Faccia a faccia
Il ciclismo narrato sul web da Giulia De Maio

Il ciclismo narrato sul web da Giulia De Maio

(foto: Bettini)

condividi la pagina:

Quarto appuntamento con Faccia a Faccia e quarta specialità di racconto. Oggi parliamo con un'amica di Diretta Ciclismo, una collega che lavora attraverso lo stesso nostro canale comunicativo: Giulia De Maio, giornalista di Tuttobiciweb. Giulia, classe 1989, ha praticato per molti anni ciclismo a ottimi livelli da giovanissima: successivamente, intraprendendo gli studi universitari, ha scelto di seguire un'altra strada. Ha deciso di ispirarsi a quella giornalista che, da bambina, vedeva inseguire i corridori su tutti i traguardi di gara per intervistarli: Alessandra De Stefano, voce Rai. Così una giovane ragazza brianzola ha piastrellato di realtà la strada dei sogni divenendo giornalista per raccontare il suo mondo con un microfono e una penna tra le mani. 

Giulia ti proporrei di partire dalle basi. Da dove nasce la tua passione per lo sport che racconti: il ciclismo? 

Nasce nel periodo in cui andavo alle elementari. Io abito a Baruccana di Seveso, un piccolo comune in Brianza: proprio lì c'è una squadra giovanile molto forte, con tanti ragazzini e un direttore sportivo molto appassionato, Daniele Fiorin, ora anche addetto al settore giovanile per la federazione. Proprio Daniele quando io ero piccola e praticavo ginnastica artistica, mal volentieri devo dire, venne nella nostra scuola a promuovere il ciclismo con delle biciclettine carinissime da provare nell'ora di educazione fisica. Mio fratello appena scoperta la bici ha voluto provare a praticare il ciclismo. I miei genitori erano già separati così toccava a mia madre portarci a fare attività extra scolastiche al pomeriggio: ci disse subito di scegliere qualunque sport volessimo a patto, però, che fosse lo stesso per me e mio fratello. Ho iniziato a correre abbastanza trascinata da mio fratello: Fiorin ricorda ancora oggi che non sapendo andare in bici, avevo sei anni circa, atterravo tutti i birilli nelle prime gimcane. Da lì ho corso per dodici anni fino a Junior, Under 23, facendo strada, cross e pista: mi sono divertita tanto, ho stretto tantissime amicizie e ho provato tante esperienze. Quando ho iniziato a fare l'università ho deciso di smettere: il ciclismo femminile è stupendo ma, a meno che tu non sia una campionessa, hai poche possibilità di farlo diventare un lavoro. Io ero bravina ma di certo non una campionessa. Non volevo essere una delle tante così mi sono data all'università coltivando intanto la mia passione per la scrittura. Già quando correvo guardavo in televisione le interviste di Alessandra de Stefano dopo il traguardo e mi dicevo "Io da grande voglio fare questo." Ricordo che avevo anche scritto ad Alessandra chiedendo che liceo fare ed altre indicazioni: al Giro avevamo anche preso un gelato assieme e mi aveva dato diverse dritte. Bene o male sono riuscita nel mio sogno. 

Come hai iniziato poi a raccontare tu stessa questo sport?

Ho fatto l'università, giornalismo. L'ultimo anno, dovendo fare uno stage, ho chiesto a Danilo Viganó, un giornalista della mia zona, come sarebbe stato possibile introdurmi in quel mondo per la pratica. Lui conosceva e collaborava per diverse testate tra cui Tuttobiciweb, così mi presentó a Pier Augusto Stagi che mi fece provare. In questo senso il web è la prima cosa con cui mi sono confrontata e ad oggi credo sia anche la cosa migliore perché i giornali cartacei non danno molte garanzie. L'altra alternativa è la televisione, in particolare Rai ed Eurosport. A questo abbino diverse collaborazioni come ufficio stampa e la rivista di Tuttobici. 

Ti ricordi il tuo primo pezzo a Tuttobici? 

Mi ricordo che Stagi ha voluto subito mettermi alla prova per capire se avessi la "pasta" per fare questo lavoro e la giusta voglia di sacrificarmi. Feci un'intervista ad un ragazzo che ora ha smesso: praticamente Stagi me la modificó tutta. Successivamente, invece, intervistai Garzelli e quell'intervista venne pubblicata praticamente senza correzioni. Imparai così a costruire una storia dietro ogni intervista, a raccontare un atleta oltre i risultati. 

