e si cimentavano nelle cose oggi più improponibili.  Non mi sono ancora cimentata in foto in questi contesti ma sicuramente mi piacerebbe potermi mettere alla prova. Un domani, chissà. Io ho l'abitudine di non escludere mai nulla a priori; provare sensazioni diverse, imparare cose nuove, mettermi alla prova, vivo di questo. Se avrò l'occasione andrò pronta a scattare. 

Parliamo di macchine fotografiche: quanto conta la tipologia di macchina nel tuo lavoro? 

Ognuno ha le sue idee. Io credo che non conti molto il tipo di macchina fotografica. Puoi anche non avere la macchina più tecnologica e professionale di questo mondo ma se hai occhio, tecnica e fantasia puoi fare foto che magari il fotografo con la macchina fotografica migliore al mondo non riesce a fare. Ovviamente la tecnologia aiuta in particolare modo in certe situazioni ma serve tanto altro. Serve occhio, bisogna saper comporre la foto, altrimenti quello scatto non racconterà niente. Spendere molto per la macchina fotografica per poi avere foto che "non ti parlano" non ha senso secondo me.

Parlando di composizioni della fotografia: quali sono gli elementi fondamentali? I ciclisti, il paesaggio ma crediamo anche la gente che tifa sulle strade, esatto?  Assolutamente. I bambini sono strepitosi. Alla partenza della Milano-Torino i bimbi erano tutti sotto il palco: carinissimi. Volevano dare tutti il cinque ai ciclisti. I tifosi sono parte integrante del ciclismo e di qualsiasi sport. Vedere una persona che piange perché è riuscita a vedere il suo eroe o un bimbo che finalmente è riuscito ad avere l'autografo dal suo atleta preferito è qualcosa di indescrivibile. I bambini poi sono il nostro futuro è riuscire a trasmettere delle buone sensazioni è molto importante. Anche per questo non mi piace il calcio: cosa ostentano i calciatori? Nel ciclismo sono tutti estremamente disponibili da Valverde, campione del mondo, all'ultimo uomo del gruppo che ogni giorno deve "piangere" per arrivare al traguardo. Nel calcio personalmente non ho mai trovato questa disponibilità. Guardiamo gli stadi: insulti e scene varie. Che esempio si frammette ai più giovani? Lo sport non è quello. Nel ciclismo vengono tifati tutti gli atleti, dal primo all'ultimo. A prescindere dalla squadra e dalla nazionalità. 

Cosa il ciclismo può regalare in più rispetto ad altri sport nella fotografia? 

Ho avuto il piacere di seguire il football americano e di fare atletica per molti anni. Amo correre. Nonostante questo, le sensazioni che provo quando sono in bicicletta o quando fotografo gare non le ho ancora ritrovate in nessun altro sport. Il ciclismo ti regala talmente tanto che diventa un'ossessione. Più vai alle gare più vorresti andarci, più fotografi più vorresti fotografare, sembra quasi una droga. Le emozioni che si provano alla partenza, al foglio firma, le persone che gridano, i rumori delle bici, i saluti dei corridori, il respiro degli atleti e tante altre cose non si possono mai scordare una volta provate. In un altro sport non ho mai vissuto niente di simile.  

Arrivando agli atleti: qual è il tuo rapporto con i ciclisti? Quale credi sia il corridore più adatto alla fotografia per ciò che esprime quando è immortalato in foto?  

È difficile da spiegare. Ho sempre questa immagine molto particolare dei corridori: li vedo lì, come in una bolla, e non voglio disturbarli. Voglio scattare foto silenziosamente dietro di loro. Senza fermarli, senza rompere quella bolla quasi magica in cui sono assorti. Chissà quante cose stanno pensando: le paure e i timori prima di una gara sono indescrivibili. Io tra l'altro detesto le foto in posa, la fotografia è sorpresa. Emoziona perché sorprende. Cerco quasi di nascondermi, di essere un fantasma che si insinua nelle corse per poter fare tutte le foto che voglio. Mi piace questa idea, mi piacciono questi ciclisti che nelle loro "bolle" vanno e vengono. Mi sembrano quasi intoccabili, quell'intoccabile buono però. È bello vedere come interagiscono con le persone, come interagiscono con la bici, quanta attenzione e quanta cura danno al mezzo che li accompagnerà durante il loro viaggio. Spesso alle partenze la controllano, la sistemano, come fosse un bambino. A me piace guardare da lontano senza disturbare. 

Giungiamo così alle fotografie di dettaglio. Quanti dettagli da fotografare e scoprire ci sono nel ciclismo?

Tantissimi direi. A partire per esempio da una mano che tocca il freno, che lo aggiusta e tanti altri esempi simili. Sono cose che talvolta come pubblico non si notano e quindi diventano ancora più belle da catturare perché puoi far vedere quello che altrimenti non si sarebbe mai visto. Anche se è un dettaglio della bici, se immortalato nel modo corretto, può sempre trasmettere qualcosa. A volte può trasmettere molto. 

Una capacità insita particolarmente nei fotografi è proprio quella di cogliere il momento. Come hai sviluppato questa attitudine? 

Sicuramente è una capacità che si sviluppa col tempo ma una base di partenza c'è. Io per esempio sono sempre stata una persona abituata ad osservare, a me piace guardare il mondo. Anche girando sono in giro raramente guardò per terra, ho sempre "testa per aria" se così si può dire. Ho tantissima memoria visiva: guardo i palazzi, guardo dettagli a cui nessuno farebbe caso. Inoltre una volta che sei nel meccanismo conosci le varie situazioni ed i possibili avvenimenti ad esse collegati, quindi devi solo avere pazienza e aspettare. Fotografia vuol dire pazienza. Anche soli cinque minuti, che sembrato pochi, in certe circostanze sono tantissimi. Quando devi stare ferma immobile o quando ti trovi in un evento in cui le situazioni da fotografare sono tantissime e quei minuti possono anche sembrare una perdita di tempo. Non lo sono. Non lo sono mai. 

Andiamo ai sogni. Qual è la gara che non vedresti l'ora di raccontare con foto? 

Parigi-Roubaix. In ogni caso le classiche del nord. Piano piano conto di poterci arrivare. In fondo ho iniziato da poco, voglio di più, ma sono già molto contenta di come stanno andando le cose. 

Una gara a cui sei già stata e che non ti perderesti per nulla al mondo?

Il Tour de France, ma lo vorrei fare tutto. Magari non proprio tutto ma quasi, come il Giro. Il Tour è immenso, sarà due, tre volte il giro, non oso neanche immaginare che "macchina da guerra" ci sia dietro. Ho avuto modo di vedere a fine Ottobre la struttura di Rcs ed è qualcosa di immenso, pensiamo al Tour. L'impatto che si ha lascia a bocca aperta: la gente tutta travestita, l'atmosfera festante. Io a Parigi agli Champs Elysèes tremavo: giuro. Sudavo dall'agitazione, avevo paura mi scivolasse la macchina fotografica, avevo paura di non riuscire a fare foto. 







15/11/2018

Stefano Zago


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