Parole a pedali
Parole a pedali. Gaia Saporiti: Se il ciclismo fosse...

Parole a pedali. Gaia Saporiti: Se il ciclismo fosse...
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Se il ciclismo fosse una canzone, per Gaia Saporiti sarebbe un brano di Michael Jackson. Un brano conosciuto grazie alla sorella, da sempre ascoltatrice di Jackson. Si intitola "Keep the faith". Una canzone che parla di traguardi, di obiettivi, di tutta la forza che serve per raggiungerli, di tutta la paura che si ha di non farcela. Un brano da far partire in cuffia quando attorno sembra tutto più brutto. Se il ciclismo fosse una parola per Gaia sarebbe libertà: ovvero la possibilità di staccare da tutto, di dimenticare, di vivere una solitudine, per una volta, bella. Se il ciclismo fosse qualcosa di antico sarebbe nella frase di Seneca: "Chi ha avuto anche fare con ingiustizie e problemi ha fatto il callo ormai. Non cade. Se cade però combatte in ginocchio." E sarebbe quella frase perché in salita puoi morire ma non scendere di sella. Mai. Se fosse un luogo sarebbe una cima di montagna. Isolata. Silenziosa. Sicuramente non lo Stelvio, sempre così affollato. Se fosse un sogno il ciclismo sarebbe il suo sogno più grande: le Olimpiadi. Quello che è il ciclismo invece Gaia lo sa benissimo e ce lo racconta qui. Così questa è la storia di Gaia Saporiti, ventuno anni, di Somma Lombardo,  atleta del Team Chirio Forno d'Asolo. 

Se Gaia Saporiti dovesse scrivere la definizione di bicicletta per un vocabolario cosa metterebbe dentro questo significato? 

La bicicletta è sempre stata presenza, per me. C'è sempre stata. Da piccola passavo interi pomeriggi, in cortile, sulla mia biciclettina. Un giorno per caso mio papà mi portò a vedere un passaggio del Giro d'Italia in città: rimasi estasiata. Non molto tempo dopo a un festival cittadino, il festival del Castello, vidi delle aziende locali che proponevano i loro modelli di bici. Avrei voluto iniziare a correre subito; dovetti aspettare perché troppo piccola ma non mi dimenticai di quel giorno. Iniziai così a correre e scoprii che mio papà aveva corso e aveva tentato di convincere a correre mia sorella maggiore non riuscendoci. Con me non dovette neppure provarci. La convinzione era già mia. Da lì la bicicletta è stata passione: voglia di superare tutti i momenti difficili e correre nonostante tutto. Accettare le rinunce alle uscite con gli amici in estate recuperandole  in inverno non mi è mai pesato. Sapevo cosa desideravo. I miei mi hanno sempre detto di studiare che la scuola sarebbe stata più importante: li ho ascoltati, ho frequentato il liceo Classico. Ho faticato il doppio per accordare tutto ma ci sono riuscita. Ancora oggi amo scrivere, studiare la storia e l'arte. Continuo a fare tutto questo, mi ritaglio i miei spazi e, soprattutto, pedalo. Sono questi gli elementi della definizione nel nostro vocabolario. 

Le persone del ciclismo: dalla tua squadra, agli idoli di infanzia.

La mia squadra attuale è la Chirio Forno D'Asolo. Con loro mi trovo benissimo anche se causa distanze geografiche ci vediamo poco. Non c'è modo di allenarsi assieme, così riusciamo a vederci solo alle gare. Io mi alleno con altri ragazzi e ragazze. Ho anche avuto il privilegio di fare qualche allenamento con Elisa Longo Borghini: conoscendola devo dire che oltre ad essere un'atleta grandiosa è anche una persona speciale. Non ha molto tempo ma nel tempo che ha è sempre pronta ad ascoltarti o ad aiutarti con consigli preziosi. È sicuramente una dei miei idoli. Ci pensi? Ho la fortuna di conoscere personalmente e di potermi allenare (qualche volta) con un mio idolo. L'altro mio idolo è meno conosciuto ma altrettanto speciale per me. Parlo di Pavel Brutt. Io e mia sorella lo abbiamo avuto subito in simpatia: la prima volta che lo abbiamo visto addirittura non sapevano chi fosse. Era la Tre Valli del 2007. La sua identità la abbiamo ricostruita successivamente grazie a delle figurine. Alla vigilia della Coppa Agostoni abbiamo avuto il piacere di incontrarlo sul pullman e di chiacchierarci. È stato bellissimo. Lo ho tifato per dieci anni: da un paio di anni ha smesso ma resta il mio idolo. Ogni volta che capita di vederlo gli chiediamo sempre: "Ti ricordi di noi?" E lui si ricorda. Il ciclismo ti permette un bellissimo rapporto con i tifosi. 

