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Chiara Consonni in esclusiva: la Madison si allena correndo, emozioni forti con il quartetto, ma sul Kapelmuur brividi unici

Chiara Consonni in esclusiva: la Madison si allena correndo, emozioni forti con il quartetto, ma sul Kapelmuur brividi unici
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Non c’è un vero e proprio libretto di istruzioni per interpretare il ciclismo su pista, ma Chiara Consonni, nonostante la giovane età, potrebbe senza dubbio scriverne qualche capitolo. La bergamasca classe 2000 ha infatti strappato applausi nella recente tappa di Hong Kong di Coppa del Mondo, dove ha conquistato, in tandem con Vittoria Guazzini, un bronzo di peso nella Madison. Un risultato arrivato grazie ad una perfetta esecuzione dello schema tattico studiato prima della partenza, con la Consonni delegata a finalizzare negli sprint le giocate, per usare un termine calcistico, di anticipo della compagna. Al rientro in Italia la portacolori della Valcar Cyclance Cycling si è raccontata ai nostri microfoni, a partire proprio dalla trasferta asiatica dell’ultimo weekend, restituendoci alcune curiosità relative non solo alla sua attività su pista e su strada, ma anche sul suo modo di vivere una carriera sportiva di alto livello.

 

Sabato scorso ad Hong Kong avete tenuto una piccola lezione di Madison. Quanto è stata ponderata la scelta sull’impostazione tattica della prova?

“Diciamo che quello che si è visto in pista il frutto di un lavoro partito da lontano. Sin dall’estate con Vittoria abbiamo infatti disputato diverse Madison insieme, così da raccogliere i punti necessari per esordire in Coppa del Mondo e provare al tempo stesso alcune situazioni. Lei, nonostante non sia velocissima, ha una progressione ideale per anticipare il gruppo e lanciarmi dalla testa. A me invece spetta concludere l’azione allo sprint, nella speranza ogni volta di raccogliere più punti possibili”.

 

La caduta avvenuta a metà corsa, con relativa neutralizzazione di qualche minuto, vi ha condizionato in qualche modo, sia in positivo che in negativo?

“L’incidente ci ha senza dubbio aiutato a rifiatare in una fase molto delicata. Non siamo infatti molto abituate a misurarci sui 120 giri di gara, che vi assicuro da dentro sono davvero tanti, ma l’interruzione per fortuna ha un po’ spezzato i ritmi e la fatica, oltre a permetterci di effettuare un confronto rapido per rifinire il piano tattico. Siamo comunque arrivate all’ultima volata piuttosto a corto di energie, senza riuscire ad inserirci nella lotta per i punti. Sarebbe bastato arrivare anche 3° nello sprint per difendere la piazza d’onore finale, ma il bronzo resta comunque un risultato di grande valore”.

 

Nelle varie competizioni vediamo, per così dire, il prodotto fatto e finito, ma durante l’anno come ci si prepara per una specialità così specifica come la Madison?

“Penso che il miglior allenamento per una Madison sia innanzitutto quello di correrne tante. Nei raduni svolgiamo di solito degli esercizi mirati e delle simulazioni dietro derny, in cui ci testiamo soprattutto sulle variazioni di ritmo ad intervalli. Quando sei nella mischia però la prospettiva cambia radicalmente, poiché devi muoverti prendendo le misure sia in relazione alla tua compagna che alle rivali. Non a caso il mio debutto in Coppa del Mondo a Glasgow, con Rachele Barbieri, è risultato un po’ traumatico, ma si è trattato comunque di un passaggio fondamentale in vista della trasferta di Hong Kong, dove mi sono trovata molto più a mio agio”.

 

Quali caratteristiche deve avere la “coppia perfetta” e se, a tuo avviso, ne esiste una che può definirsi tale al momento nel panorama internazionale?

