Faccia a faccia
Paolo Mei: Un microfono e tanta passione per il ciclismo

Paolo Mei: Un microfono e tanta passione per il ciclismo
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Dal 2011 è la sua voce ad accogliere gli appassionati alle più importanti di ciclismo del panorama internazionale: parliamo di Paolo Mei. Alle partenze del Giro d'Italia in coppia con Barbara Pedrotti, agli arrivi con il collega e amico Stefano Bertolotti sempre nel segno del sorriso e dell'intrattenimento. Dedizione e passione declinate ai massimi livelli per lui che, fin da ragazzo, aveva "occhi grandi solo per ammirare le biciclette". Non tutti sanno che i suoi inizi non furono su un palco, luogo in cui oggi si sente a casa, ma sulla sella di una mountain bike; solo un incidente nel lontano 2002 lo fece avvicinare, per caso, al mondo della narrazione sportiva. Diventa giornalista e passo dopo passo si fa strada fra i maggiori nomi del racconto ciclistico: oggi, a quarantaquattro anni, è considerato l'eccellenza in tema di speakeraggio. Lui smentisce e mostra la consueta umiltà. Si racconta con piacere tra soddisfazioni, aneddoti e la consueta brillantezza. 

Paolo, facciamo un passo indietro: torniamo ai tuoi diciotto anni. Raccontaci come eri da ragazzo. 

Completamente diverso da adesso: molto più timido e meno spigliato. Era il 1993, frequentavo l'istituto per geometri di Aosta ma studiavo pochissimo: in compenso mentre gli insegnanti spiegavano leggevo molte riviste specializzate nel settore ciclistico. Le stesse riviste mi venivano prontamente requisite dai docenti per essere poi riconsegnate a mio papà ai colloqui. Erano una sorta di corpo del reato. Dall'età di quindici anni, avevo infatti iniziato a andare in mountain bike e sognavo di diventare un professionista. Correvo con la Diamond Back, uno dei migliori team in circolazione, la stessa squadra del campione del mondo Massimo de Bertolis. La squadra aveva diverse società satellite ed io correvo in una di quelle. Quando non avevo la possibilità di correre o di seguire gare di mountain bike mi dilettavo leggendo riviste di ciclismo su strada: in realtà conoscevo ben poco il settore strada in quei tempi. Forse anche per il luogo in cui sono nato e abito: in Valle D'Aosta, in un paese a 1500 di altezza proprio non si parlava di bicicletta. In parte per le temperature, per i luoghi ma soprattutto per la mentalità che, non nascondiamoci, da noi non c'è mai stata. 

Come era nata questa passione per la mountain bike? 

È stato qualcosa di istintivo: nella mia famiglia nessun praticava sport o comunque nessuno praticava ciclismo. Il mio vicino di casa, però, nel 1988-1989 si comprò una mountain bike. Ricordo ancora la data tanto era bella. Mi appassionai grazie a lui; mio padre, poi, in occasione del mio diploma mi regaló la prima bicicletta. Io me ne innamorai: non era bella come quella del mio vicino ma aveva dei colori incantevoli. Iniziai così a disputare le prime gare, era il 1990-1991: le prime volte furono un autentico calvario. La passione però non si spense, anzi continuó ad alimentarsi. Ho sempre avuto un idolo: John Tomac. Fu lui a vincere i campionati del mondo di mountain bike a Il Ciocco nel 1991: era il quattro ottobre, il giorno del mio compleanno. 

Come arrivi alla narrazione del ciclismo? 

