Mondiale Yorkshire 2019
Samuele Battistella in esclusiva: non sono in maglia iridata per un colpo di fortuna, il VAR è intervenuto su Eekhoff secondo le regole

Samuele Battistella in esclusiva: non sono in maglia iridata per un colpo di fortuna, il VAR è intervenuto su Eekhoff secondo le regole

(foto: Bettini)

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Ci sono tanti incroci del destino dietro alla medaglia d’oro di Samuele Battistella nella prova in linea Under 23 del mondiale dello Yorkshire. La sorte ha infatti voluto che a spezzare il digiuno azzurro nella categoria fosse proprio il veneto classe 1998, diretto nel suo club d’appartenenza, ovvero la Dimension Data for Qhubeka, da quel Francesco Chicchi che fu l’ultimo a regalarci un simile gioia nel 2002 a Zolder. Il successo del nostro portacolori è stato inoltre il più discusso di tutta la rassegna iridata, a causa della squalifica per un dietro-macchina prolungato, ravvisato soltanto al termine della gara tramite il controllo al VAR, dell’olandese Nils Eekhoff, uscito vincitore sulla strada dopo un’intensa lotta senza quartiere nel circuito finale di Harrogate. Questo singolare episodio è stato solo uno dei numerosi temi che ha affrontato con noi l’atleta di Castelfranco Veneto, destinato al salto nel World Tour il prossimo anno, in un’intervista esclusiva dal sapore iridato.

 

“Campione del mondo”. A due settimane di distanza dal tuo trionfo qual è il tuo stato d’animo quando senti pronunciare queste tre semplici parole?

“In tutta onestà devo ancora realizzare bene la cosa e credo ci vorrà un altro po’ di tempo. Posso solo dirti che, in questi ultimi giorni, ho provato delle sensazioni indescrivibili ad indossare la maglia alla Coppa San Daniele e al Piccolo Lombardia. Soltanto avendola sulle spalle puoi capire quanto sia speciale e quanto ti renda un corridore diverso da tutti gli altri in gruppo. Il ritorno alla routine è stato davvero intenso ed emozionante anche al di fuori delle gare. Amici e parenti ad esempio hanno voluto organizzare una grande festa appena rientrato a casa dallo Yorkshire, a cui penso abbiano partecipato su per giù 400 persone”.

 

Il modo in cui è arrivato il tuo oro ha rappresentato un caso senza precedenti nella storia dei mondiali. Pensi che questa vittoria sub iudice ti abbia tolto qualcosa in quanto ad emozioni o che invece, proprio perché inaspettata, abbia avuto un sapore ancor più speciale?

“Subito dopo il traguardo ero piuttosto amareggiato, perché di averla persa più per colpa mia che per la superiorità dell’avversario. La rabbia però si è trasformata in una grande gioia appena saputo della squalifica di Eekhoff. Diciamo che il mio unico rammarico è quello di non avere una mia foto a braccia alzate sulla linea d’arrivo, ma resto comunque molto contento di quello che ho fatto. Un oro al campionato del mondo è sempre un oro al campionato del mondo, a prescindere da come si vince”.

 

Senti quindi questa maglia iridata tua al 100%?

“Assolutamente sì, anche perché in gara, tolto lo sbaglio nell’impostazione della volata, penso di aver dimostrato di essere il più forte. Quello che ho ottenuto me lo sono andato a cercare e non è certo stato un colpo di fortuna. Di sicuro questa vittoria non la percepisco come un regalo”.

 

Andando un po’ oltre quello che è stato il risultato finale, che idea ti sei fatto riguardo all’intervento del VAR, specie a livello di tempistiche, in questa vicenda?

“In merito il regolamento UCI parla molto chiaro. Finché si rimane all’interno della coda delle ammiraglie in fase di rientro non c’è nessun problema, ma nel caso in questione Eekhoff ha riagganciato lo stesso convoglio soltanto grazie ad un dietro-macchina tutt’altro che breve. C’è chi dice inoltre che sarebbe stato più corretto espellerlo subito, ma anche in tal senso le norme prevedono che il collegio di giuria, prima di prendere qualsiasi decisione, deve riunirsi ed esaminare le immagini a gara conclusa. Non c’è stata quindi alcuna stranezza, anche perché oltre all’olandese hanno squalificato per la stessa ragione altri corridori, tra cui il mio compagno di nazionale Konychev”.

 

A livello tattico invece vi aspettavate che la corsa potesse esplodere in maniera così netta ben prima dell’ingresso nel circuito di Harrogate?

“Il CT Marino Amadori aveva portato me ed Aleotti proprio per essere coperti in caso di corsa dura, mentre per un arrivo a ranghi compatti o per un finale più morbido avevamo da giocarci Dainese, Konychev e Covi. Come nazionale avevamo quindi pianificato ogni dettaglio ed eravamo pronti ad affrontare qualsiasi scenario tattico. La corsa poi ha voluto che fossi a trovarmi davanti nel momento decisivo e a guadagnarmi il ruolo di unica punta”.

 

Come hai reagito quando, una volta scoppiata la bagarre, ti sei reso conto di essere l’unico azzurro nel primo ventaglio?

