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Tra pedali, rock e parole: parla Miriam Terruzzi

Tra pedali, rock e parole: parla Miriam Terruzzi
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Chi frequenta spesso le linee dei traguardi più importanti del panorama ciclistico internazionale non ha alcuna difficoltà ad identificare Miriam Terruzzi. Classe 1991 sprinta tra i fotografi con la sua macchina fotografica e uno zainetto beige alla ricerca delle emozioni del ciclismo. Emozioni narrate attraverso le immagini e attraverso le parole: il suo blog "E mi alzo sui pedali" conserva pagine di vita di corsa. I suoi scritti sono un flusso di sensazioni, un ritmo implacabile, lei direbbe "un rock". Miriam direbbe che anche il ciclismo è musica. Anche il ciclismo è musicalità. Anzi, via i condizionali. Lo dice. Lo dice molto bene nel suo nuovo romanzo: "Come un rock". Un romanzo che cerca di entrare, in punta di piedi, con l'inconfessata timidezza che benedice l'autrice, nel plotone: per parlare di sport, di gare, di traguardi infuocati e di crisi di fatica. Ma non solo. I personaggi di Miriam devono confrontarsi con la realtà del loro mondo, con un contrasto, quasi romantico, tra la libertà che la bicicletta promette e la stessa libertà che il ciclismo nega. Per le regole, per i protocolli, per i controlli. Sacrosanti. Ma fino a che punto? Questo si chiede Miriam Terruzzi. Questo dovremmo chiederci tutti per restituire una dimensione umana a campioni e gregari, a vincitori e sconfitti. 

Abbiamo avuto il piacere di incontrare Miriam davanti a un gelato; così abbiamo approfondito tutte le tematiche accennate in apertura. 

Miriam partiamo dall'inizio: partiamo da un post social in cui annunciavi di aver trovato il coraggio e la forza di provare a pubblicare un tuo scritto nonostante tante cose. Queste tante cose hanno a che vedere con la difficoltà di emergere nel campo dell'editoria per un giovane. Quanto è difficile? E perchè è così difficile? 

Secondo la mia esperienza è molto ma molto difficile in particolare se sei un ragazzo giovane e se ti trovi in Italia. Questa è una cosa che sanno tutti e di cui si parla spesso. È così. La generazione anni '90 è una generazione che ha vissuto il boom dei social: tutto è divenuto molto più accessibile e, soprattutto, accessibile a tutti. Questo da un lato è molto bello, dall'altro può essere un problema. Emergere tra poche persone è semplice, emergere nella moltitudine diventa difficile. A tratti è un problema per le case editrici, a tratti per i giovani stessi che faticano molto di più a farsi leggere e a farsi capire. Questo è il "lato social" della problematica, potremmo dire. Per le case editrici c'è anche un altro discorso da fare. Loro valutano molto il fattore marketing: se non sei in grado di portare un numero di lettori garantiti, come può essere in grado di fare lo youtuber della situazione, non sei nessuno. Il loro ragionamento è, tutto sommato, semplice: se tu non puoi garantire una cifra x di guadagno perché dobbiamo investire su di te? Questo è un discorso che ai primi del 1900 si poteva anche fare, ad oggi decisamente no. Il libro di cui parleremo, Come un Rock, era nel cassetto da quattro anni: ho parlato con un sacco di case editrici, grandi e piccole, ho sempre trovato tante scuse. Alcune le ho anche pubblicate sui miei social, giusto per far capire di cosa stiamo parlando.  

Quando è nata l'idea di "Come un Rock"? 

