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Andrea Cacciotti in esclusiva: tenuti all'oscuro per 3 mesi delle sorti della Epowers, troppi i giovani di talento costretti a smettere come me

Andrea Cacciotti in esclusiva: tenuti all'oscuro per 3 mesi delle sorti della Epowers, troppi i giovani di talento costretti a smettere come me
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Sembrava essere l’occasione della carriera, ma per Andrea Cacciotti e tanti altri il progetto della Epowers Factory Team si è rivelato un raggiro dai risvolti oltremodo amari. Il 23enne laziale figura infatti tra i 9 neopro’ azzurri sedotti ed abbandonati dalla sedicente formazione italo-ungherese, che ha lasciato con un pugno di mosche in mano, dopo aver caldeggiato addirittura la partecipazione al prossimo Giro d’Italia, quasi 50 persone tra atleti e staff. L’ex portacolori della Casillo-Maserati, con la quale ha ottenuto 3 successi nell’ultima stagione da Elite, ha ricostruito con noi i vari passi della vicenda, dalle promesse iniziali del management italiano, rappresentato da Sandro Lerici, alla firma del contratto, con annessa clausola capestro, fino alla lenta ed inesorabile processione verso il 22 novembre, data dell’annuncio ufficiale della chiusura di una realtà deceduta ancor prima di nascere. Nel corso di questo intenso a tu per tu abbiamo raccolto anche il serio grido di allarme di Andrea, giunto ad appendere la bici al chiodo a seguito di questa vicenda, nei confronti di un ciclismo sempre più tritacarne ed illusorio per tanti giovani, non importa se dotati di talento e potenzialità.

 

Iniziamo a ripercorrere la tua storia in ordine cronologico. Quando e come si è consumato il primo approccio con gli esponenti della Epowers?

“Il team manager della Casillo Omar Piscina conosceva di persona Sandro Lerici e, una volta venuto a sapere della nascita di questa nuova squadra, si è attivato per presentare il mio profilo. Verso metà agosto ho inviato il mio curriculum ed i miei test atletici a Lerici, che mi ha richiamato circa un mese dopo, confermandomi la loro intenzione di ingaggiarmi. Al telefono mi ha illustrato i capisaldi del progetto e mi ha poi messo in contatto con il DS Valerio Tebaldi, con il quale mi sono accordato per mettere tutto nero su bianco”.

 

Dove e come si è svolto l’incontro con Tebaldi per la stipula del contratto?

“Mi ha dato appuntamento al casello di Grumello del Monte, dal quale ci siamo diretti in un centro commerciale della zona. Alla fine ho firmato in un semplice bar, quando invece mi sarei aspettato di svolgere la cosa nella sede fisica della società o, almeno, in uno studio notarile. Il contratto originale era in inglese, come da modello UCI, ma ho sottoscritto anche una copia in italiano. Il tutto è durato il tempo di un caffè, 10 minuti al massimo, con Tebaldi che si è limitato a fornirmi delle informazioni molto generiche. Nonostante l’assenza di dettagli importanti, come ad esempio quelli sui materiali, ha tenuto a rassicurarmi, dicendo che stavano sbloccando gli ultimi passaggi burocratici e che la stagione sarebbe partita al massimo per il Laigueglia. Prima di salutarci mi ha chiesto le date in cui sarei  rientrato da eventuali vacanze, in modo da programmare le date del raduno preliminare del team”.

 

Sei stato assistito o accompagnato da qualcuno, manager o procuratore, il giorno della firma?

“In quel momento ero ancora rappresentato da Luca Mazzanti, ma ci trovavamo in sostanza a fine rapporto, tanto che a fine stagione avrei chiesto in ogni caso la disdetta della procura. Non ho quindi richiesto la presenza di nessuno e non posso dire come avrebbero reagito Lerici e Tebaldi se mi fossi comportato diversamente. Dai discorsi di Lerici era tuttavia emerso questo suo scarso entusiasmo nei confronti dei manager e degli avvocati”.

