Mondiale Yorkshire 2019
Antonio Tiberi in esclusiva: per prendermi l'oro ho messo da parte calcoli e paure, dalla Trek opportunità da cogliere al volo

Antonio Tiberi in esclusiva: per prendermi l'oro ho messo da parte calcoli e paure, dalla Trek opportunità da cogliere al volo

(foto: Bettini)

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Se prendiamo per buono il detto “la verità è figlia del tempo” quella di Antonio Tiberi è stata per distacco l’impresa più bella e clamorosa del mondiale dello Yorkshire. Per strappare la medaglia d’oro nella prova a cronometro Juniores il laziale classe 2001 ha infatti dovuto combattere sia contro le lancette che contro la sfortuna, a causa di un guasto meccanico, rottura della pedivella sinistra nello specifico, che lo ha appiedato appena scattato dai blocchi di partenza. Dopo il concitato cambio di bici, costatogli tra i 30 e i 40’’, l’azzurro ha tirato fuori una straordinaria cattiveria agonistica, che gli ha permesso di stampare un tempo inarrivabile per tutti i rivali, compresi i più quotati dell’ultimo blocco. L’atleta in forza al Team Franco Ballerini Juniores-Due C, già certo del passaggio nel World Tour con la Trek-Segafredo per il 2021, ha rivissuto con noi i momenti salienti della sua cavalcata, in un’intervista esclusiva in cui c’è stato modo di chiarire anche alcuni aspetti sul suo percorso di crescita.

 

Sono passate ormai due settimane dal trionfo, nelle quali avrai avuto modo di realizzare meglio tutto quanto. Come ci si sente ad essere campione del mondo?

“In questi giorni ho sperimentato un bel vortice di emozioni, ma orgoglio e felicità sono senza dubbio quelle che prevalgono. Per il resto ho vissuto il mio ritorno in Italia con grande serenità. Ad eccezione dell’interesse mediatico nei miei confronti non ci sono stati infatti particolari scossoni rispetto alla mia vita di prima”.

 

L’imprevisto che ti ha coinvolto in partenza avrebbe affossato chiunque in quanto a morale e concentrazione. Cosa è scattato invece nella tua testa quando sei risalito in sella?

“Mi sono semplicemente reso conto di non aver più niente da perdere e ho iniziato a spingere sui pedali senza fare calcoli. Mi sono preso anche dei bei rischi nelle curve e nelle discese, ma sapevo che soltanto con quel tipo di atteggiamento avrei avuto delle chance di siglare un tempo importante. Sarebbe paradossale dire che quella partenza ad handicap mi abbia aiutato a vincere, ma sicuramente mi ha spronato ad affrontare la prova in maniera più sciolta e decisa”.

 

Nella bici di scorta non avevi neanche il computerino ed il misuratore di potenza. Come ti sei trovato a gestire lo sforzo senza supporti tecnologici ed i relativi riferimenti?

“Già di mio sono uno che in gara non sta troppo a badare a valori come battiti e wattaggi. Non mi sono quindi trovato a disagio nel procedere a sensazione, visto che mi sarei comportato più o meno allo stesso modo anche con la prima bici. Del resto soprattutto nelle crono conta soltanto andare a tutta, sempre tenendo conto di come stanno le gambe”.

 

Cosa ti aveva spinto ad optare in partenza per la bici fornita dalla federazione, anziché quella che utilizzi tutto l’anno con il club?

“È stata una scelta personale, dovuta in primis a ragioni di assetto. Nelle prove della vigilia ci siamo resi conto che con la Pinarello avrei raggiunto il giusto mix tra telaio e componenti per ottenere il massimo vantaggio aereodinamico. Non si parla certo di differenze abissali rispetto alla KTM con cui poi sono andato a vincere. Si è trattato di una questione di dettagli, che sappiamo però quanto possano incidere in una prova del genere”.

 

Quando ti sei seduto nella “hot seat” penso che non avresti mai immaginato un epilogo del genere. Come hai vissuto l’attesa, anche abbastanza lunga, dell’arrivo rei restanti corridori?

“All’inizio pensavo che mi avrebbero battuto almeno in 3 o 4. Poi quando ho realizzato di avere al mio fianco dei nomi da medaglia come Leijnse e Brenner la mia prospettiva è decisamente cambiata. Soltanto quando ho visto sfilare alle mie spalle i primi atleti dell’ultimo blocco ho capito però di essere vicino a qualcosa di davvero grande”.

 

Nella gara in linea invece abbiamo visto emergere non solo delle notevoli individualità, ma anche delle squadre, come Stati Uniti ed Italia, molto compatte. Quanto è importante e al tempo stesso difficile saper correre insieme anche in queste rassegne internazionali?