“Sono forse un po’ di parte a riguardo, ma mio fratello Simone ed Elia Viviani incarnano davvero il prototipo della coppia perfetta. Sono entrambi molto veloci, ma al tempo stesso hanno dalla loro delle grandi doti di resistenza. Non hanno quindi particolari punti deboli e sono in grado di vincere sia attraverso gli sprint, che tramite la conquista del giro, come hanno dimostrato del resto alla 6 Giorni di Londra. Competizioni simili sono delle vere università per la Madison e, infatti, mi piacerebbe davvero tanto assaporare in prima persona una 6 Giorni. Dovrei riuscire in questo mio piccolo obiettivo ad inizio marzo a Manchester, in tandem con Rachele”, il che rappresenterà una bella emozione”.

 

Nell’ultima tappa di Coppa del Mondo ti abbiamo vista impegnata anche con il quartetto, che ha chiuso con la 5° piazza. Come ti senti di valutare questo risultato?

“Come nazionale non ci siamo presentate con la formazione tipo, ma ciò non toglie che ci saremmo aspettate qualcosa in più. La squadra era ben assortita, ma abbiamo gestito male lo sforzo contro il Belgio in semifinale. Siamo partite pancia a terra con l’intenzione di reggere i loro ritmi e provare a batterle, finendo però per sfaldarci nell’ultimo km di gara. Col senno di poi abbiamo sbagliato ad osare troppo in avvio, perché altrimenti c’erano tutte le possibilità di giocarci almeno l’head to head per il bronzo”.

 

Le Olimpiadi di Tokyo sono ormai sempre più vicine. Che clima si respira in squadra in vista dell’appuntamento a cinque cerchi e quante chance ti dai al momento di esserci?

“Si dice che la speranza è l’ultima a morire, ma sono consapevole di non essere tra le papabili principali per la convocazione. Sono comunque contenta dello spazio che ho avuto nelle ultime manche di Coppa del Mondo e di essere tornata nel giro della nazionale su pista, dopo un paio di stagioni in cui non mi ero dedicata con costanza alla disciplina. Vestire la maglia azzurra è un’esperienza che ti arricchisce sempre e sono convinta che tutti i compagni la onoreranno al meglio a Tokyo. In questi mesi c’è della sana agitazione nel gruppo, anche perché abbiamo delle ambizioni importanti. Entrambi i quartetti sono davvero competitivi e potranno dire la loro nella lotta per le medaglie”.

 

Nonostante la giovane età la vostra generazione, oltremodo ricca di ragazze di talento, ha già dimostrato tanto anche in campo internazionale. Quanti margini pensi ci siano ancora per voi prima di raggiungere l’apice delle vostre potenzialità?

“Sin dalle categorie giovanili la fortuna per ognuna di noi è stata quella di scontrarsi con avversarie di altissimo valore già all’interno dei confini nazionali. Le possibilità di esprimersi al massimo su pista dipendono in primis da quanto e come riesci a dedicarti a di anno in anno alla disciplina, mentre su strada contano di più l’esperienza e l’abitudine a correre su determinati chilometraggi. Per questa ragione credo che ci vorranno ancora 2/3 stagioni prima di vedere davvero il meglio da parte nostra”.

 

A settembre sei stata protagonista di una stupenda vittoria nella 5° tappa del Boels Ladies Tour. Una volta tagliato il traguardo hai espresso tutta la tua gioia, in versione multilingue, in una video-intervista  diventata virale tra gli appassionati. Oggi a mente fredda che significato attribuisci a quel successo?

“Come avete visto tutti subito dopo la gara ero talmente euforica da non rendermi quasi conto di quanto successo (ride ndr). Ancora oggi mi sento di dire che quello è stato uno dei momenti migliori che mi abbia mai regalato il ciclismo, superato in quanto ad emozioni soltanto dal trionfo di Elisa Balsamo al mondiale di Doha. Il successo in Olanda mi ha dato tanto morale, dopo una prima parte di stagione in cui, pure per via della scuola, ho faticato più del previsto. È stata una grande soddisfazione per me condividere una simile gioia con tutto il gruppo della Valcar, che mi sento di ringraziare per il sostegno che mi ha garantito anche nei periodi più complicati”.

 

Siamo prossimi ad un anno di svolta per i ciclismo femminile, con l’introduzione dei Women’s World Tour Team, il cui numero crescerà progressivamente a partire dagli 8 registrati per il 2020, che aprirà le porte del professionismo a tante atlete. Come ti senti di giudicare questo importante cambiamento?