 

Nelle varie conversazioni è stata mai avanzata la possibilità di ottenere una wild card per il Giro d’Italia 2020?

“Nei primi contatti è emerso proprio questo come punto di forza della proposta, unito al fatto di vantare Davide Rebellin come uomo di riferimento e di immagine della squadra. Vista la partenza da Budapest ed il sostegno del governo ungherese mi è stata prospettata una possibilità molto alta di ottenere un invito per il Giro, sebbene non si sia mai parlato di certezza assoluta”.

 

Da metà settembre in poi invece come si è sviluppata la vicenda?

“Dalle firme Lerici si è rifatto vivo soltanto il 28 ottobre, tra l’altro mentre ero in vacanza in Thailandia, con un’email, inoltrataci da Tebaldi, con la quale dichiarava interrotti i rapporti con il gruppo ungherese, che non aveva fornito alcun tipo di garanzie economiche per andare avanti con il progetto. La notizia ha allarmato molto noi corridori e ci siamo attivati, aggiornandoci tramite un gruppo Whatsapp in comune, per chiedere dei chiarimenti. Lerici ci ha tuttavia spiegato di aver inviato quel messaggio soltanto per sollecitare i suoi interlocutori a sbloccare la situazione e che a stretto giro un legale della Epowers si sarebbe incontrato con i responsabili della commissione licenze dell’UCI per completare l’iter. Questa riunione è stata però soggetta, almeno a detta sua, a continui rinvii e siamo rimasti in pratica in standby fino al 22 novembre”.

 

Come siete venuti a conoscenza del definitivo stop del progetto?

“Abbiamo appreso la notizia tramite i media ed il nostro gruppo Whatsapp la mattina del 22, le prime voci a riguardo circolavano già dalla sera precedente, senza aver ricevuto alcuna comunicazione ufficiale a riguardo. A questo punto siamo stati portati a pensare che il tutto si era già interrotto a fine ottobre e che il fantomatico vertice nella sede dell’UCI fosse soltanto uno specchio per le allodole. Per registrare una formazione Professional del resto bisogna presentare entro il limite massimo del 1° novembre delle fideiussioni bancarie corrispondenti, per valore, al budget necessario. Da quel che sappiamo ora i referenti del team non hanno rispettato neanche questa scadenza”.

 

A tuo avviso allora perché questo stato di incertezza è stato tirato così tanto per le lunghe?

“Penso che abbiano cercato fino all’ultimo di salvare il salvabile e di formare comunque la squadra, magari solo a livello Continental, anche per non esporsi alla figuraccia di aver lasciato per strada 50 persone. Evidentemente però da parte della dirigenza ungherese non c’è stata alcuna apertura neanche per un impegno più contenuto”.

 

Quando hai iniziato a sentire puzza di bruciato e a temere per un esito così drastico e clamoroso?

“Diciamo che sono rimasto tranquillo fino ad un paio di settimane dopo la firma del contratto. I primi sospetti sono arrivati quando ho visto che altri colleghi freschi di passaggio in una Professional si stavano già iniziando ad organizzare con le rispettive squadre per il 2020, mentre sul nostro fronte ci avevano soltanto chiesto con un’email sbrigativa le misure per le bici. Mi sembrava strano che una realtà di questo calibro, con l’ambizione di correre addirittura il Giro, operasse così alla rinfusa, con una programmazione approssimativa, per non dire inesistente. Con i restanti ragazzi abbiamo percepito aria di fregatura dal 28 ottobre, ma molti di noi, non avendo più alternative valide, sono rimasti speranzosi di sviluppi positivi fino all’ultimo. I più giovani come Magli e Allori invece si erano già preparati alla malparata, prendendo nel frattempo degli accordi verbali con delle società Under 23, in modo da proseguire almeno la loro attività tra i dilettanti”.

 

Nel tuo caso la decisione di chiudere così la carriera può dirsi invece del tutto forzata a seguito di questa delusione?

