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Francesco Lamon in esclusiva: con il quartetto possiamo toccare la barriera dei 3’48’’, a Tokyo sarà un discorso a 4 per le medaglie

Francesco Lamon in esclusiva: con il quartetto possiamo toccare la barriera dei 3’48’’, a Tokyo sarà un discorso a 4 per le medaglie

(foto: Bettini)

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Le recenti fortune del nostro ciclismo su pista dipendono anche, se non soprattutto, da ragazzi come Francesco Lamon. Il veneto classe 1994 è infatti uno degli specialisti più puri della nazionale italiana e si è affermato con gli anni, al fianco di stelle come Elia Viviani e Filippo Ganna, come una colonna sia dell’Inseguimento a Squadre che di tutto il settore endurance. Oltre a far parte del quartetto delle meraviglie, fresco di record italiano (con un notevole 3:49:464) e serio candidato al podio per Tokyo 2020, rappresenta anche una solida alternativa per prove come l’Omnium, dove ha conquistato il bronzo nell’ultima tappa di Coppa del Mondo a Glasgow. Durante una pausa della Sei Giorni di Gand il portacolori della Arvedi Cycling Team, interessante progetto dedicato alla pista e destinato a confluire nel 2020 nella struttura della Continental Biesse Carrera, si è raccontato in esclusiva ai nostri microfoni, tra le ambizioni olimpiche e la voglia di dare continuità al percorso di crescita che sta interessando tutta la disciplina.

 

Partiamo da un bilancio della tua ultima uscita in maglia azzurra a Glasgow. Con quali sensazioni esci, sia a livello individuale che di squadra, da questa trasferta?

“Le maggiori soddisfazioni sono arrivate senza dubbio dall’Inseguimento a Squadre. Sapevamo infatti di avere un buon tempo nelle gambe, ma non ci saremmo mai aspettati di scendere già sotto i 3’50’’, impresa riuscita fino ad ora soltanto a Danimarca e Australia. Credo che in finale ci sarebbe stata la possibilità di limare ancora qualcosina, ma questo crono certifica comunque la bontà del lavoro che stiamo svolgendo in vista del mondiale e delle Olimpiadi. In entrambi gli appuntamenti dovremo essere molto competitivi sin dalle qualificazioni per rientrare nel discorso medaglie, ma stiamo guardando a questa sfida con una certa fiducia. Per quanto riguarda l’Omnium invece sono contento del risultato, un po’ meno di come ho concluso la giornata. Il programma era molto concentrato e devo essermi alimentato male tra le 4 prove, finendo per pagare dazio nella Corsa a Punti. Peccato perché fino a ¾ di gara le gambe giravano alla grande”.

 

Nonostante i progressi considerevoli di questi mesi ci hai fatto capire che pensate di riuscire a ritoccare ulteriormente il record che avete siglato in Scozia.

“Assolutamente sì, anche perché sono convinto che il nostro vero limite sia molto vicino all’attuale primato del mondo, ovvero i 3’48’’ netti. Pensiamo che questo crono possa essere un obiettivo credibile per noi, sebbene per l’oro olimpico è facile che si debba andare addirittura oltre. In quest’ultimo periodo stiamo sperimentando una serie di cose nuove per interpretare la prova al massimo delle nostre potenzialità e penso che, in tal senso, abbiamo imbroccato la strada giusta”.

 

Su quali aspetti si stanno concentrando i vostri sforzi per rendere il quartetto una macchina davvero perfetta?

“Di recente stiamo provando a viaggiare su ritmi molto elevati da subito, mentre prima eravamo abituati ad effettuare delle partenze un po’ più conservative. Ci siamo accorti comunque di tenere molto bene anche quando forziamo sin dai primi giri e, adesso, non stiamo facendo altro che spingere l’asticella sempre più in alto. La chiave starà nell’individuare il rapporto più adatto per sostenere questo nuovo approccio, specie in una fase, come quella di lancio, dove è fondamentale acquisire in fretta una certa velocità”.

 

Dalle tue parole emerge quanto siano sottoli i meccanismi dell’Inseguimento a Squadre. Come si prepara una specialità così particolare e quali caratteristiche sono necessarie per affrontarla al meglio?