“Penso sia un bel passo in avanti per tutte, poiché il nostro status comincerà ad essere equiparato a quello dei colleghi maschi. Con questa riforma ci verranno finalmente riconosciuti alcuni diritti di primaria importanza, a partire da quello di percepire uno stipendio minimo mensile in quanto atlete professioniste, con tutte le tutele del caso. Sul piano sportivo, almeno per il 2020, non ci saranno invece degli stravolgimenti drastici, poiché rimarrà comunque un certo spazio negli eventi World Tour per le formazioni di seconda fascia. Come calendario quindi la Valcar non sarà molto penalizzata, in attesa di capire se di saranno i mezzi per entrare nella massima serie nelle prossime stagioni”.

 

Ti sei sempre definita come una ragazza vivace ed estroversa. Le tue peculiarità caratteriali sono state più un pro’ o un contro per la tua attività nel ciclismo?

“A riguardo in percentuale penso che siamo sul 50 e 50. La mia personalità mi ha sempre aiutato molto a legare e fare gruppo con le compagne, il che in genere ti permette di essere a metà dell’opera anche nel momenti in cui ti devi spalleggiare in gara. D’altra però nel nostro sport bisogna avere anche un certo senso della misura e, a volte, la mia esuberanza mi induce a controllarmi meno del dovuto e ad essere un po’ sopra le righe nelle scelte. Il mio comunque è un atteggiamento molto spontaneo, come penso si sia visto anche nell’intervista post-vittoria al Boels Ladies Tour, senza il quale magari faticherei di più a salire in sella quando non sono al top fisicamente o quando c’è da superare un’intera giornata sotto il diluvio. Del resto sono convinta che divertimento e naturalezza siano basilari per affrontare il nostro sport”.

 

Oltre che nel quotidiano hai spesso modo di passare del tempo insieme a tuo fratello Simone pure negli impegni con la nazionale su pista. Come vivete il vostro rapporto nelle trasferte in maglia azzurra?

“Per intenderci in occasione della recente tappa di Glasgow di Coppa del Mondo ero molto più in ansia per la prova del suo quartetto che per il mio. Ci siamo sempre relazionati bene sotto ogni aspetto comunque e sappiamo che ognuno può fare affidamento sull’altro in caso di necessità, anche adesso che Simone si è trasferito con la sua fidanzata. È senza dubbio particolare ritrovarci insieme anche con la nazionale, ma ci siamo ormai abituati a gestire il tutto nella maniera più professionale possibile”.

 

Ti sei sempre divisa cimentata sia con la strada che con la pista. In base alla tua esperienza cosa accomuna e cosa distingue le due specialità?

“In entrambe penso ci sia un forte elemento di condivisione, seppur in un’ottica completamente differente. In pista questa dimensione emerge tra gli stessi atleti, perché alcune prove, come l’Inseguimento a Squadre e la Madison, ti restituiscono appieno l’essenza di impegnarsi e combattere insieme per un obiettivo comune. Su strada invece c’è una condivisione impareggiabile di emozioni con il pubblico, che in alcuni frangenti ti trasmette delle vere e proprie bombe di adrenalina. Al Fiandre del 2018 ad esempio mi sono ritrovata attardata tra le ammiraglie, a causa di una caduta, proprio nell’attraversamento del Kapelmuur ed è stato incredibile sentire l’incitamento della folla tutto rivolto nei miei confronti. Non mi era mai capitato di percepire una simile atmosfera e, non a caso, ricordo di essere arrivata in cima quasi in lacrime”.

 

Per la prossima stagione quali dei due settori intendi privilegiare?

“Fino al mondiale di Berlino, quindi inizio marzo, continuerò a lavorare molto su pista, sebbene sia consapevole di dover superare una concorrenza molto agguerrita per strappare la convocazione. L’attività indoor mi servirà comunque molto per acquisire una buona base per i mesi successivi, dove invece mi concentrerò soprattutto sulla strada. Le classiche del nord, specie quelle delle pietre, sono le mie preferite sotto tutti i punti di vista e mi piacerebbe quindi continuare a crescere in quei contesti”.





06/12/2019

Marco Bea


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