“Prima che si facesse avanti la Epowers erano stati avviati dei discorsi con la Zalf, ma sin da inizio stagione mi ero ripromesso di non accettare per il 2020 alcuna soluzione che fosse ancora nell’ambito del dilettantismo. Un’altra annata da Elite avrebbe avuto poco senso per me, anche perché stavo valutando già da tempo l’ipotesi di intraprendere la carriera militare. Adesso sono in cerca di un impiego provvisorio in attesa di avviare in primavera le procedure per l’arruolamento”.

 

La Casillo, destinata a passare a livello Continental nel 2020, ti ha paventato la possibilità di rimanere tra le loro fila una volta appreso della situazione?

“Nonostante il salto di categoria la Casillo ci aveva già annunciato di voler di allestire un roster di soli atleti Under 23 per la prossima stagione. Sia Omar Piscina che il DS Matteo Provini si sono comunque spesi molto per trovare una sistemazione agli Elite tesserati con loro nel 2019, ovvero Colonna, Tagliani ed il sottoscritto. Appena è esplosa la vicenda Epowers mi hanno anche dato disponibilità a parlare nuovamente con la Zalf, dove nel frattempo si erano accasati anche i miei ex-compagni Yuri e Filippo, ma ho preferito rimanere fedele alla mia linea. Devo comunque ringraziare lo staff della Casillo, perché ha messo sempre al primo posto il bene di noi ragazzi e ha provato seriamente ad aiutarci nella ricerca di una squadra. Nel mio caso erano riusciti anche a trovare, almeno sulla carta, uno sbocco davvero valido”.

 

Ritieni invece che i rappresentanti italiani della Epowers, a partire da Lerici e Tebaldi, siano stati a loro volta vittime in questa assurda storia?

“Non metto la mano sul fuoco per nessuno, ma è pur vero che i finanziatori del progetto sarebbero dovuti essere gli ungheresi e che tutti gli italiani coinvolti avevano alla fine il ruolo di dipendenti. L’unica colpa che mi sento di attribuire a Lerici è quella di non essersi accertato da subito delle coperture economiche. Secondo la sua versione si è reso conto dei problemi a fine ottobre, ma mi domando allora perché non abbia svolto una verifica accurata a riguardo anche prima di far firmare tutti i contratti. Di certo su questo campo non posso che ragionare per ipotesi. Magari lui stesso aveva ricevuto un certo tipo di garanzie in quel periodo e ha sbagliato semplicemente a fidarsi”.

 

Qual è al momento il tuo stato d’animo ripensando a ciò che ti è accaduto negli ultimi mesi?

“Adesso sono abbastanza tranquillo. Ho riflettuto bene e sono convinto che, alla fine, questo fosse il momento giusto per chiudere la mia avventura nel ciclismo. Di certo c’è del grande dispiacere per il modo in cui si è conclusa. Avrei preferito dire basta al termine di un’annata in cui non c’erano semplicemente stati spiragli, piuttosto che con tutto questo trambusto. L’amarezza maggiore sta poi nel fatto di poterci avvalere minimamente nei confronti di chi ci ha truffato. Abbiamo provato infatti a capire se ci fossero gli estremi per intentare una causa civile, ma nei contratti era inserita una clausola che prevedeva la loro immediata decadenza in caso di fallimento del progetto. È paradossale perché 50 lavoratori sono stati messi alla porta dopo 3 mesi di rinvii e false promesse, senza neanche la possibilità di essere risarciti. Molti di noi hanno rinunciato ad altre opportunità per accettare l’offerta della Epowers ed altrettanti non sanno adesso quando e se ce ne sarà un’altra, anche di pari valore in termini di compenso. Purtroppo c’è chi ha perso tanto, se non tutto, in questa storia ed i responsabili non ne pagheranno mai le conseguenze”.

 

A conti fatti ti senti deluso anche dal mondo del ciclismo più in generale?