“Di gambe mi sentivo molto bene, quindi speravo soltanto di arrivare nel circuito senza ulteriori scossoni, per provare a scremare il gruppo nello strappo più duro. Conoscevo tanti componenti del drappello di testa e sapevo che ne avrei potuti mettere in difficoltà con un bell’attacco in salita. La mia speranza era quella di selezionare un ulteriore drappello di 7/8 elementi, in modo da aumentare le mie chance di vittoria. Per fortuna siamo andati avanti compatti fino al punto prescelto. Se ci fossero stati degli attacchi importanti prima, magari con dentro atleti delle nazionali in superiorità numerica, sarebbe stato senza dubbio un bel problema”.

 

Sei stato quindi bravo nel mantenere sempre freddezza e lucidità nell’analizzare la situazione. Anche la scelta di non prendere ulteriori iniziative nell’ultimo giro, quando viaggiavi in compagnia dei soli Pidcock, Foss e Bissegger, è stata ponderata?

“Sì, perché sentivo di essere più veloce di questi avversari in una volata a quattro. Sinceramente non mi sono accorto che fossero così vicini anche Eekhoff, Higuita e Kron, altrimenti mi sarei inventato qualcosa almeno per tenerli più a distanza. La lavagna li dava con 30’’ di ritardo ai -6 e ho pensato che ormai non avrebbero più avuto lo spazio per colmare il gap. Senza dubbio il loro rientro ha incasinato non di poco lo sprint, anche perché in fase di lancio ci siamo allargati parecchio, andando a ricoprire quasi tutta la sede stradale”.

 

Si parla molto di te come un prospetto per le gare a tappe, ma i risultati migliori, soprattutto quest’anno, li hai siglati nelle prove secche. La vittoria nello Yorkshire ti ha aiutato a capire che tipo di corridore potresti essere in futuro?

“Sicuramente mi ha dato conferma che posso dire la mia anche nelle classiche più impegnative e nei finali nervosi. Adesso devo soltanto capire quale sia la strada più giusta per me. In tal senso sarà soprattutto il tempo a chiarirmi le idee, sebbene spero di trarre indicazioni importanti già dalla prossima stagione, la mia prima da professionista a tutti gli effetti”.

 

La promozione dalla squadra Continental a quella World Tour della Dimension Data ti proietterà in una dimensione tutta da scoprire, pur all’interno di un ambiente che già conosci in parte. Cosa ti aspetti dal tuo primo anno nella massima categoria?

“Di certo cambieranno molte cose, a partire dall’impostazione della stagione e dalla tipologia di corse che andrò ad affrontare. In linea di massima dovrei infatti disputare molte gare a tappe in più di quelle a cui ero abituato da Under 23. Sarò seguito inoltre con uno staff completamente diverso da quello della formazione vivaio, quindi ci saranno delle novità anche a livello di approccio e metodo di lavoro”.

 

In quest’ultima annata hai preso parte, con alterne fortune, alle tre corse a tappe più dure della categoria, ovvero il Giro d’Italia, il Giro della Valle d’Aosta ed il Tour de l’Avenir. Qual è il tuo bilancio al termine di queste importanti esperienze?

“Innanzitutto mi hanno permesso di capire che devo migliorare ancora nel recupero, visto che ogni volta sono sempre arrivato piuttosto tirato negli ultimi giorni. Per le gare a tappe si tratta soprattutto di una questione di abitudine e negli ultimi anni, per vari motivi, non sono riuscito a farne molte. Dei malanni ad esempio mi hanno impedito nelle ultime due stagioni di portare a termine il Giro d’Italia e vi assicuro che tenere duro fino al termine in una prova così impegnativa, sulla distanza dei 10 giorni, ti cambia davvero il motore. All’Avenir di quest’anno invece una foratura nell’ultima frazione mi ha tagliato fuori dai giochi per la top 10, quando viaggiavo al 5° posto della generale”.

 

Ultimamente stiamo vedendo sempre più talenti, come Bernal, Pogacar ed Evenepoel, affermarsi nei massimi palcoscenici ad un età che li consentirebbe di correre ancora tra gli Under 23. Questa inversione di tendenza nel ciclismo a tuo avviso sta mettendo maggiori pressioni a voi giovani?

“Non posso negare che nel vedere questi fenomeni così precoci cresca un po’ di pressione, ma penso che ogni atleta abbia i suoi tempi di maturazione. Sono convinto infatti che un ciclista debba rispettare senza forzature la sua età biologica ed il suo sviluppo fisico. Del resto non ci sono certezze su quanto possa durare la carriera ad alti livelli di un ragazzo che parte full-gas già dalla sua stagione d’esordio. Io voglio ragionare in prospettiva e fare le cose in maniera graduale. Ciò non significa che l’anno prossimo mi debba ritirare in tutte le corse, ma a neanche 21 anni compiuti credo ci sia tutto il tempo per riuscire ad imporsi”.

 

C’è un appuntamento in particolare in cui ti piacerebbe fare bene nel corso della tua avventura nel professionismo?

“Mi piacerebbe molto essere protagonista nei GT, a partire dal Giro d’Italia. Sono consapevole comunque che non saranno un obiettivo per il 2020, visto che rappresentano una fatica troppo pesante per qualsiasi neopro’. Spero in ogni caso di poter fare presto un’esperienza del genere”.





11/10/2019

Marco Bea


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