“La parte individuale concerne soprattutto delle esercitazioni sulle partenze da fermo, mentre il grosso del lavoro viene svolto insieme agli altri componenti del quartetto. Quando sei in gara non c’è niente di improvvisato e ogni dettaglio viene studiato in maniera molto meticolosa, dall’ordine con cui ci disponiamo in fila fino alla durata e all’intensità delle singole tirate. Ancor prima di scattare dei blocchi ognuno di noi sa come deve comportarsi e cosa aspettarsi dal compagno in quei 4 km di fatica, così da concentrarsi unicamente sul fatto di spingere al massimo i pedali. Il tutto non sarebbe senza dubbio possibile senza un certo livello di sincronia e fiducia tra i vari vagoni del treno”.

 

Quanto incide in un simile esercizio avere dalla propria parte un talento assoluto, nonché primatista mondiale dell’Inseguimento Individuale, come Filippo Ganna?

“Il suo record basta a qualificarlo rispetto a tutti gli altri ed è inevitabile quindi che lui faccia la differenza all’interno del nostro quartetto. Averlo con noi è un grande vantaggio, ma questo non significa che partiamo in automatico con una marcia in più nei confronti degli avversari. Spetta infatti a noi metterlo di volta in volta nelle condizioni migliori possibili per esprimersi e viceversa”.

 

Quando sei entrato nell’orbita del quartetto ti saresti mai aspettato di portarlo a qualificarsi per ben due Olimpiadi?

“Nelle mie prime apparizioni in nazionale non stavamo attraversando un bel periodo e c’era quindi da rimboccarsi le maniche dopo ogni uscita, spesso senza ottenere neanche risultati di rilievo. Anno dopo anno siamo invece andati migliorando, a partire dai materiali e dalle metodologie di allenamento, fino ad assestarci tra le realtà di riferimento del panorama globale. Ripensando agli esordi ti direi che, pur sperandoci molto in cuor mio, non mi sarei mai aspettato di raggiungere traguardi così importanti come un’Olimpiade. A Rio il pass è arrivato all’ultimo minuto e abbiamo vissuto tutto in maniera piuttosto frenetica, mentre a Tokyo ci presenteremo con tutta un’altra mentalità e consapevolezza, visto che stiamo ragionando in funzione di questo evento già da un anno”.

 

Hai già fatto cenno alle rivali più pericolose in ottica medaglie. Pensi che potrà esserci qualche ulteriore inserimento nel lotto delle favorite da qui alla prossima estate?

“Penso che il podio sarà una questione a 4 tra noi, Australia, Danimarca e Gran Bretagna. La nostra non è disciplina da exploit e al momento non si vedono all’orizzonte altre nazionali in grado di competere sui tempi di cui abbiamo parlato in precedenza. Per rientrare nella partita alcune squadre dovrebbero completare in 6 mesi delle progressioni che si costruiscono di norma nell’arco di più di una stagione, il che rende davvero improbabile l’aggiunta di eventuali outsider”.

 

In vista delle Olimpiadi c’è invece un elemento in particolare in cui pensate di dover migliorare ancora o a cui dare un ulteriore spinta per essere al top?

“Sinceramente faccio fatica a trovarne. Tutto si sta sviluppando infatti da parte con la giusta naturalezza e sinergia. Nei prossimi mesi ci sarà senza dubbio da incrementare, più che l’intensità, la costanza degli allenamenti, ma sono convinto che non ci saranno problemi a riguardo. Anche chi è impegnato maggiormente con la strada, come Viviani, Ganna e Consonni, ha già dato disponibilità a lavorare il più insieme possibile nella fase nevralgica della preparazione, così da arrivare a Tokyo con la massima omogeneità di condizione e conoscenze”.

 

A Glasgow hai dimostrato di poter dire la tua ad alti livelli anche nell’Omnium. In futuro sentiresti di poter raccogliere il testimone di Elia Viviani in questa specialità?