C'è una data che non scorderò mai: il sette maggio del 2002. Quel giorno caddi in bicicletta, un brutta caduta: frattura trimalleolare scomposta, gamba fratturata in cinque punti. Mi dovetti fermare per diversi mesi proprio nel mio periodo migliore, agonisticamente parlando. Pochi giorni dopo avrei dovuto affrontare una gara di triatlon a Saint Vincent: l'organizzatore mi chiamó e mi propose di andare lo stesso alla corsa per aiutarlo con il microfono in mano. Ci provai. Probabilmente non andai così male visto che soli quattro giorni più tardi fui richiamato per un'altra corsa. Bene, ad esperienza conclusa e guarito dopo la caduta, tornai a correre. Passarono quattro anni fra corse e qualche cantata notturna in locali per puro diletto. Nel 2006 morì uno fra i miei più cari amici: gli accadde un incidente in moto ma era malato di tumore da tempo. Fu un grande dolore. Da quel momento per tre anni organizzammo una gara per ricordarlo e per devolvere fondi alla Lega Italiana per la lotta ai Tumori. In quelle occasioni ero io stesso a presentare. In quel periodo inizió a balenarmi in testa l'idea che questa passione, lo speakeraggio, potesse diventare un lavoro. Tra il 2008 e il 2009 arrivarono i primi eventi; dapprima gare di sci e successivamente la prova più importante di quegli inizi: la Granfondo Fausto Coppi, a Cuneo. Un'occasione molto importante. Un ricordo a cui sono molto legato come sono molto legato agli organizzatori di quella competizione. 

Hai da subito avuto un buon feeling con il microfono? 

Assolutamente. Più che altro perché ho sempre avuto un ottimo feeling con ciò che raccontavo, con la bicicletta. Non esagero dicendo che io ho sempre vissuto per la bicicletta: stavo ore su quella sella, leggevo decine di riviste anche quando tornavo a sera, stanco dal mio primo lavoro, quello di geometra in uno studio tecnico a Cogne, dove abito. Ho da sempre una buona memoria e anche una certa tranquillità nell'affrontare ciò che conosco; doti che mi sono servite nel mio lavoro. Agli inizi mi buttavo anche in esperienze nuove: ricordo che comprai un piccolo impianto stereo e, alle gare, pur non essendo un deejay, mi improvvisavo tale mettendo musiche da me scelte per intrattenere il pubblico. Tutti fatti che visti col senno di poi mi fanno pensare che, forse, lo speakeraggio era da sempre la mia strada. 

Quale è stato il momento in cui hai capito che lo speakeraggio sarebbe potuto diventare effettivamente il tuo lavoro? 

Nel 2010 in occasione di due eventi a me molto cari: la Granfondo Fausto Coppi e il Gran Premio di Camaiore. Fui speaker e da lì mi si aprirono diverse porte: dapprima segui il Giro del Piemonte in compagnia di Barbara Pedrotti, successivamente agli inizi del 2011 iniziai a collaborare con Rcs cimentandomi alla Strade Bianche, alla Milano-Sanremo e alla Tirreno Adriatico. Ricordo benissimo che il 7 aprile di quell'anno ricevetti una telefonata da Rcs. Dapprima mi fecero uno scherzo dicendomi che non ero piaciuto e che non mi avrebbero preso per il Giro d'Italia. Successivamente mi svelarono che sarei stato proprio io lo speaker di quel Giro. Fu così che nove anni dopo la mia caduta del 2002, il 7 maggio 2011 salii sul palco di Torino per raccontare il mio primo Giro d'Italia. 

Quali sono gli insegnamenti maggiori che hai appreso in questi anni?

Innanzitutto ho capito un fatto fondamentale: un bravo speaker non è quasi mai uno speaker che parla molto. A premiarti non è mai la quantità, è la qualità: se non succede niente non c'è nulla da dire, se succede molto c'è tanto da dire. Bisogna guardare il pubblico: se hai di fronte un pubblico giovane ti comporti in un certo modo, se è un pubblico anziano in un altro, se vi è un mix devi mediare. Ho imparato a lavorare in squadra: fare lo speaker non è un lavoro individuale. È un lavoro di squadra: sono fondamentali i collaboratori, è importantissimo avere un buon rapporto con la squadra. Il risultato del tuo lavoro arriva da lì. In questo senso ringrazio Stefano Bertolotti, Zoran Filicic, Barbara Pedrotti e sono grato a Giusy Virelli e Alessandro Pesenti di Rcs Sport. Senza di loro sarebbe stato tutto più complesso. Ho capito che la musica è fondamentale e che il deejay è una figura essenziale. Come il regista o il producer. Grazie a questo lavoro ho limato la parte più istintuale del mio carattere, mi sono migliorato. 

Hai citato Stefano Bertolotti. Se non erro avete iniziato entrambi nel 2011 a lavorare per Rcs? 