Io ho iniziato con il mio blog "E mi alzo sui pedali" nel 2012. Sono diversi anni che sono in questo mondo e ho visto tante cose. Tante cose belle ma anche tante cose brutte. Non si parla solo di doping, mettiamolo in chiaro. Il ciclismo è un lavoro che molti non conoscono bene e giudicano sulla base delle apparenze. La gente crede che fare il corridore sia bellissimo perché sei famoso, giri il mondo, vedi posti. Da un lato può essere vero, dall'altro bisognerebbe raccontare la vera vita degli atleti. Spesso stanno intere giornate chiusi in hotel, con orari strettissimi, controllati, spesso privati della libertà di andarsi a bere una birra con gli amici perché i controlli potrebbero arrivare da un momento all'altro, c'è il Protocollo Adams a delimitare fasce orarie e controlli ecc. È giusto. Ci mancherebbe. Però mi piacerebbe che la gente capisse che dall'altra parte ci sono uomini prima di tutto. Un uomo ha bisogno di sentirsi trattato da umano. Non da automa o da "animale da circo". Questa è l'idea di fondo. 

In tutto il libro la scrittura va di pari passo con la musica. Musica della playlist abbinata ad ogni capitolo ma anche musica delle parole che narrano. 

Certo. A me piace molto l'idea della musicalità della narrazione. Sono passati ormai circa quattro, cinque anni, da quando ho conosciuto Jack Kerouac e le sue opere. Mi sono letteralmente innamorata. Straordinario. Lui aveva un'idea molto precisa: la narrazione deve avere un ritmo. Per questo ogni distrazione deve essere evitata. Non a caso Kerouac scrisse il suo romanzo su una carta particolare, una carta da parati: proprio per non dover mai staccare il foglio o perdersi nel girare la pagina. Un flusso di parole. A me piace scrivere così: senza limiti, libera. Magari torno da una corsa stanchissima, sfinita, ma devo scrivere. Voglio scrivere. Non guardo nulla. Le virgole, talvolta, le controllo il giorno seguente. Io voglio che la mia scrittura sia un fiume in piena. Come le cose eh vedi quando sei in gara.  

Per questo racconti spesso che non ami rileggere spesso i tuoi scritti o correggerli continuamente.

L'idea è proprio questa. Poi dipende, nel caso di "Come un Rock" ho avuto l'esigenza di rileggerlo e correggerlo più volte. Essendo stato scritto da quattro anni c'erano delle cose da ricontrollare o da tagliare. Nel caso dei pezzi relativi alle gare ragiono in modo diverso. Scrivo. Ricontrollo una volta. Poi lascio che il mio racconto faccia la sua strada, lo lascio agli altri. 

È quindi possibile identificare sia la scrittura stessa del tuo libro che la storia al suo interno in un rock? 

Mi piace pensare che tutto il libro sia un viaggio tra ciclismo e rock 'n roll. Il libro vuole essere per tutti: per chi ama il ciclismo, per chi lo conosce nei minimi dettagli ma anche per chi non ha la più pallida idea di che tipo di sport sia, per chi non sa nemmeno cosa sia un'ammiraglia. La tipologia del racconto, il romanzo, è scelta proprio per questo motivo. Io racconto una storia. Le sensazioni sono vere. Le emozioni sono vere. Anche le storie, nel bene o nel male, sono quelle che questo mondo racconta. Nel flusso è un romanzo. Il lettore si interessa al personaggio, si immedesima e vive le sue vicissitudini. Qui entra in gioco il rock. Proprio per l'idea della musicalità che dicevamo volevo che il lettore potessi farsi una specie di film mentale; ho creato, quindi, una playlist che si collegasse alle parti principali del volume, del racconto. Il tutto è collegato a spotify. Io mi immagino un lettore o una lettrice che viaggia, magari in treno, e mentre legge mettendo le auricolari può ascoltare la musica che io ho immaginato per quel momento è crearsi una sorta di film. 

Il ciclismo e la musica sono collegati anche per te? Ti capita mai di associare una gara a una canzone o a una particolare musicalità? 

Non ci ho mai pensato sinceramente però devo ammettere che mi succede. Sai, le corse si riconnettono a molte cose tra cui principalmente ai ricordi che ci portiamo dentro. Nel mio caso ricordi di bambina. L'anno scorso, per esempio, alla Sanremo avevo scritto un pezzo intitolato: "Un'opera". Perché? A mio nonno piaceva tantissimo l'opera e Cavendish proprio in quei giorni aveva paragonato la Classicissima ad un'opera. Sono tanti mattoncini, inizialmente sparsi, che poi ti si confondono in testa. Si mischiano e si collegano. Alle corse, inoltre, ci sono moltissime ore di attesa o di viaggio: io tendenzialmente ascolto musica. Succede così che una canzone ascoltata mi porti in una particolare condizione emotiva che influenza poi tutto il pezzo. Come modalità di scrittura. Come ritmo dello scrivere. 