“Ora come ora ti direi anche di sì, sebbene non bisogna dimenticarci che abbiamo dalla nostra anche un altro ottimo interprete dell’Omnium come Simone Consonni. La mia priorità al momento rimane comunque il quartetto, ma questo non esclude che, qualora necessario, possa dare una mano anche nelle specialità individuali, nelle quali mi cimento sempre con grande piacere. Mi è abbastanza indifferente alla fine sapere chi è la riserva di Elia o chi andrà a sostituirlo in futuro. Qualora non dovesse spettare a me so già infatti che il compito ricadrà su un ragazzo altrettanto meritevole”.

 

In che modo un campione come Elia rappresenta un valore aggiunto per tutto il gruppo della nazionale?

“Elia è un vero trascinatore sia in gara che fuori. Quando è con noi riesce sempre a trasmetterci la sua esperienza e a darci quel consigli o quelle parole che ti permettono di lavorare con la giusta tranquillità. Come peso il suo ruolo è molto simile a quello di Ganna, poiché la sua semplice presenza nelle trasferte infonde a tutti un surplus di motivazione. Il fatto che abbia voluto continuare a dedicarsi alla pista nonostante i tanti successi su strada gli rende inoltre ancor più onore, sia come atleta che come persona”.

 

In base a quello che hai vissuto negli ultimi anni, quanto e come è cambiato a tuo avviso il ciclismo su pista italiano?

“Più che l’ambiente in sé sono cambiati, in positivo, alcuni aspetti specifici, come i materiali a disposizione e le metodologie di allenamento. Questi miglioramenti hanno portato ad una crescita in termini di risultati e, di conseguenza, anche nell’interesse e negli investimenti da parte degli sponsor. Tutta la marcia di avvicinamento per Tokyo è stata ad esempio davvero ben supportata sul fronte tecnico e tecnologico, per i quali stiamo testando ancora oggi delle soluzioni sempre più performanti”.

 

A riguardo la nascita dell’Arvedi Cycling Team è stata una novità significativa per tutto il movimento. Qual è il tuo bilancio di questo primo anno di vita del progetto?

“Il bilancio non può che essere positivo. Sento di infatti di dover ringraziare il team manager Massimo Rabbaglio ed il DS Massimo Casadei per avermi concesso, di concerto con il CT Marco Villa, l’opportunità di entrare a far parte della squadra. Militare in una società focalizzata sui pistard mi ha permesso di gestire la stagione con molta serenità, specie nei periodi in cui dovevo giocoforza trascurare l’attività su strada. Sono contento di rimanere con loro anche il prossimo anno, in cui avrò modo, grazie al loro appoggio, di concentrarmi sull’obiettivo Tokyo con delle basi solide e sicure”.

 

Hai appena citato un’altra personalità di rilievo della pista italiana come Marco Villa. Cosa puoi dirci del CT sia dal punto di vista tecnico che umano?

“La sua è una figura quasi paterna per noi atleti, perché sa riconoscere sempre i momenti in cui rimproverarci o quelli in cui scherzare o gioire insieme. Per me prima che un coach è innanzitutto un amico e credo che un simile rapporto non possa altro che incentivare le stesse prestazioni. In più di un’occasione infatti a me e ad altri è capitato di dare quel qualcosa in più in pista, proprio per non deluderlo e per rendere giustizia al suo impegno”.

 

Per chiudere, per quali ragioni hai scelto di puntare sulla pista e perché consiglieresti un percorso simile ad un giovane che si affaccia adesso a questa disciplina?

“Personalmente ho sempre riservato un occhio di riguardo alla pista, anche quando raccoglievo dei buoni risultati su strada. Alla fine ho preso questa direzione per un discorso di coerenza, poiché ad un certo punto ho realizzato di poter rendere al meglio proprio nei velodromi. Ho colto al balzo quindi l’occasione di entrare nelle Fiamme Azzurre, che mi hanno da subito fornito un supporto fondamentale nel mio percorso. Non ho comunque la presunzione di affermare che la disciplina sia migliore o più indicata di altre per un giovane. L’unico consiglio che mi sento di dare è quello di essere sempre onesti con sé stessi e di individuare il settore più adatto alle proprie capacità. Una volta capito di potermi esprimere al meglio nella pista non ho fatto altro che intraprendere la strada giusta per riuscirci a tutti gli effetti”.





17/11/2019

Marco Bea


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