Parole a pedali
Parole a pedali. Letizia Borghesi: una carezza dopo il traguardo

Parole a pedali. Letizia Borghesi: una carezza dopo il traguardo
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Chi segue il ciclismo lo sa bene: dopo la fettuccia bianca del traguardo, in realtà, non finisce nulla. Chi abbandona una gara senza fermarsi ad osservare cosa accade dopo quella linea si perde la parte più bella del ciclismo. Certo, la gara si conclude, le classifiche si stilano e i verdetti, in alcuni casi, possono essere frustranti. Ma dietro quella linea non finisce proprio nulla e chi vuole capire qualcosa di questo sport deve provare almeno una volta a cambiare prospettiva e osservare le cose da dietro quella linea. Deve provare a volgere lo sguardo al luogo in cui tutto è deciso, in cui si ha l'impressione di non dover aspettare più nulla, in cui si potrebbe pensare all'eclissi dell'adrenalina. Deve farlo per capire quanto si sbagli a non guardare, a non sentire, a non vivere una manciata di vita in quel tratto di strada. Magari per capire cosa si sia perso lo scorso 8 luglio, quando a vincere al Giro Rosa Iccrea, sul traguardo di Carate Brianza, fu Letizia Borghesi, ventunenne del team Aromitalia Basso Bikes Vaiano. Poche volte come quel giorno il traguardo poteva sembrare un punto, un taglio netto, una sentenza irrevocabile. In un certo senso lo fu: Borghesi beffó Quagliotto per pochi centimetri dopo una fuga durata tutta la giornata. Il senso dei numeri, della formalità. Ma per uomini e donne c'è molto di più. C'è il senso dell'umanità, del dolore, della gioia, della rabbia e della comprensione. Su quell'asfalto rovente c'era tutto questo. In questo numero di "Parole a pedali" proviamo a riportarvi lì, se ci siete già stati, o ad accompagnarvi per la prima volta, se eravate altrove. Lo facciamo attraverso il vociare della nostra chiacchierata con Letizia: significato e significante di quella giornata.

Letizia come ti sei avvicinata al mondo del ciclismo? 

Ho iniziato ad andare in bici all’età di dieci anni ma sono sempre stata una bambina molto sportiva.  Inizialmente praticavo atletica e gareggiavo nelle corse campestri con ottimi risultati. Mi hanno sempre considerato una ragazzina instancabile e fin da piccola ho sempre avuto l’ambizione, che ancora nutro, di diventare una campionessa nello sport.  Non importava in quale sport, volevo riuscire a fare delle grandi imprese per trasmettere alla gente quelle emozioni che solo lo sport è in grado di far percepire. Mi sono avvicinata al ciclismo guardando e riguardando le foto e i video delle vittorie di mio papà quando era dilettante. Fino a che un giorno ho detto ai miei genitori che volevo iscrivermi alla squadra di ciclismo del paese per iniziare ad andare in bici. Nessuno mi ha mai spinto ad iniziare a praticare questo sport; l'unica spinta è arrivata da qualcosa di profondo che ho sempre sentito dentro di me. Forse a causa della forza e dell’adrenalina che mi trasmettevano le gare che guardavo in televisione o attraverso le cassette registrate di mio padre. Forse era semplicemente scritto nel mio dna. Ricordo il primo allenamento in bici da corsa: potrà sembrare sciocco ad oggi ma il mio pensiero era riuscire ad agganciare le tacchette. Ben presto però ho iniziato a prendere confidenza e mi a divertirmi confrontandomi anche con colleghi maschi. La mia prima gara a Gardolo (TN) nella categoria G5 non la posso di certo dimenticare, ero molto nervosa perchè volevo a tutti i costi far bene:  l’allenatore della squadra cercava di tranquillizzarmi con una frase che ricordo molto bene ancora oggi: l’importante è divertirsi. Devo ammettere che io non sembravo proprio della stessa idea.

Ci sono ricordi particolari legati agli inizi? 

Ricordo benissimo la mia prima bici: era di marca Fondriest, di colore blu, con il cambio di tipo campagnolo. Ricordo che ad inizio stagione aspettavo con ansia il giorno della consegna delle bici e non vedevo l’ora di poterci salire in sella. Già dall’inizio avevo le idee ben chiare, ero diversa da molte altre bambine che facevano ciclismo per stare in compagnia o per fare movimento: l’ho sempre fatto con l’idea di crescere un poco alla volta e di diventare una grande atleta professionista. Penso che il percorso di crescita da giovanissima fino ad elite sia stato, come credo accada per ogni altra atleta, pieno di ostacoli, imprevisti, difficoltà che sono riuscita a superare grazie al supporto della mia famiglia. Crescendo il primo problema con cui mi sono dovuta confrontare è stato la mancanza di squadre femminili nella mia zona. Da esordiente sono rimasta nella squadra in cui ero da giovanissima (UC Rallo), il primo anno ero sola, mentre il secondo anno con altre tre ragazze della mia zona. Da allieva e junior sono sempre stata in squadra da sola: i miei genitori mi hanno sempre accompagnato a tutte le gare investendo tempo e denaro. Lo fanno ancora oggi: devo ringraziarli. 