“Mi ha deluso senza dubbio il trattamento che ho ricevuto da diverse squadre italiane. Da dilettante ho ottenuto un buon numero di vittorie e risultati, anche in campo internazionale, ma sono sempre stato snobbato in ottica di un passaggio nel professionismo, ad eccezione di qualche bluff simile all’ultimo. In questi anni ho capito che nel ciclismo sono poche le persone serie e trasparenti. Tra quelle che ho incontrato devo ringraziare solo i già citati Piscina e Provini, che hanno sempre mantenuto la loro parola, più il mio preparatore Pierluigi Terrinoni, che mi ha scoperto nelle categorie giovanili e mi ha aiutato a diventare un corridore vero”.

 

In virtù anche della tua esperienza, quale pensi che sia l’attuale stato di salute della categoria Under 23 nel nostro paese?

“Penso che abbiamo tanti ragazzi di talento e sono contento nel vedere che, nella prossima stagione, diversi neopro’ avranno la possibilità di iniziare a costruirsi una carriera anche nel World Tour. Al tempo stesso però ci sono diversi miei coetanei con i quali ho battagliato spesso in passato per vincere, a partire dai miei compagni di sfortuna Duranti, Toniatti e Rocchetti, che saranno costretti come me a trovarsi un altro mestiere e, sinceramente, non ne capisco il motivo. Ho sempre pensato che nel nostro sport contassero in primis i risultati, ma mi sono accorto purtroppo che, in tanti casi, non bastano per passare al piano di sopra. Capisco che in Italia le squadre e, di conseguenza, i posti a disposizione siano sempre di meno, ma ciò non toglie che stia montando sempre più esasperazione e scoramento tra gli Under. Cosa deve fare un giovane più di alzare le braccia al cielo per guadagnarsi un’opportunità? ”.

 

Per chi, come te, proviene da una regione non proprio centralissima nello scacchiere del nostro movimento credi sia ancora più complicato emergere sotto questo aspetto?

“Chi ha davvero dei valori importanti qualcosa ottiene sempre, al di là del posto da dove proviene. Di recente dalle nostre parti abbiamo un bell’esempio in tal senso come Antonio Tiberi, sebbene ciclisticamente sia emigrato da giovanissimo in Toscana. Se andiamo indietro giusto di qualche anno troviamo però degli atleti, come Valerio Conti e Simone Sterbini, che si sono fatti largo militando in delle società laziali, almeno fino alla categoria Juniores. Per ritagliarsi uno spazio in questa regione devi forse andare ancor più forte che in altre zone, non a caso i ragazzi che ho menzionato sono stati estremamente competitivi sin dalle loro prime pedalate”.

 

Al di là di quanto raccontato fino ad ora, cosa salvi invece del tuo percorso nel ciclismo?

“La bici mi ha senza dubbio trasmesso delle significative esperienze di vita, come sottoporsi con costanza a dei sacrifici, stare molto tempo lontano da casa o venire a contatto con tante persone diverse. Sono tutte cose che ti spingono a crescere presto e che mi hanno permesso di apprendere tanto, sia nel bene che nel male. Il ciclismo mi ha aiutato a comprendere inoltre il senso del rispetto e della disciplina, che mi aiuterà molto in futuro in qualsiasi altro ambito professionale”.

 

Cosa ti sentiresti di consigliare ad un giovane che sogna di vivere di ciclismo o di diventare un campione?

“Ai giovani ciclisti dico solo di non pensare a tutte le cose che ho raccontato in questa intervista. Nel nostro mondo ci sono tante cose che non vanno, ma se ti fai influenzare dai problemi e dalle difficoltà finisci solo col perdere di vista più facilmente l’obiettivo. Il mio consiglio è quello di concentrarsi unicamente sul fatto di pedalare, allenarsi al massimo e provare a vincere”.

 

In conclusione qual è dal tuo punto di vista la morale di questa favola non a lieto fine?

“Che nel ciclismo non c’è molta meritocrazia. Tutto qua.”





09/12/2019

Marco Bea


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