Giusto. Ci conoscemmo qualche tempo prima proprio alla cronosquadre della Versilia. Successivamente il mio primo test importante a Rcs fu il Giro del Piemonte mentre la sua prima gara fu Il Lombardia che si corse un paio di giorni dopo. Da lì abbiamo sempre lavorato in coppia. 

Parlaci del tuo rapporto con Stefano.

È un rapporto molto bello: abbiamo iniziato come colleghi ma ad oggi siamo veri e propri amici. Ci sentiamo, come minimo, quattro volte a settimana. Credo che un punto a nostro vantaggio sia anche il fatto che abbiamo la stessa età. Grazie a questo abbiamo sviluppato una grandissima intesa pur mantenendo specificità differenti: sappiamo esattamente cosa fare e quando farla. Io so che lui è esperto nel settore pista e lui sa che io vado a nozze con il fuoristrada: i nostri interventi alle gare vengono suddivisi anche in base a queste competenze. Stefano preferisce commentare le volate, io le classiche e gli arrivi movimentati. Prima parlavamo di squadra: questo concetto è indispensabile, ad esempio per commentare un arrivo, per riconoscere gli altleti. La collaborazione è il primo punto. Siamo entrambi giornalisti ma indubbiamente Bertolotti ha più vena giornalistica mentre io sono più intrattenitore. Stefano è uno speaker di ciclismo al cento per cento, io faccio anche sci di fondo, sci alpino, combinata e salto. In realtà, anche al di fuori del ciclismo, sono molte le nostre diversità: abbiamo caratteri differenti, modi di fare differenti, gusti musicali differenti. 

Una cosa che hai imparato da Stefano Bertolotti

Racconto un aneddoto. Era il 2010: primissima occasione in cui ho lavorato con Stefano. Dovevamo presentare insieme la cronosquadre della Versilia di Michele Bartoli: una serata a Villa Bertelli, a Forte dei Marmi, davanti a tanti campioni. Stefano era uno speaker con quasi vent'anni di esperienza avendo iniziato nel 1993, io ero al secondo anno. Arrivai e lo trovai elegantissimo; io avevo addosso dei jeans strappati, un maglione e il primo paio di scarpe che avevo trovato a casa. Da lì capii che se avessi voluto continuare a fare questo lavoro avrei dovuto imparare a vestirmi in modo più istituzionale. A parte gli scherzi, un'altra lezione importante di quella serata fu l'importanza della normalità. Confesso che di fronte a tanti campioni ero quasi intimorito: non sapevo cosa chiedere, temevo di fare figure. Stefano chiese cose apparentemente semplicissime che però allietarono tutto il pubblico presente. Del resto credo che le caratteristiche salienti di Bertolotti siano proprio l'umiltà e la normalità. In tanti anni di collaborazione mai uno sgarbo o una discussione. Anzi, a dire il vero solo uno. Ma non glielo perdono ancora oggi (ride n.d.r)

Adesso vogliamo sapere questo retroscena, Paolo.

Ma certo. Tappa di Offida alla Tirreno-Adriatico: sale sul palco la Rabobank con Oscar Freire. Stefano mi si avvicina e mi dice: "Dai Freire fallo presentare a me: lo intervisto io, ci tengo". Acconsentii. Sta di fatto che poi Freire si ritirò e io non ebbi più modo di intervistarlo. Va bene tutto ma questa non gliela perdono (ride n.d.r)

C'è una particolare preparazione prima di una gara?

Nel tempo ci si rende conto di quanto poco si possa preparare. Personalmente non provo nulla tanto con Stefano quanto con Barbara Pedrotti. Le gare vanno vissute: quando sei sul palco ti rendi conto di cosa sia necessario fare. Ovviamente bisogna tenersi informati ma questo per noi è quasi naturale: il ciclismo è anche la nostra passione, seguiamo le gare anche se non lavoriamo. Questo per quanto concerne me e Stefano. Per Barbara Pedrotti il discorso è diverso: lei è una figura sicuramente meno tecnica rispetto a noi ma altamente scenica. Una ragazza molto gentile e molto rispettosa con una bellissima voce e una bella presenza. Io credo che il nostro palco sarebbe decisamente più povero senza di lei. Tornando alla preparazione: l'atto principale che compiamo prima di ogni gara è la stampa di una pagina in cui inseriamo i dati salienti di quella corsa in modo da averli pronti per il nostro lavoro. 