Oggi che sei passata nella categoria elite. 

Con il passaggio tra le elite mi sono subito resa conto che l’ambiente non era quello che immaginavo: ho visto molte, forse troppe ingiustizie. Ho sofferto molto ma ho continuato ad allenarmi e dare il meglio di me, perchè non c’è tempo da perdere se si vuole puntare a diventare forti e a distinguersi in mezzo a molte campionesse già affermate. Penso che il momento peggiore sia stato l’estate del 2019, quando, dopo aver dimostrato durante la primavera di aver i numeri per mettermi in mostra nelle gare più importanti e di essere in continua crescita, chissà per quale motivo,  non sono stata più convocata alle gare fino a settembre. In quel momento penso di aver toccato il fondo, guardavo le classifiche delle gare chiedendomi dove avrei potuto essere se avessi partecipato, facevo veramente fatica a trovare gli stimoli per continuare ad allenarmi. Aggiungiamo il fatto che, proprio in quel periodo, avevo contratto anche la mononucleosi e quando sono tornata alle gare non sono riuscita a rendere come avrei voluto. Per un attimo ho pensato anche di cambiare sport e di tornare all’atletica: lì se vai forte non c’è nessuno che possa rovinarti con convocazioni o tattiche di gara a volte assurde: valgono i tempi. Per fortuna grazie alla mia famiglia e alla squadra Vaiano di S.Giugni sono riuscita a superare anche questo periodo nero, ritrovando la serenità e la giusta autostima per ricominciare ad allenarmi al meglio. Quest’anno siamo riuscite a creare proprio un bel gruppo all’interno della squadra, c’è stato fin da subito un feeling molto forte sia tra noi atlete che tra i membri dello staff. Abbiamo creato una grande famiglia ed è forse anche per questo motivo che siamo riuscite a raggiungere dei risultati lungo tutto il corso dell’anno: risultati che all'inizio della stagione sembravano impossibili. Questo ambiente sereno mi ha dato la possibilità di crescere come atleta ma anche di maturare come persona.

Se il ciclismo fosse una parola quale parola potrebbe essere? 

Se il ciclismo fosse una parola sarebbe sacrificio: penso che per essere competitivi a questi altissimi livelli sia necessario fare la vita da atleti. Non si può mai dimenticare la bici: concluso l’allenamento anche il resto della giornata deve essere in funzione di essa. È una continua ricerca della miglior condizione fisica possibile. Un'altra parola che calza bene per la bicicletta è meditazione. Io solitamente mi alleno da sola e quando sono in sella fatico liberando endorfine, la mia mente continua a viaggiare più veloce del solito, i pensieri sembrano riordinarsi e guardo ogni cosa con positività e brillantezza.

Che studi hai fatto? Come si coniugano gli studi con l'attività agonistica? 

Ho sempre dato molta importanza alla scuola: mi sono diplomata al liceo scientifico con ottimi voti. Mi è sempre piaciuto studiare, in particolare matematica, chimica e fisica. Penso che sia anche grazie al ciclismo se sono riuscita ad ottenere grandi risultati dapprima a scuola ed ora all’università. Ammetto che non è sempre facile conciliare i due impegni: entrambi richiedono molto tempo: per rendere l'idea, nell'anno della maturità spesso mi ritrovavo a studiare sui rulli. 

L'otto luglio 2019 sarà una giornata che non dimenticherai mai. Vuoi raccontarci? 

