Giro d'Italia 2019
Simone Consonni in esclusiva: da Gaviria sto apprendendo il sangue freddo, a Pinerolo tappa da videogame per noi della UAE

Simone Consonni in esclusiva: da Gaviria sto apprendendo il sangue freddo, a Pinerolo tappa da videogame per noi della UAE

(foto: Bettini)

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L’ultimo Giro d’Italia ha riservato più di una soddisfazione alla UAE Team Emirates, grazie anche a Simone Consonni. Il bergamasco classe 1994, al debutto nel GT di casa, si è scoperto meglio nel corso delle tre settimane sia come velocista che come uomo squadra, centrando anche un 3° ed un 6° posto parziale nelle tappe di Santa Maria di Sala e Novi Ligure. Il pistard azzurro ha rivissuto ai nostri microfoni le fasi salienti della sua Corsa Rosa e di quella del team, tra la convivenza con Fernando Gaviria, per il quale sta cercando di maturare come apripista, gli oneri nel difendere la maglia rosa di Valerio Conti e le vicende interne del mitico “gruppetto sulle grandi montagne”.

 

Possiamo dire che come prima volta al Giro non ti sei fatto mancare nulla, con qualche guizzo personale e tanto lavoro per la squadra, sia per le volate di Gaviria che per la difesa della maglia rosa.

“Sì, è stata un’esperienza ricca e al tempo stesso positiva per me. In tutta sincerità speravo di supportare Fernando meglio di quanto fatto nei primi giorni, ma è pur vero che ci siamo confrontati con tanti treni più collaudati del nostro. Come team cercavamo almeno una vittoria e, sebbene sulla carta ne sia arrivata una ad Orbetello, non la sentiamo al 100% nostra, visto che non l’abbiamo conquistata sulla strada. Purtroppo Fernando ha dovuto abbandonare molto presto, quando aveva ancora diverse chance di incrementare il proprio bottino. Questo fatto mi ha permesso di giocarmi qualche sprint e, oltre alla caduta di Modena, ho rimediato un paio di bei piazzamenti. A livello personale sono quindi più che contento di questo Giro, dal quale ho capito tuttavia che devo ancora migliorare molto come ultimo uomo”.

 

Nonostante le numerose difficoltà hai superato bene anche lo scoglio della terza settimana, centrando anche un podio di tappa a pochi giorni dal termine. Ti aspettavi una simile tenuta alla distanza?

“L’ultima settimana è stata veramente dura e non nascondo che in più di un’occasione ho avuto la tentazione di mollare. Noi ruote veloci abbiamo fatto tanta fatica, ma il bello dei GT sta anche nel fatto che ti spronano a tenere duro e a superare i momenti di sofferenza. A Santa Maria di Sala eravamo tutti al limite e infatti non siamo riusciti a chiudere su una fuga di soli tre elementi. Onore comunque a Cima e agli altri due ragazzi, che sono andati fortissimo per tutta la giornata”.

 

Pensi quindi che in quella tappa il gruppo non abbia un po’ sottovalutato gli attaccanti?

“Abbiamo fatto la prima ora e mezzo pancia a terra proprio per non far partire un’azione numerosa e, una volta andati via in tre, sembrava una situazione ideale da controllare. Tutto sommato sono stati fatti anche dei calcoli giusti nel condurre l’inseguimento, ma la verità è che le energie erano al lumicino per chiunque. Sono molto contento per Damiano, anche se qualora fossi riuscito a saltare Ackermann e a piazzarmi secondo mi sarebbero di sicuro girate un po’ scatole. Diciamo quindi che l’esito della tappa non è stato neanche così amaro per me”.

 

Come squadra rimarrete nella storia di questo Giro per le maglie rosa di Conti e Polanc, che si sono passati il testimone grazie ad una sorprendente quanto scaltra scelta tattica nella frazione di Pinerolo. Era previsto sin dal mattino di mandare lo sloveno all’attacco o è stata una mossa improvvisata?