Ci sono differenze particolari tra il ciclismo e gli altri sport per quanto riguarda il mestiere dello speaker? 

Se parliamo di intrattenimento credo che il ciclismo sia la migliore palestra che possa capitare. Nel ciclismo allo speaker non viene chiesto solamente di raccontare la gara per le persone che assistono, il nostro ruolo, in questo senso, è meno tecnico. In occasione di una manifestazione ciclistica il nostro compito è quello di far appassionare le persone, di raccontare aneddoti, episodi, storie. Di dedicare del tempo anche al colore. L'appassionato verrebbe comunque ad assistere alla corsa: il tuo compito è prenderlo per mano e portarlo nelle pieghe della gara. Quando si lavora ad una competizione di sci invece il registro cambia: all'intrattenimento si dedicano altri e lo speaker deve privilegiare il dato tecnico. 

Il segreto più importante parlando di intrattenimento? 

La direzione deve essere sempre quella del sorriso. Sai, negli anni ho avuto la fortuna di lavorare e confrontarmi con intrattenitori di altissimo livello: da quando sali sul quel palco il pubblico deve essere un tuo "ostaggio". Devi avere occhi ovunque per capire cosa la gente si aspetta. Capisci così se hai davanti un pubblico che partecipa o un pubblico più intimidito. 

Se il pubblico non partecipa o comunque partecipa poco?

Purtroppo se il pubblico partecipa poco non ci sono molti antidoti. Succede. Devi accettarlo. Ovviamente spiace e ti poni sempre tante domande: ti chiedi dove hai sbagliato, pensi a cosa migliorare, alle possibili alternative. Certamente l'atteggiamento del pubblico influisce moltissimo su di te: se riesci a contagiare il pubblico con il tuo entusiasmo si crea un circolo virtuoso per cui anche la tua gioia nel raccontare si moltiplica e tutto funziona meglio. Quando si parla di pubblico a me viene sempre in mente la partenza di Cosenza al Giro 2013. Qualcosa di eccezionale. 

Vuoi raccontarci? 

Credo non ci siano parole. Pensa che dal quinto, sesto corridore che annunciai la gente presente mi fece eco gridando il cognome: io dicevo il nome e loro il cognome. Non dico che lo fecero per tutti i 180 atleti ma sicuramente per una buona settantina. Il giorno dopo, addirittura, mi venne conferito un premio dal comitato regionale della Federciclismo "per aver saputo entusiasmare il pubblico". Mai successo in dieci anni di Giro d'Italia. Ed io ho sempre lavorato allo stesso modo: il pubblico è il pubblico. Come ti sorprende lui nessuno. 

Mi hai descritto in modo particolare le volate. Vogliamo approfondire? 

Io dico sempre che una volata, in un grande giro, se tutto va bene è la cronaca più semplice che ti possa capitare: se conosci i corridori e riesci ad identificarli, in condizioni normali, non c'è nulla di difficile. Il fatto è che ci sono circostanze in cui le cose non vanno così agevolmente: certe volte nessuno si aspetta la volata e la volata arriva. Quando piove, spesso, gli atleti sprintano con la mantellina. A quel punto bisogna capire chi è rimasto nel plotone senza strumenti particolari: in cabina abbiamo le immagini che vedono i telespettatori da casa e la visuale sopraelevata che la postazione offre. Solitamente si è da soli perché il collega che lavora con te ai meno cinque chilometri dal traguardo si sgancia e si prepara alle premiazioni: solitamente ci alterniamo.  È complesso. Se capita di essere alle premiazioni ci si immedesima in colui che sta raccontando l'arrivo e si pensa alle possibili varianti. A fine tappa, tornando in hotel, ci si confronta. Si impara continuamente. Da Stefano in particolare: lui è bravissimo a raccontare le volate. 

Se dovessi scegliere tra partenze e arrivi? 