Credi che ad oggi il web sia la via principale per chi voglia provare a raccontare il ciclismo? 

Al momento sì. Noi, per esempio, abbiamo la rivista e fino a qualche anno fa la pubblicavamo in edicola. Ci siamo ben presto resi conto che il sito manteneva la rivista: la stampa e la distribuzione comportano molte spese. Abbiamo così deciso di mantenere la rivista ma in forma digitale senza sacrificare alcun contenuto. La gente, dai giovani ai meno giovani, legge molto meno. Ci sarà sempre chi ama la carta ma la maggior parte della gente ormai legge poco e per la maggior parte della volte da supporti elettronici: smartphone e computer. La direzione è quella. 

Arriviamo alle gare: la prima gara da inviata?

La primissima mi sembra fosse un campionato italiano, mi sembra nel 2010. Poi mi ricordo la primissima trasferta all'estero, Tour de Langkawi, agli esordi di Guardini con moltissime tappe da lui dominate. È stato molto bello: in fondo stavo realizzando il mio sogno, il mio progetto. Ero lì in veste di giornalista sportiva. Tante cose nuove da imparare e l'emozione di ritrovare ex compagni o compagne coetanee. Io sono del 1989 come i vari Viviani, Guardini e Trentin. Rispetto a Trentin vi racconto un aneddoto: io ho vinto il campionato italiano di ciclocross da esordiente primo anno a Bassano del Grappa e nella stessa edizione vinse anche Trentin la prova di ciclocross.. Ad oggi mi ricordo io e Matteo all'antidoping da ragazzini e poi al tendone interviste per le vittorie tra i professionisti. Nel mio piccolo mi sono realizzata come loro: ad oggi vivo con quello che mi piace. Ho realizzato la mia ambizione: una grossa fortuna insieme a tanti impegni e costanza. 

Avendo corso hai un impatto maggiormente diretto con ciò che avviene in gara: noti questa differenza rispetto ai tuoi colleghi?

A mio avviso sì.  Anche nell'approccio con gli atleti, credo. Anche chi da le pagelle o critica gli atleti dovrebbe provare a capire meglio ciò che provano questi ragazzi. La critica va benissimo anche perché i corridori sono professionisti e devono cercare di fare quello che la gente comune non riuscirebbe a fare. Aver vissuto quelle sensazioni ti fa valutare tutto in modo differente. 

L'umanità risulta essere una caratteristica fondamentale del rapporto giornalisti-atleti, esatto? Nel ciclismo in particolare.

Certamente. Io sono abbastanza giovane e non posso fare paragoni col passato ma da racconti di colleghi più esperti credo che nel passato questo tratto fosse ancora più accentuato. Pensiamo alle interviste nelle camere d'albergo dei corridori: ad oggi è impossibile. Devo anche dire che non ho mai lavorato in altri sport come faccio nel ciclismo ma credo che l'unicità di questo sport sia evidente anche osservando come si svolge. Si gareggia in strada, all'aperto, in mezzo alla gente, senza spogliatoi o luoghi chiusi ad eccezione dei pullman. Siamo ancora uno sport molto alla mano, secondo me. Per resistere il ciclismo deve restare così e i tifosi devono avere contatto con gli atleti. I tifosi sono la parte essenziale di questo mondo. 

Quest'anno prima esperienza come capo ufficio stampa al campionato italiano. Parlaci un attimo di questo ruolo? 

È stata la mia prima esperienza al campionato italiano pur avendo già ricoperto ruoli simili in altre circostanze. Sono un poco combattuta: da un lato preferisco andare alla gara, parlare con gli atleti e scrivere, piuttosto che occuparmi di ufficio stampa, dall'altro invece mi piace perché si ha la possibilità di tenere rapporti con i colleghi. Riagganciandomi alla tua domanda di prima credo che ci sia un bell'ambiente anche tra noi giornalisti. Mi occupo dell'ufficio stampa di Mapei Sport e collaboro con Marco Aurelio Fontana da dopo i giochi olimpici di Londra. In quest'ultimo caso devo dire che c'è una sensazione molto bella da raccontare: il sentirsi parte di una squadra, con il massaggiatore, il medico, il commissario tecnico. Tu, come comunicatore, integri un team. Mi piace molto questo aspetto. 