“Dopo la tappa dell’Aquila ci siamo resi conto che non avremo avuto i mezzi per difendere la maglia in un’altra giornata combattuta e di media montagna. La squadra del resto era costruita soprattutto per le volate di Gaviria e, a seguito anche dei ritiri di Molano e dello stesso Fernando, la coperta risultava oltremodo corta. Quel giorno sul bus ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso che sarebbe stato meglio attaccare piuttosto che dilapidare energie dal km 0 per proteggere Valerio, correndo comunque il rischio di perdere il primato in favore di qualche uomo di classifica. Quando il nostro manager Matxin Fernandez ci ha spiegato che l’obiettivo era quello di mandare Polanc in fuga per prendere la rosa ci sembrava un po’ un’idea da videogame, ma alla fine tutto si è incastrato alla perfezione, anche con una buona dose di fortuna. Quando abbiamo capito che Jan era nell’azione buona e che era anche quello messo meglio nella generale tra gli uomini davanti non credevamo quasi ai nostri occhi. È stata una delle rare volte in cui si è concretizzato per filo e per segno il piano disegnato nella riunione del mattino”.

 

Andando oltre quanto successo a Pinerolo come giudichi il comportamento del team?

“La maglia rosa per noi non era esattamente nei programmi, ma una volta arrivata credo che ci siamo mossi da grande squadra per difenderla. A L’Aquila abbiamo dovuto affrontare subito una giornata molto difficile, con io, Bohli e Marcato che non avevamo le caratteristiche per rimanere a lungo in testa al gruppo su un percorso del genere. Con il nostro lavoro in pianura e quello di Ulissi e Polanc in salita siamo comunque riusciti a resistere, superando forse l’ostacolo più importante che ci divideva dalle grandi montagne. Quando ti ritrovi in rosa anche i gregari tirano fuori sempre quel qualcosa in più, specie nel caso di un gruppo a maggioranza italiana come il nostro. Io stesso penso di aver tirato più nella sola tappa dell’Aquila che in tutta la mia carriera fino a quel momento”.

 

Questo Giro non ha rappresentato il tuo esordio assoluto nei GT, visto che nella scorsa stagione hai disputato e portato a termine la Vuelta. Che differenze hai riscontrato in queste due prove?

“Da italiano il Giro è senza dubbio più intenso a livello emotivo. Sei più conosciuto dal pubblico e spesso capita di correre su strade che hai battuto con costanza sin dalle categorie giovanili. C’è inoltre una grande differenza in termini di percorsi. Le giornate di montagna alla Vuelta non sono certo paragonabili per durezza e distanza a quei 2/3 tapponi presenti invece in ogni edizione della Corsa Rosa”.

 

Proprio nei tapponi di quest’anno avrai maturato anche una sostanziosa esperienza di “gruppetto”. Raccontaci qualcosa delle dinamiche del famigerato drappello dei velocisti.

“I componenti del gruppetto è come se facessero tutti parte della stessa squadra. Vivere i suoi meccanismi da dentro è davvero divertente e a Santa Maria di Sala è stato quasi strano battagliare con dei corridori che appena due giorni prima mi avevano aiutato ad arrivare al traguardo. Ogni volta c’è chi entra ed esce dalla rete, ma con i frequentatori più assidui, in occasione delle tappe più dure, ci si confronta anche in maniera ironica sul da farsi sin dal villaggio di partenza. Ci tengo a sottolineare tuttavia che pure nel gruppetto si procede a tutta, soprattutto nelle discese e nei tratti in pianura, dove ci si dispone spesso in doppia fila. Le stesse salite vengono affrontate a ritmo sostenuto per i nostri standard e soltanto negli ultimi 20/30 km, se l’aritmetica lo consente, ci si può concedere un minimo di rilassamento”.

 

Al Giro quest’anno quali sono state le colonne portanti del gruppetto?

