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Marina Romoli in esclusiva: le nostre strade vanno ripensate, servirebbe più leggerezza nel mondo del ciclismo

Marina Romoli in esclusiva: le nostre strade vanno ripensate, servirebbe più leggerezza nel mondo del ciclismo
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Il mondo del ciclismo è fatto anche di solidarietà e di attenzione verso tante tematiche di stampo più sociale che agonistico, con Marina Romoli che rappresenta ormai un’autentica bandiera di questo modello. Nonostante il terribile incidente in allenamento del 1° giugno 2010, provocato dall’imperizia di un’autovettura, l’abbia costretta su una sedia a rotelle l’atleta marchigiana non ha mai smesso di pedalare veramente, lottando sia per sé stessa che per il bene altrui. Grazie alla ONLUS a lei intitolata conduce infatti una serie di battaglie che abbracciano vari settori, a partire dalla ricerca per le lesioni spinali. Le tante iniziative di questa organizzazione (che vi invitiamo a scoprire nel dettaglio al sito www.marinaromolionlus.org) sono state il punto di partenza di questa intervista, rilasciata in esclusiva ai nostri microfoni.

 

Ciao Marina e grazie per il tempo che ci hai concesso. Partiamo della vostra ONLUS e dai suoi esordi. Quando e come è stato avviato il progetto?

“L’idea è partita da alcuni miei amici, dal team in cui militavo e da Sara Brambilla, al tempo organizzatrice del Giro Rosa. Insieme hanno deciso di darmi un aiuto concreto tramite la fondazione della ONLUS, che in un primo momento era indirizzata esclusivamente al mio caso. Dopo qualche mese ho tuttavia insistito affinché venissero estesi gli obiettivi dell’organizzazione. Da quel momento i nostri sforzi si sono concentrati sulla raccolta fondi a sostegno della ricerca per le lesioni spinali, visto che ad oggi non è ancora stato individuato un rimedio efficace a questa tipologia di infortuni”.

 

Quello della ricerca non è tuttavia l’unico fronte in cui siete impegnati in prima linea.

“Sin dai primi anni abbiamo puntato anche a fornire assistenza a tutti quei ragazzi vittime di incidenti invalidanti durante la pratica sportiva. Le assicurazioni sanitarie delle federazioni purtroppo hanno una copertura davvero ridotta e chi si ritrova a subire degli infortuni in gara rischia spesso di non essere minimamente risarcito. Più di recente abbiamo gettato anima e corpo nella battaglia per la sicurezza stradale, specie dopo quanto accaduto a Michele Scarponi. Non potevamo esimerci dallo sposare questa causa, in memoria anche dei tanti, troppi, giovani ciclisti che hanno perso la vita sulle nostre strade”.

 

Quali sono i risultati che ti hanno reso più orgogliosa in questi 7 anni di vita della ONLUS?

“Devo dire che le nostre campagne di sensibilizzazione sul tema della ricerca ci hanno gratificato molto in termini di attenzione. Abbiamo ricevuto negli anni il sostegno di tanti atleti professionisti, che ci hanno aiutato molto ad amplificare il nostro messaggio. Alcuni progetti sulle lesioni spinali che abbiamo sponsorizzato stanno inoltre producendo dei riscontri davvero soddisfacenti. Nel settore clinico e neurologico le tempistiche in genere sono piuttosto lunghe, ma c’è la sensazione di essere almeno sulla strada giusta per trovare delle soluzioni concrete. Alcuni ricercatori da noi sostenuti hanno firmato delle pubblicazioni su importanti riviste scientifiche internazionali e al tempo stesso siamo riusciti a far circolare il nome della ONLUS in diversi congressi del settore”.

 

Avete invece rilevato delle problematiche o delle resistenze particolari nella divulgazione o nella realizzazione dei vostri progetti?