Mi ha colpito molto il racconto social della tua esperienza al Tour of Guangxi di questo 2018. Cosa ci dici in proposito? 

Una delle fortune che ho facendo questo lavoro è che posso viaggiare molto. In Italia, purtroppo, ci sono pochi soldi mentre all'estero si investe molto per invitare giornalisti alle competizioni, così mi capita di andare frequentemente in posti esotici o molto lontani. In questi ultimi anni inizio a gennaio in Argentina al Tour de San Juan e finisco in Cina. È proprio un'esperienza arricchente anche dal lato umano oltre che dal lato professionale. In Cina, nei paesini sperduti, i bambini e anche gli adulti ci fermano per fare foto. Io lo ho chiesto più volte: "Perché fermi me? Perché chiedi a me la foto? Capisco il corridore ma noi siamo giornalisti." Parlando con loro mi hanno detto: "Non ho mai visto un occidentale in vita mia". Capisci che per loro che si tratti di Sagan, di me, di te o di qualunque altra persona è la stessa cosa. Noi conosciamo i cinesi, loro non ci conoscono bene. Anche l'anno scorso ci successe con Luca Bettini e Diego Barbera: una schiera di persone per fotografarci. Per dirti: conversavamo con un signore fuori da un centro commerciale e un collega spiegava di provenire dal Belgio. Questo signore lo guardava stupefatto, senza dire nulla. Credo proprio non conoscesse il Belgio. Noi italiani, ma in generale noi europei, ci sentiamo tanto il centro del mondo ma in realtà alcuni non sanno nemmeno della nostra esistenza. 

La tua gara preferita? 

Ho un debole particolare per la Milano-Sanremo e in particolare per "Il Lombardia" perché sono le gare di casa. Il secondo passa proprio sulle strade in cui vado ad allenarmi: un'emozione incredibile vedere le scritte che incitano i grandi campioni mentre pedali. Un'altra gara che ho nel cuore e che mi ha sempre affascinato vedendola in tv è la Parigi Roubaix: amando il fuoristrada ritrovo una parte di me. Qualche anno fa ho avuto la fortuna di essere invitata da Trek a fare la gara amatoriale il sabato e la domenica seguire la competizione dei professionisti. Le classiche in Belgio sono davvero qualcosa da "fuori di testa". Non ho mai fatto il Fiandre e mi piacerebbe molto seguirlo: la partenza è qualcosa di mozzafiato, mi dicono. La piazza del foglio firma è un qualcosa di allucinante per la bellezza che trasmette. Chissà, magari un domani mi manderanno a seguirlo. 

Ci dai un tuo parere sul ciclismo femminile ad oggi? Avendolo praticato in prima persona crediamo tu possa spiegarci bene quali siano le problematiche principali è perché ad oggi continui ad essere considerato meno del ciclismo maschile. 

Secondo me bisogna evidenziare due aspetto diversi. Io lavoro anche per l'AssoCorridori e ci battiamo per far progredire il movimento: a livello di premi e di tutele. Se proprio non è possibile riconoscerle come professioniste almeno proviamo a fare piccoli passi avanti. La situazione è comunque migliorata: la nascita della Trek testimonia bene questo fatto. Dall'altra parte lo dico chiaramente: le ragazze spesso si lamentano e hanno ragione ma, a volte, dovrebbero lamentarsi meno e conquistarsi gli spazi che desiderano. Dovrebbero giocare sulla loro femminilità e sulla loro forza. Allo stesso tempo se pretendono di essere professioniste devono, poi, essere anche loro professionali al cento per cento. Ci sono ragazze molto in gamba, che si danno da fare e sono disponibilissime, cito Elena Cecchini ma è un discorso che vale per molte, altre meno. Alle Strade Bianche, per esempio, come giornalista seguo sia la gara femminile che quella maschile. Più di una volta capita di proporre interviste a ragazze del plotone e sentire risposte del tipo: "Non ho voglia. Casomai dopo." Se si ha l'occasione bisogna approfittarne. Vuoi per timidezza, vuoi perché non è considerata fondamentale la comunicazione, talvolta ci si sottrae agli spazi concessi. Qualcosa in più bisogna fare di sicuro perché, per esempio, il Giro Rosa, la corsa femminile più importante del panorama internazionale,  durante il Tour de France è difficile abbia lo stesso spazio dei ragazzi. D'altro canto un contributo deve venire anche dalle stesse ragazze. In ogni caso la situazione sta migliorando: le ragazze giovani mi sembrano più vivaci dal punto di vista comunicativo. 