Il protagonista principale di questo racconto si chiama Brando. Quanto c'è di Brando in te? Quanto c'è di te in Brando?

Quando scrivo io tendo a mettere i miei valori in tutti i personaggi che appaiono nei miei racconti. Diciamo che la vera Miriam è sparsa tra tutti gli attori delle sue storie. In Brando c'è qualcosa di me. Io sono una persona abbastanza ribelle. Ho un istinto di ribellione innato. Se mi arrabbio per qualcosa ho la capacità di chiudere con quella cosa. Sono molto decisa in questo caso. Brando mi somiglia da questo punto di vista. Ci sono altri personaggi in cui mi ritrovo. Non mi sento di dire che in Brando c'è tutti di me. C'è moltissimo anche dei ciclisti che ho incontrato e con cui mi sono confrontatata, con cui ho chiacchierato. C'è tanto dei loro racconti rispetto alla loro situazione, rispetto alle pressioni in corsa. C'è molto di quello che ho sentito. In un mondo in cui tutto deve essere documentato, testimoniato, allegato, secondo me il modo migliore per raccontare una realtà è un romanzo. Non si fanno nomi ma si denuncia una realtà che va fatta conoscere. 

Spiegaci meglio.

Io sono convinta che nel ciclismo parte della difficoltà che c'è nell'essere trasparenti non parta dai ciclisti ma dall'entourage che c'è intorno a loro. Senza fare di tutta l'erba un fascio, ovviamente, però con il fatto che i corridori sono per molti "macchine da corsa" è molto facile scordarsi dell'umanità che c'è in loro. Gli atleti sono sempre molto blindati: da una parte è giusto, dall'altro in questo modo si impedisce una riconessione con l'altra realtà. Il ciclismo è lo sport della realtà. Quando il corridore arriva si vede che ha sofferto come un matto, è uno sport che ti si attacca alla pelle, non ci sono barriere. È realtà, ecco tutto. 

Una delle critiche che hai raccontato, da parte di una casa editrice, riguarda i pochi avvenimenti nel romanzo. In realtà l'impressione che si ha nella lettura è totalmente diversa. 

A dire la verità, quando ho parlato con questa persona e mi sono sentita dare questo giudizio sono rimasta abbastanza basita. Sinceramente mi sono chiesta cosa volesse questo signore: suicidi o uccisioni? A me non piace far morire la gente nei romanzi. Se è necessario si faccia anche ma non credo lo sia. Il percorso di Brando è molto intimo. Vengono narrate tutte le principali corse: dalla Sanremo al Tour de France. L'appassionato, secondo me, ha il bottino pieno. Anche il viaggio interiore del personaggio è molto curato, a partire dalla scelta di lasciare la bicicletta per un periodo, poi cercarla, ritrovarla e ritrovare anche la propria persona insieme a quella bicicletta. Sono dinamiche intense. Giustamente ognuno cerca qualcosa di diverso in un romanzo, molto dipende da cosa si vuole. Sicuramente "Come un Rock" non è un thriller ma questo non vuol dire che al suo interno non accada nulla. 

Parliamo dell'immagine di copertina. 

È stata una mia scelta. Ho scelto una linea di arrivo. La linea d'arrivo più iconica di sempre: quella della Paris-Roubaix. Tutti la conoscono. O quasi. Solo una persona mi ha chiesto cosa fosse ma non segue il ciclismo quindi posso capire (sorride). Brando sogna per tutta la vita quella linea d'arrivo. Mi sembrava giusto che la copertina fosse disegnata dal suo sogno. 