Parliamone. Raccontaci del tuo rapporto con i tifosi

A me emoziona moltissimo questa cosa della gente ai bordi delle strade ad applaudire o a gridare i nostri nomi. Ogni volta che facciamo il San Luca in gara è qualcosa di incredibile. Per incitarti i tifosi arrivano anche a mentirti: "Dai che manca poco!" In realtà non è vero ma è bellissimo che lo facciano. A me commuove ancora pensare al ragazzo che l'anno scorso è venuto da me con una mia figurina (dell'album riferito al ciclismo in provincia di Varese) chiedendomi un autografo. Non succede spesso. Quando successo te lo ricordi ancora meglio. Sin dalla mia prima gara, a Cassano Magnago. Quella gara che vinsi fra le ragazze. Salii sul podio alzando coppa e fiori come vedevo fare ai piloti delle moto quando andavo con mio papà a vedere le gare motociclistiche. In quella gara ricordo anche di essere riuscita ad evitare un mio compagno caduto in curva: non poco per una ciclista G1. Ricordo anche il tifo dei Campionati Italiani da allieva in cui arrivai quinta dopo essere stata tutto il giorno all'attacco. Ecco quelli li correrei subito da capo: per fare meglio, per piazzarmi ancora meglio. Io sono una passista veloce: talvolta mi butto anche volate ristrette, in quelle troppo affollate preferisco non rischiare. Andare in fuga è un istinto primordiale. Mi piace tantissimo anche la discesa. Altra esperienza bellissima è stata il Giro E, corso in contemporanea con il Giro d'Italia a maggio. 

So che ci sono stati e ci sono anche momenti difficili: fisicamente e moralmente. Ti va di parlarne? 

Diversi momenti sono stati complessi e non so come abbia fatto ad andare avanti. Fisicamente ricordo una volta a Campione d'Italia: stavo malissimo. Dovevo tornare percorrendo da sola 70 chilometri di saliscendi. Sono arrivata stremata: avevo un febbrone assurdo. Quelli più pesanti però sono i momenti di delusione dall'ambiente: fondamentali per superare questi attimi sono i miei genitori, mia sorella e gli amici.  Per esempio questa visibilità che manca sempre. Questa mancanza di volontà nel riconoscere al ciclismo rosa spazio, dignità, valore. Alla Strade Bianche l'anno scorso c'era il maxi-schermo: piuttosto che far vedere la gara femminile veniva trasmessa la gara di coppa del mondo di sci. A me sembra profondamente ingiusto. Il ciclismo femminile ha fatto grossissimi passi avanti: vogliamo riconoscerglieli o no? In Inghilterra è profondamente diverso. Lì viene trasmesso anche il Tour dello Yorkshire che senza nulla togliere non è il Giro Rosa. Anche sentire certi discorsi di profonda sottovalutazione del nostro mondo fa male. Sarà un problema italiano. Sono delusioni queste. E le delusioni psicologiche fanno più male dei problemi fisici. Nel ciclismo, a mio avviso, la testa conta più del fisico. 

Il lavoro del ciclista è un lavoro che si svolge sulla strada, a contatto con la natura, bellissimo, e con gli altri utenti della strada. Qui sorge il problema sicurezza. Vogliamo parlarne? 

Io credo che il problema sicurezza abbia due volti. Da un lato gli automobilisti che forti del loro mezzo si sentono superiori e credono di essere padroni della strada. Dall'altro gli amatori, i cosiddetti "ciclisti della domenica" che spesso, dobbiamo dirlo, sono totalmente indisciplinati. Chi guida giustamente si arrabbia. Il problema è che poi non si distingue più e spesso gli automobilisti hanno un'antipatia generale per tutti i ciclisti. Spesso non c'è distinzione tra chi è attento alle regole e chi no. Questo è un problema. Serve piu sicurezza sulle strade.





26/08/2019

Stefano Zago


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