Amo moltissimo le partenze. Al Giro, negli ultimi anni, per questioni logistiche io e Bertolotti ci dividiamo: le tappe partono sempre più tardi e alla località di arrivo serve qualcuno sin dalle prime ore del pomeriggio. Se non optassimo per questa soluzione i trasferimenti, spesso lunghi, non ci consentirebbero di coprire tanto le partenze quanto gli arrivi. La mia preferenza per le partenze deriva dal mio benessere sul palco e dallo splendido rapporto che si crea con gli atleti. Credo di essere davvero un uomo fortunato: penso che nessun giornalista della carta stampata o delle televisioni possa avere il rapporto con gli atleti che riusciamo ad avere noi che raccontiamo le partenze. Conosco tutti gli atleti e con molti di loro ho un rapporto di consolidata stima e amicizia. 

Vuoi farci qualche nome di atleti che nel tempo sono diventati amici?

Ti indico tre nomi. L'atleta che umanamente mi ha lasciato di più è senza dubbio Michele Scarponi. Michele era meraviglioso: saliva sul palco, ti prendeva il microfono e iniziava a fare battute e a intrattenere il pubblico. Al termine dell'ultima del Giro 2011 gli dissi per scherzo che avrebbe dovuto regalarmi almeno un cappellino: lui si tolse la maglietta della Lampre e me la regaló. Si presentó in conferenza stampa in canotta pur di farmi questo regalo. Un altro ragazzo speciale è Alberto Bettiol: estroverso, simpatico come Michele. Ogni tanto ci sentiamo e c'è sempre la battuta pronta. Un rapporto diverso seppur altrettanto profondo è quello con Daniele Bennati: lui è più introverso ma abbiamo condiviso e condividiamo tanto. Dico sempre che questa è la parte più bella del mio lavoro: è vero. Quando facevo il geometra aspettavo la pausa pranzo per andare a casa e vedere in tv il pre-tappa; al ritorno a casa a sera vedevo la tappa attraverso le cassette che mi facevo registrare dai miei genitori. Oggi lì ci sono io. Proprio una bella storia. 

Oggi cosa dicono i tuoi genitori dei tuo lavoro? 

Loro non sono appassionati di ciclismo ma mi vedono felice di ciò che faccio e sono molto contenti per me. Del resto quale genitore non sarebbe entusiasta nel vedere il proprio figlio felice? 

Avevi modelli nel campo del giornalismo?

Sinceramente no ma per il semplice fatto che il giornalismo, nel mio caso, è capitato. Poi ho scelto io di prediligere questa strada ma all'inizio proprio non mi immaginavo potesse diventare il mio lavoro. Da quando ho iniziato il mio modello, anche se inarrivabile, è stato Adriano De Zan. Il suo modo di lavorare credo sia di ispirazione per tutti coloro che intraprendono questa strada. Personalmente trovo ci sia una frase che calza a pennello per la mia carriera: "Ho fatto malamente il ciclista per essere inattaccabile davanti al microfono. E con quello strumento tra le mani, mi sono divertito un mondo". Ho iniziato ad ispirarmi ad alcuni colleghi all'ingresso in Rcs. A due in particolare. Vorrei raccontare un aneddoto in proposito. 

Prego. Dicci tutto. 

Alla Tirreno-Adriatico del 2011 lavorai in coppia con Zoran Filicic, lui speaker con anni di esperienza io agli inizi. Ricordo che sul primo palco di quellla gara mi diede il microfono e mi disse: "Vai". Per dire la grandezza dell'uomo, per dire di quanto non conti chi parla di più, per tornare a sottolineare quanto sia importante il lavoro di squadra. Un modello è proprio lui, proprio Zoran. Per parlare del secondo modello dobbiamo fare un salto alla terza tappa di quella Tirreno: arrivo in volata a Perugia. Filicic va alle premiazioni e resto solo in cabina di commento. Erano presenti tutti i velocisti più quotati, chi vince? Il meno conosciuto dei fratelli Haedo, Juan Josè del team Saxo. Nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla sua vittoria e ben pochi lo avrebbero riconosciuto. Io lo riconobbi grazie a un colpo di fortuna: dalla postazione riuscii a vedere il numero della sua bicicletta. Terminato il nostro lavoro salimmo in auto per tornare in hotel. Ad un certo punto squillò il telefono di Zoran, rispose in vivavoce: era Salvo Aiello. Salvo telefonó per complimentarsi con me per aver riconosciuto il vincitore. Una soddisfazione molto importante per me: ricevere i complimenti da un nome di quel calibro che per me era un modello. In quella stagione molto mi dissero che assomigliavo ad Aiello: credo fosse il più bel complimento che potessero farmi. 