Nel leggere il libro tutti scopriranno cosa vuol dire quella linea per Brando ma per te, per Miriam Terruzzi, cosa vuol dire quel traguardo, quella linea? 

Io quella linea l'ho vista per la prima volta lo scorso anno. È stato bellissimo. Lo ho raccontato anche in un mio pezzo. Era una settimana prima della gara, eravamo sulle strade del ciclismo per la Ronde e con un'amica abbiamo deciso di andare a vedere il velodromo. C'era un silenzio incredibile. La pioggia. In un primo momento ero quasi delusa. Mi sono detta: "Tutto qui? È proprio vero. È solo il ciclismo a rendere un posto straordinario allora. Un posto è un posto. Poi dipende da ciò che vediamo noi." Abbiamo fatto un giro del velodromo in questa atmosfera. Pioveva. Pioveva. Ad un certo punto, quando eravamo vicino alla linea del traguardo ha fatto capolino il sole. I suoi raggi su tutto il velodromo. Le pozzanghere hanno iniziato a brillare. Davvero bellissimo. È stato un qualcosa di irripetibile. Non potrà mai ripetersi una scena identica. Mi è sembrato un segno: io credo molto in queste cose, in queste situazioni. 

C'è una situazione ciclistica o non ciclistica che ha influenzato maggiormente il tuo romanzo? Un avvenimento che ti ha convinta che la strada del racconto doveva essere quella e non un'altra. 

Io ho sempre voluto parlare di ciclismo, sin da quando ho iniziato a seguirlo. Forse la cosa che mi ha sconvolto di più sono i compromessi che un ciclista deve fare per fare il ciclista: sottoporsi a una vita comunque stressante per scegliere ciò che per lui è l'inizio della libertà. Questo scontrarsi delle due cose mi ha sempre lasciato e mi lascia ancora adesso l'amaro in bocca. La stessa cosa mi accade quando vedo quanto siano sotto pressione gli atleti prima di corse molto importanti. Qualcuno ha provato a dirmi: "È il suo lavoro". Certo. Anche per un operaio che lavora tantissime ore al giorno si potrebbe dire: "È il suo lavoro" ma non vuol dire nulla. Ci sono modalità e modalità. Poi sarà anche un mio modo di vedere: alcuni diranno che è impossibile una realtà lavorativa con tutte persone buone e carine. Pazienza. Io continuo a pensarla così. Gli atleti scelgono la bicicletta perché la bicicletta è libertà ma non si ritrovano comunque liberi. È una sensazione strana da spiegare. Un contrasto molto significativo. 

Questa è la situazione che ha influenzato la tua scrittura. C'è una persona che ha fatto lo stesso? Che ti ha colpita o aiutata in modo particolare? 

Praticamente tutti i corridori da classiche. Daniel Oss mi ha aiutato molto con le sensazioni: lui è stato uno dei primi ciclisti che ho conosciuto. Non dico sia stato di ispirazione per me ma di sicuro mi ha aiutato a capire tante dinamiche che io non conoscevo, dal protocollo Adams a tutte quelle cose tecniche che io non capivo. Essendo tecnicismi che non potevo conoscere mi sono rivolta a persone che, vivendoli dall'interno, hanno saputo spiegarmeli al meglio. 

Se il tuo libro fosse una canzone che canzone sarebbe Miriam? 

È difficile da dire. Probabilmente sarebbe più canzoni come suggerisce la playlist però non ti rispondo così. Ti rispondo ricordando una bellissima recensione lasciata da un lettore nell'ultimo periodo. Questo lettore ha associato il mio libro a "Stairway to Heaven": mi piace molto questo legame, mi piace molto che a definire il libro sia stata un'altra persona. Quindi la mia canzone è quella. La canzone del mio libro è quella.  

Chiudiamo tornando alle parole. C'è una frase del tuo libro che a tuo avviso racchiude il significato più profondo della tua narrazione? 

A mio avviso la frase che si può leggere sul retro di copertina racchiude il significato del ciclismo e del libro: "Nel ciclismo il dolore è la via per la salvezza". Così semplice. Così vero. 





25/04/2019

Stefano Zago


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