Parliamo di idoli: prima di seguire le gare per lavoro quali erano i tuoi corridori preferiti? 

Io sono cresciuta seguendo Pantani e Armstrong. Avevo anche letto il libro del texano e mi era piaciuto molto, poi sappiamo tutti come è andata. Mi piaceva Pellizzotti e in generale i corridori combattivi. Non avevo un singolo atleta per cui tifare. Ma più ragazzi che mi piacevano per come interpretavano la gara. 

Da quando, invece, hai iniziato a fare questo lavoro c'è un atleta che ti è entrato particolarmente nel cuore per un gesto o un modo di fare?

Ho un bel rapporto con tutti praticamente. Un ciclista che mi è rimasto nel cuore e che rimarrà per sempre nel cuore è Michele Scarponi. Al di là di come è andata purtroppo la sua storia. Era uno di quelli che avevi il piacere di sentire per quello che ti regalava nelle chiacchierate oltre l'aspetto ciclistico. Non si parlava solo di gare. Più di una volta saltava fuori con "Sei fidanzata? Allora sei fidanzata? Ti devo presentare un amico?" E ridevamo di gusto. Molto scherzoso ma molto profondo. Mi ricordo in Argentina dopo l'incidente di Malori: anche per me era situazione particolare, la prima volta così lontana da casa con una situazione così brutta. Eravamo partiti tutto assieme e stavo veramente male pensando a questo ragazzo che restava in ospedale. Mi ricordo Michele che l'ultimo giorno in occasione dei festeggiamenti mentre c'era chi festeggiava mi è venuto accanto e mi ha detto: "Ma questi lo sanno che c'è un nostro compagno in ospedale?" Era sia il più simpatico di tutti che un ragazzo profondissimo. Tutta la famiglia di Michele è davvero speciale. 

Dove vuole arrivare Giulia De Maio? Sogni per il futuro? 

Sono molto contenta di quello che faccio ad oggi. Il mio sogno sarebbe fare il giro del mondo in bicicletta col mio fidanzato però servono soldi ma anche tanto tempo. Col nostro lavoro possiamo organizzarci i tempi lavorativi ma allo stesso tempo lavorando per più persone non hai mai un giorno libero. C'è sempre qualcosa da fare. Oltre questo sogno direi che desidero continuare così. L'idea sarebbe proprio avere un pochino più di tempo per coltivare le nostre passioni (tra cui la bici ha sicuramente un ruolo importante) e staccare un attimo. Non dico un mese all'anno ma qualche giorno in più rispetto ad ora. La nostra è una vita a tutta. Non ci si ferma mai. 

Parliamo un attimo della quotidianità di una giornalista. La tua giornata tipo nei mesi in cui non ci sono gare. 

Ieri per esempio mi sono svegliata con tranquillità e sono andata a pranzo al Bianchi Cafè per incontrare Roglic per un'intervista. In redazione non vado tutti i giorni, vado ogni tanto e spesso lavoro da casa visto che con le tecnologie di oggi si può scrivere da qualunque luogo. Nel pomeriggio sono andata in redazione e successivamente mi sono preparata per la serata degli oscar Tuttobici. Oggi mi sono svegliata con molta più calma, visto che ero ancora in coma da ieri sera, ho lavorato da casa, sono andata in palestra all'ora di pranzo, sono tornata e ora sto lavorando ancora un pochino di nuovo. Ecco la mia giornata.   





27/11/2018

Stefano Zago


condividi la pagina:
ALTRE NOTIZIE

condividi la pagina:



Associazione Diretta Ciclismo
via S.Pertini 159 - 55041 Camaiore (LU) - P.IVA 02302740465
Questo sito non è una testata giornalistica o similare e viene aggiornato senza alcuna periodicità esclusivamente in base ai contenuti dei collaboratiri del sito, pertanto, non pu essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62/01.
Informazioni su privacy e disclaimer Archivio