C'è stata una serata in cui, mi hai detto, ti sei reso davvero conto di aver fatto un passo importante nel mondo del lavoro e ti sei emozionato. 

Sì, la presentazione del percorso della Tirreno-Adriatico nel 2011. Mi ritrovai ad un tavolo a presentarla insieme a Vegni, ad Allocchio e alla direzione di corsa. La platea era composta da tantissimi giornalisti di fama nazionale. Lì capii veramente che stavo facendo qualcosa di importante: io, un ragazzo venuto da Cogne che si era improvvisato speaker non molti anni prima.

Qual è la corsa che preferisci raccontare? 

La Tirreno-Adriatico. 

Classiche o grandi giri? 

Classiche. I miei corridori preferiti sono corridori da classiche. 

Classica preferita? 

Giro delle Fiandre. 

Sogno lavorativo a breve termine?

Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Anche se devo dire che un mondiale da speaker non mi spiacerebbe affatto. 

Cosa pensi dell'informazione digitale?

Secondo me è il futuro. Personalmente oltre a fare il giornalista gestisco anche profili social di atleti e brand importanti: Francesco De Fabiani ed Ekoi su tutti. Bisogna essere sinceri: tutti usiamo il telefonino ed i computer, forse anche troppo. Iniziamo a scorrere la barra del telefono al mattino appena svegli e spesso non smettiamo fino a sera. Le notizie le leggiamo quasi tutti lì. Ormai il quotidiano cartaceo con articoli lunghi lo leggono ben poche persone. L'importante è che l'informazione digitale sia fatta bene. Se è fatta bene io sono assolutamente favorevole. 

I giovani di oggi ed il giornalismo. 

Sicuramente il web ha aperto molti varchi. Molte possibilità. Ormai una gara di ciclismo può essere raccontata in una varietà assoluta di modi, non solo attraverso la pagina di giornale o la televisione: Facebook, Instagram, Twitter, blog, siti internet. I social ad oggi sono una sorta di sito internet personale aperti a tutti. Va bene ma bisogna averne cura: fare attenzione a ciò che si scrive. Le persone leggono ciò che scrivi e ti giudicano anche in base a quello. Bisogna imparare a usarli bene, benissimo. Per questo ad oggi entrare in questo mondo è più facile; il problema spesso è rimanerci. Io lo dico sempre ai giovani: partite dalla passione. La passione deve essere il motore di tutto. Io se mi guardo  indietro vedo solo un ragazzo di quindici anni con occhi grandi che stravedeva per la bicicletta. Era pura passione. Non pensavo di farla diventare un lavoro o di guadagnarci. Anche oggi non mi sento arrivato e credo di avere ancora strada da fare. Se si inizia a pensare a quello non è già più passione secondo me. Se si inizia a fare qualcosa pensando di arricchirsi, non succederà mai. Bisogna iniziare e vedere cosa accade. Consapevoli del fatto che fare un lavoro che si ama equivale a non lavorare un giorno in tutta la vita. Un passo alla volta, senza fretta. 

In chiusura ti chiedo due sogni: uno a breve termine e uno a lungo termine.

A breve termine senza dubbio una vacanza in gravel, tra paesi e cittadine, per arrivare fino in Croazia o in Slovenia. Credo che la gravel sia il futuro del ciclismo: mi fa tornare quindicenne, mi fa tornare libero. A lungo termine? Semplice: incontrare e stringere la mano a John Tomac. Tutti sanno che ho intervistato e presentato grandissimi campioni del ciclismo, dello sci o della mountain-bike però io voglio incontrare Tomac. Nei prossimi dieci anni è obbligatorio. All'ultima spiaggia prenderò un aereo e andrò a cercarlo nel suo paese. Magari proprio con la mia gravel. 





08/12/2019

Stefano Zago


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