“Purtroppo in Italia non è affatto semplice fare ricerca e nel nostro piccolo abbiamo sperimentato più di un’esperienza negativa. Ad esempio ci siamo spesi per quasi un anno nel tentativo di coinvolgere una struttura ospedaliera in Lombardia, tramite anche le amministrazioni regionali, ma gli scandali e le inchieste esplosi in regione in materia di sanità ci hanno spinto a virare verso l’estero. Al momento finanziamo dei progetti sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, con un nostro ricercatore che, grazie alla ONLUS, è andato a lavorare in pianta stabile in Ohio. Speriamo che col tempo possano esserci degli sviluppi diversi pure nel nostro paese, specie qualora dovessero arrivare ulteriori risultati incoraggianti”.

 

Come si articola invece la vostra attività in merito al tema della sicurezza stradale e che risposte avete trovato a riguardo?

“Attraverso il progetto Praticate Sport in Sicurezza abbiamo avuto la possibilità di girare molto nelle scuole, trovando sempre un certo livello di interesse e richiesta sia da parte dei vari istituti che degli stessi studenti. Le soddisfazioni più grandi arrivano soprattutto dai bambini, che con la loro sensibilità riescono a comprendere e a percepire l’importanza del nostro messaggio in maniera spassionata. Il vero ostacolo per un cambio di mentalità risiede purtroppo nell’atteggiamento degli adulti. Molte persone infatti faticano a sbarazzarsi delle vecchie abitudini e tendono ad accettare in maniera passiva lo stato attuale delle cose, senza rendersi conto che basta anche cambiare dei semplici gesti per migliorare la vita di tutti”.

 

Oltre che a livello culturale pensi sia fondamentale intervenire anche a livello legislativo?

“Penso che la legge sia una garanzia imprescindibile per il rispetto altrui e per il funzionamento di una società civile, visto che entra in gioco proprio in quei vuoti che educazione ed informazione non riescono a colmare. Nel nostro codice della strada c’è davvero bisogno di norme specifiche a tutela dei ciclisti e non a caso stiamo predisponendo, con l’aiuto anche della fondazione dedicata a Michele Scarponi, una raccolta firme per presentare un’apposita proposta di legge. Soltanto con questi strumenti possiamo giungere ad un effettivo ripensamento delle nostre strade a favore delle categorie più deboli, che dovrebbero avere la priorità rispetto alle automobili. Molti stati europei si stanno orientando verso dei modelli più sostenibili e anche noi dovremmo seguire il loro esempio, visto che traffico ed inquinamento hanno inoltre un impatto negativo sulla nostra stessa salute. È un peccato che un paese bello come il nostro non sia vissuto in maniera differente”.

 

La sensazione è che troppa gente sottovaluti il fatto che chi va in bici è molto più esposto ai rischi e che basta davvero poco per mettere a repentaglio la vita stessa di chi pratica il ciclismo in tutte le sue declinazioni.

“Nella testa di diversi automobilisti prevale il concetto che chi utilizza la bici non ha il diritto di stare in strada. È assurdo vedere manovre azzardate o sorpassi con carenza di spazio soltanto perché ci si ritrova di fronte un ciclista indifeso, anziché magari un mezzo più pesante. A tal proposito chi pedala dovrebbe vedersi riconosciuta anche la possibilità di viaggiare affiancato all’interno di gruppi più o meno numerosi, come forma di protezione nei confronti delle vetture. Resto convinta che quella macchina non mi avrebbe mai investito se in quello specifico momento non mi fossi ritrovata a marciare da sola. Meglio quindi dare fastidio che essere buttati giù, o peggio ancora uccisi”.

 

Come vi siete interfacciati con il mondo del ciclismo e in cosa si può migliorare per far arrivare il vostro messaggio a più persone possibili?

“Dal mio punto di vista ho ricevuto da subito grande affetto e considerazione soprattutto dai corridori professionisti, che riescono ad immedesimarsi più facilmente con la mia storia. Qualche difficoltà in più c’è stata invece con il settore amatoriale, visto che si tratta di un ambiente regolato da tutt’altre dinamiche. Per far capire il valore della nostra causa credo sia importante saper raccontare il nostro messaggio nel modo giusto, cercando sempre di coinvolgere le persone nei vari eventi. Col tempo abbiamo cercato inoltre di allargarci rispetto alla nicchia del ciclismo e siamo riusciti a creare dei bei legami anche con personalità di altri sport, che ci stanno dando un grande sostegno. Non posso negare di essermi trovata bene con tante componenti del mondo del pedale, a partire dall’ACCPI, ma su altri versanti si potrebbe lavorare senza dubbio in maniera differente. In tanti dovrebbero prendersi un po’ meno sul serio, approcciandosi a tutto ciò che riguarda questa disciplina con uno spirito più aperto e sereno”.