“Quella di fare gruppo sia dentro che fuori le corse è una caratteristica basilare per qualsiasi squadra. Con gli altri ragazzi della nazionale abbiamo coltivato questo aspetto in maniera molto naturale, sebbene ci fossimo trovati tante volte come avversari durante la stagione. Nella gara in linea in particolare è stata molto importante la comunicazione tra di noi, che ci ha aiutato ad uscire bene dai momenti più delicati. Il tracciato era molto tecnico e di difficile interpretazione, anche per via delle condizioni meteo. Dal canto mio infatti ho sofferto un po’ la pioggia e il freddo con il passare dei km, arrivando nel finale con le gambe piuttosto dure”.

 

In ottica futura che tipo di corridore ambisci a diventare?

“Sicuramente spero di poter dire la mia nelle gare a tappe. In base a quello che dimostrato fino ad ora sento di definirmi come un passista-scalatore, visto che mi trovo piuttosto bene sia nelle crono, che sulle salite più lunghe e regolari. Nelle prove di categoria non ho mai accusato particolari problemi nemmeno sul fronte del recupero, il che mi rende piuttosto fiducioso per il futuro, quando bisognerà in sostanza quadruplicare, rispetto agli standard da Junior, i giorni di gare consecutivi”.

 

Vieni da un regione, come il Lazio, purtroppo un po’ periferica nello scacchiere del ciclismo giovanile italiano e, non a caso, sei dovuto presto approdare in delle società toscane per proseguire la tua attività. Che ruolo hanno ricoperto le persone intorno a te nel tuo percorso sportivo?

“Una parte fondamentale l’hanno recitata i miei genitori e a loro devo molto di quello che sono riuscito a fare fino ad oggi. In Toscana poi ho avuto la fortuna di trovare sempre dei tecnici davvero intelligenti e preparati, che mi hanno saputo supportare al meglio nella mia crescita”.

 

Per il 2021, al termine della tua prima stagione da Under 23 con la Colpack, è già stato ufficializzato il tuo passaggio nel World Tour con la maglia della Trek-Segafredo. Per quali ragioni hai deciso di provare così presto il salto tra i grandi?

“Entrambe le squadre mi hanno concesso un’opportunità importante e ho voluto coglierla al volo. La scelta è stata comunque molto ponderata e nei prossimi anni cercherò prima di tutto di non esagerare. Il mio obiettivo principale sarà quello di fare esperienza e di apprendere dai corridori più navigati, a partire da Vincenzo Nibali. Dal 22 al 27 ottobre sarò negli Stati Uniti per il primo raduno pre-stagionale della Trek. Sarà una bella occasione per prendere confidenza con l’ambiente e per cominciare a respirare l’aria del professionismo”.

 

Ormai vediamo sempre più ventenni bruciare le tappe e presentarsi subito ad altissimi livelli anche nel World Tour. Pensi che l’esplosione del fenomeno Evenepoel abbia messo ulteriore di fretta a riguardo a tutti voi atleti della generazione 2000/2001?

“Forse un po’ sì, sebbene Remco vada oltre ogni valutazione logica. La genetica è stata dalla sua parte e penso sia davvero impossibile paragonare il suo percorso con quello di qualsiasi altro corridore. Io resto dell’idea che non bisogna farci troppo influenzare dai suoi risultati e continuare a lavorare con calma. Per essere al top in questo sport del resto bisogna avere pazienza, soprattutto se si punta ai grandi giri”.

 

In quali aspetti pensi di dover migliorare maggiormente nell’ottica del tuo futuro passaggio tra i pro’?

“Dal prossimo anno la novità più complicata da assorbire sarà quella del chilometraggio. Con gli Junior è una rarità affrontare distanze superiori ai 130 km, che saranno invece la regola già per le sole corse Under 23. Dovrò affinare con particolare attenzione anche la mia capacità di limare, visto che le dinamiche di gruppo dei professionisti sono completamente diverse da quelle delle categorie giovanili”.

 

Sei giunto ormai al termine del tuo biennio da Juniores ed è il momento quindi di tracciare anche dei piccoli bilanci. Cosa ti porterai dietro in particolare da questa categoria e dalle ultime due stagioni?

“Questi due anni mi hanno insegnato che non devi mai pretendere troppo da te stesso a livello di risultati. Gli imprevisti sono ogni giorno dietro l’angolo e, anche quando non arriva quello che speravi, bisogna mantenere sempre razionalità e sangue freddo. Tra gli Juniores mi sono inoltre reso conto di quanto sia importante presentarsi alle gare con un’ottima preparazione. Gli avversari non ti concedono nulla e per reggere il confronto non si può improvvisare nulla, anche nel modo in cui gestisci la settimana”.





09/10/2019

Marco Bea


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