“Il capo indiscusso del gruppetto è stato Jacopo Guarnieri. Per qualsiasi dubbio o necessità bastava rivolgersi a lui e risolveva tutto con uno schiocco di dita. Quando lo vedevi mollare nei finali potevi tranquillamente allentare la tensione anche te. Per una consulenza in tempo reale sul tempo massimo e sul ritmo da tenere il referente era invece Paolo Simion. Se Jacopo ha ricoperto il ruolo di gran maestro Paolo è stato invece senza ombra di dubbio il ragioniere della situazione”.

 

Tornando al fronte volate. Che leader è Gaviria sia sotto l’aspetto tecnico che umano?

“Fernando è una persona davvero tranquilla e con lui ho stretto un bel rapporto sin dal primo ritiro dello scorso inverno. Chi segue il ciclismo dall’esterno potrebbe immaginarselo come una sorta di divo, ma conoscendolo nel privato ti puoi rendere conto di quanto sia invece semplice ed umile. Anche nelle situazioni di gara più delicate non perde mai la calma e riesce a trasmettere sicurezza agli stessi compagni. Negli sprint all’inizio abbiamo faticato un po’ a trovare sintonia, proprio perché io tendo ad approcciarli con un po’ troppa ansia. Da quando siamo in squadra assieme sto cercando di fare tesoro di questo suo atteggiamento lucido e rilassato, in modo da replicarlo a mia volta quando mi trovo nella mischia. Lo stesso 3° posto di Santa Maria di Sala è merito dei suoi insegnamenti. All’ultimo km sono rimasto infatti un po’ chiuso e, fino a poco tempo fa, avrei compromesso le mie gambe soltanto per uscire dall’impasse, ben prima dell’inizio della vera e propria volata. Stavolta invece sono rimasto vigile in attesa del momento giusto e ai -300 si è aperto infatti un varco buono per lanciarmi”.

 

Hai detto che stai cercando di crescere anche come apripista. Pensi che in futuro potresti specializzarti proprio in questo ruolo?

“Di base voglio puntare ad essere un corridore più completo possibile. Il lavoro che sto facendo per Fernando in questo periodo penso mi potrà aiutare sia ad essere uno sprinter migliore, che a capire le mie reali capacità come pesce pilota. Al momento riesco a piazzarmi con buona costanza anche ai massimi livelli, ma non ho ancora le carte in regola per battere in un confronto testa a testa i velocisti più forti del lotto. È per questo motivo che ad oggi intento continuare a curare entrambi i fronti”.

 

Come proseguirà adesso la tua stagione in quanto a gare?

“A giugno disputerò la Ronde van Limburg, il GP Gippingen ed il Giro di Slovenia, per poi concludere il blocco post-Giro con il campionato italiano. Spero di sfruttare la condizione al meglio e di raccogliere subito qualche soddisfazione, anche perché mi manca la sensazione della vittoria. Mi sento invece di escludere l’eventualità di inserire nel programma la Vuelta. Sono già a 60 giorni di corsa quest’anno e non credo che il mio fisico risponderebbe bene ad un ulteriore GT”.

 

Chiudiamo con una battuta sulla tua attività su pista. Come stai vivendo il countdown per le Olimpiadi di Tokyo?

“Con il gruppo della nazionale abbiamo un gruppo Whatsapp in comune e vedo che i ragazzi sono sempre molto attivi. Pur non avendo più a disposizione un velodromo al coperto alcuni sono andati di recente a provare una struttura in Slovenia, mentre stanno riprendendo anche gli allenamenti estivi al Vigorelli. In questo periodo noi che siamo impegnati anche con la strada facciamo fatica ad essere sempre presenti ai vari stage, ma con la testa siamo già tutti proiettati verso questo obiettivo, che sarà il più importante del 2020. Siamo cresciuti tanto nelle ultime stagioni e, dopo aver visto Viviani trionfare a Rio, sarebbe un sogno salire sul podio”. 





10/06/2019

Marco Bea


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