 

Credi che il ciclismo in tal senso paghi anche dei limiti di lungo corso nella capacità di comunicare verso l’esterno?

“Da parte dei singoli atleti non credo manchi disponibilità in tal senso, ma ormai tutto è subordinato ai dettami delle dirigenze e degli uffici stampa. È un peccato perché il ciclismo avrebbe davvero bisogno di personaggi più spontanei, capaci di mostrare al pubblico anche il lato umano che si cela dietro a quello sportivo. Sono convinta che in termini di interesse a pagare sia la naturalezza, mentre con le risposte preimpostate e con le solite frasi fatte si finisce soltanto per annoiare gli stessi appassionati. Una delle poche eccezioni in tal senso è rappresentata da Peter Sagan, che non a caso è tra i corridori più amati dalla gente”.

 

Nell’ultimo periodo c’è stato invece qualche cambiamento nella direzione giusta, sotto diversi aspetti, nel settore femminile. Come giudichi lo stato dell’arte attuale del movimento?

“Negli ultimi anni c’è stata in effetti una certa crescita, dovuta anche a delle buone scelte organizzative. Tante prove riservate alle donne, si pensi al Fiandre, alla Freccia o al Giro dell’Emilia, vengono ormai disputate negli stessi giorni delle corrispondenti gare maschili e questo sta dando una grande visibilità a tutto il movimento. Se in campo internazionale sono stati fatti dei significativi passi in avanti non si può dire altrettante però per il nostro paese. C’è una carenza di sponsor e ogni anno vediamo diminuire il numero di corse, soprattutto al centro-sud e soprattutto nelle categorie giovanili. Queste difficoltà devono essere comunque contestualizzate all’interno di un’involuzione più ampia di tutto il ciclismo italiano. L’attività dilettantistica in particolare è martoriata dall’assenza di idee e progettualità, per colpa in primis dei dirigenti federali. Una ventata d’aria fresca potrebbe essere portata soltanto da proposte innovative, come quella di investire sulla formazione e sul riconoscimento professionale dei direttori sportivi”.

 

Chiudiamo con un paio di domande sulla tua vicenda personale. Da dove si deve ripartire per trasformare un evento così drammatico in qualcosa di positivo?

“Prima di tutto bisogna ripartire da sé stessi, sebbene riconosca che non sia affatto semplice. Piangere e sfogarsi può essere utile a tirar via la frustrazione del momento, ma ad un certo punto bisogna rimboccarsi le maniche ed affrontare le avversità della vita come fossero una sfida. Non mi piace far passare l’idea che niente è impossibile, ma al tempo stesso penso ci sia sempre la possibilità di scrivere un destino diverso e, magari, migliore. Credo si debba trovare il giusto equilibrio tra l’essere razionali ed essere sognatori, tenendo sempre accesa la speranza. Il consiglio che mi sento di dare infine è quello di tenersi ben stretta la famiglia e tutte quelle persone che sanno volerti bene veramente”.

 

Ci sono degli aspetti in cui pensi di essere migliorata rispetto alla Marina che correva in bici prima dell’incidente?

“Sono diventata sicuramente più intraprendente e ho imparato anche a non aver paura di prendere delle scelte chiare. Prima ero un po’ più superficiale ed incerta da questo punto di vista, forse per via anche dell’età. In questi anni sono riuscita a concludere prima dei tempi accademici il percorso universitario e sono anche andata a vivere da sola, in una casa tutta mia. Senza l’incidente non so se sarei riuscita a realizzare tutte queste cose e, soprattutto, non credo che ce l’avrei fatta in questa maniera”.





16/11/2018

Marco Bea


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