Ho ottenuto diversi piazzamenti importanti durante questi primi anni da elite: alla “Vuelta de Colombia” sono arrivata seconda in una tappa, quarta nella classifica generale e prima delle giovani di primo anno nella categoria. Quest’anno sono arrivata settima alla Freccia del Brabante e  decima a Plumelec, dove ho vinto la classifica delle giovani. Soddisfazioni importanti, certo, ma nulla in paragone a quello che è successo l’otto luglio al Giro Rosa. È stata una giornata semplicemente perfetta: indimenticabile. Nella fuga si viaggiava veramente forte; penso di non aver mai “menato” come quel giorno. Per via dell’adrenalina alle stelle e dell’emozione nel ritrovarmi al comando in una gara così importante, non ricordo di aver sofferto durante la gara. Mi ripetevo di continuo che avrei dovuto dimostrare di essere vincente. Negli ultimi chilometri di gara ricordo che avevo una brillantezza e una determinazione che non avevo mai percepito prima di allora. È stata una cosa incredibile, mi sembrava di avere la situazione sotto controllo in ogni istante. Ho vinto solo per pochi centimetri ma, tagliato il traguardo, ho subito avuto chiaro ciò che era successo: è stato il mio giorno più bello. In assoluto. Ero cicrondata da un mare di gente: penso sia stata la tappa con più pubblico in tutto il Giro Rosa. Quante volte ho sognato di vincere una gara importante: mi svegliavo e capivo che era solo una illusione. Questa volta no. Questa volta ce l’avevo veramente fatta. È stato incredibile ricevere i complimenti da atlete che sono tutt’ora il mio punto di riferimento: Vos, Niewiadoma, Van Vleuten. Mi piace pensare a questa vittoria non come la vittoria della vita, come dicono alcuni, ma come un punto di svolta, un trampolino di lancio per fare un salto di livello, già a partire dal prossimo anno. Mi piace vedere questa vittoria come un premio che mi è stato dato per aver tenuto duro e non essermi arresa nei momenti difficili degli scorsi anni, come stimolo per continuare a lottare in futuro. Sono determinata, pronta a fare sacrifici per essere competitiva nelle gare più importanti del calendario, tenendo sempre “i piedi per terra”: nei momenti difficili, quando mi verrà l'istinto di mollare la presa ripenserò a queste grandi emozioni e stringerò i denti.

Dopo il traguardo un gesto bellissimo: sei andata a consolare Nadia Quagliotto, la collega che hai beffato sulla linea d'arrivo. Una carezza sul viso dai molteplici significati. 

Ero contentissima per la vittoria ma anche tremendamente dispiaciuta pensando a come si potesse sentire in quel momento Nadia: deve essere stato veramente dura superare quella delusione. Ho cercato di confortarla dicendole che siamo giovani e che avremo molte altre occasioni: se era lì davanti un motivo c’è, i numeri per far bene in futuro ci sono. Dopo quel giorno, alle gare, ci siamo sempre salutate e scambiate delle battute come facevamo prima. L'amicizia e il rispetto umano vengono prima di tutto. 

Parliamo dell'accoglienza dei tuoi amici al ritorno a casa. 

Sia i miei amici che i miei parenti erano veramente contenti. Molti miei compaesani mi avevano seguito in tv al bar del paese, "bar Berti”: è stata proprio una festa. Mia sorella, quando ha ricevuto la telefonata di mia mamma, sentendo la voce, ha capito subito che era successo qualcosa di eccezionale. In squadra erano tutti euforici: sia lo staff che le mie compagne. Abbiamo festeggiato con moderazione solo perché c’erano altre sei tappe importanti ad aspettarci. La sera a cena ho stappato lo spumante. Il gesto più bello dei miei tifosi è sicuramente racchiuso nei cartelloni con le foto della mia vittoria appesi in tutto il comune, nelle bandierine tricolori che sono state appese sulla recinzione attorno a casa mia, nell’edizione limitata delle cartoline stampate proprio con la foto della vittoria del giro. Mi ha fatto molto piacere vedere tutto questo: ho percepito la vicinanza, la felicità di tutti i miei compaesani, persone che mi hanno vista crescere.

C'è una gara a cui sei particolarmente legata?

A me piacciono molto le classiche del nord per freddo, pioggia, pavè, muri, tifo da stadio. Fiandre e Liegi sono le gare che più mi affascinano. Alle Fiandre ho preso parte già il primo anno ed è stato subito amore a prima vista: essendo anche una ciclocrossista mi sono subito trovata a mio agio sul pavè. La gara dei sogni a cui mi piacerebbe partecipare sarebbe la Parigi-Roubaix: sarebbe veramente fantastico se facessero l’edizione femminile. Per riprendere, seppur in forma diversa,  una domanda precedente, credo se il ciclismo fosse un luogo sarebbe Belgio: lì il nostro sport è molto sentito, è considerato sport nazionale, alle gare c’è un pubblico da stadio. La bici è messa a tutti gli effetti in primo piano.

E se fosse un'emozione? 

Se il ciclismo fosse un’emozione sarebbe sicuramente un'emozione forte: il tipo di emozione penso che vari dalla situazione. Si passa velocemente dalla gioia, alla delusione, dalla felicità alla tristezza. Anzi a volte le emozioni non possono essere definite con un solo termine perché sono un mix, una composizione difficile da descrivere: amore, odio, gioia, delusione. L'importante è sempre perseverare ed avere fiducia. 

Cosa fa Letizia Borghesi nel tempo libero? 

Sono una ragazza semplice, nel tempo libero mi piace fare passeggiate con i miei cani e andare in montagna con qualche amica.





01/12/2019

Stefano Zago


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