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Martina Fidanza in esclusiva: nello Scratch la lettura della corsa conta più di tutto, mi sento un po' un'impressionista del pedale

Martina Fidanza in esclusiva: nello Scratch la lettura della corsa conta più di tutto, mi sento un po' un'impressionista del pedale
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La generazione d’oro del ciclismo su pista italiano è ben rappresentata, in campo femminile, anche da Martina Fidanza. La bergamasca classe 1999 fa parte infatti di quella nidiata di “ragazze terribili”, tutte 20enni o poco più, che sta trascinando la nostra nazionale verso la qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo 2020, ormai in sostanza acquisita per le 3 specialità dell’endurance (Inseguimento a squadre, Omnium e Madison) presenti nel programma a 5 cerchi. Forte di un percorso da predestinata nelle categorie giovanili, nobilitato da due titoli iridati Juniores, la portacolori dell’Eurotarget-Bianchi-Vittoria si è subito messa in luce tra le grandi, con due sigilli di tappa ed il trionfo nella generale di specialità dello Scratch nella scorsa stagione di Coppa del Mondo. Al rientro da Minsk, sede di un primo round dell’edizione 2019-20 del massimo circuito UCI oltremodo positivo per i colori azzurri, la giovane lombarda si è raccontata ai nostri microfoni in un’intervista esclusiva, tra l’adrenalina dei velodromi e quella passione per la bici condivisa in famiglia sia con la sorella Arianna, sua compagna di casa fino a quest’annata, che con papà Giovanni, sprinter di razza dei primi anni ’90 nonché suo direttore sportivo a livello di club.

 

Partiamo dalla stretta attualità e dal 2° posto che hai ottenuto a Minsk lo scorso weekend, dietro ad un mostro sacro come Kirsten Wild. Possiamo dire che la nuova stagione di Coppa del Mondo sia partita col piede giusto per te.

“Ci tenevo molto a fare bene in Bielorussia anche per il morale, visto che agli Europei di Apeldoorn di metà ottobre non sono riuscita ad ottenere un risultato in linea con le mie aspettative, pur essendoci arrivata con un ottimo livello di preparazione. Il lotto delle rivali a Minsk era inoltre di notevole qualità e questo rende ancor più merito alla mia prestazione. Kirsten ha dalla sua un’esperienza indiscutibile ed aver tagliato il traguardo spalla a spalla con lei è per me un motivo di grande soddisfazione”.

 

La presenza al via di un vero e proprio riferimento della specialità come la Wild cambia, a tuo avviso, sia le dinamiche di corsa che l’approccio allo sprint finale?

“A Kirsten piace molto lanciare le volate dalla testa ed è solita partire molto lunga. Per noi altre quindi il semplice fatto di prendergli la ruota rappresenta un po’ una sicurezza nei caotici giri conclusivi, dove basta un attimo per rimanere chiuse ed essere risucchiate indietro. Quando c’è lei inoltre le gare si sviluppano spesso in maniera più controllata, a vantaggio delle outsiders. Di solito infatti la responsabilità di chiudere su eventuali attacchi grava molto meno su atlete come me, che possono chiudi gestirsi in maniera più tranquilla in vista delle fasi decisive”.

 

Lo Scratch è la prova più di situazione tra quelle della pista, poiché si tratta in sostanza di una pura competizione in linea all’interno di un velodromo, senza punti, sprint intermedi e altre variabili. Secondo te quali sono le caratteristiche chiave per imporsi in questa disciplina?

“Senza dubbio è fondamentale la capacità di leggere la corsa, che incide in genere di più della stessa condizione fisica. Il tutto si decide alla fine in pochi minuti e bisogna quindi essere bravi sia a conservare le energie, che a capire quando è il momento giusto per spenderle. Negli ultimi tempi poi circa l’80% delle gare si risolve allo sprint e lo spunto veloce conta quindi sempre di più. Mi sbilancio poi nel dire che, per vincere, è necessaria pure un po’ di fortuna, che gioca comunque un ruolo quando ci sono quei 2/3 episodi chiave da far giare a tuo favore”.

 

In gara di norma quale atteggiamento tattico preferisci tenere?

“Sono una che tende più ad aspettare lo sprint e, al massimo, a seguire quelle 2/3 ragazze che si è deciso di tenere d’occhio con il CT nella riunione tecnica. In genere ancor prima della partenza è facile individuare le attaccanti potenzialmente più pericolose e, quando si muovono, cerco sempre di non tirarmi indietro nel buttarmi sulla loro ruota o nel dare qualche cambio per inseguirle. In volata invece mi piace prendere l’iniziativa e spesso non mi faccio troppi problemi a partire un po’ più lunga”.

 

Nelle categorie giovanili ti sei dedicata con buon profitto anche nella velocità. Quando ha deciso di puntare maggiormente sull’endurance e, in particolare, sullo Scratch?

“Il settore velocità mi incuriosiva e, per tutto il mio primo anno da Junior, ho lavorato in primis in quella direzione. In Italia siamo un po’ indietro su questo fronte, ma personalmente mi sono sempre divertita molto nel correre le prove sprint, che sento mie ancora oggi. Da metà della seconda stagione da Junior, su consiglio anche del CT Salvoldi, mi sono testata tuttavia anche su alcune specialità sull’endurance, a partire dal quartetto e dallo Scratch. Con il passaggio di categoria ho deciso, in maniera del tutto autonoma e consapevole, di insistere su questa strada, sebbene non abbia del tutto abbandonato la velocità. Quando c’è l’opportunità non disdegno affatto cimentarmi soprattutto nello sprint a squadre”.

 

In base anche alla tua esperienza per quali ragioni fatichiamo così tanto nella velocità?

“Penso che siamo in sofferenza innanzitutto per la mancanza di un velodromo al coperto, che impedisce di dare la giusta continuità al lavoro. Gli sprinter infatti, a differenza dei fondisti, necessitano di allenarsi in pista quasi tutti i giorni ed il problema di Montichiari ha quindi penalizzato in particolare proprio il loro settore. Qualche segnale comunque è arrivato di recente con Miriam Vece, che sta migliorando costantemente grazie anche allo stage al centro mondiale UCI di Aigle. Questa sua esperienza potrebbe aiutare la stessa nazionale ad acquisire maggiori conoscenze sulle discipline in questione. Più che la qualità delle interpreti penso infatti che ci manchi in primis il metodo quando si parla di velocità”.

 

Hai fatto cenno ora alla spiacevole vicenda del velodromo di Montichiari, che sembra tuttavia prossima ad una soluzione positiva. Che notizie hai sui test effettuati di recente per saggiare lo stato della pista?

“Da quello che mi hanno riferito il parquet è in condizioni migliori di quello che ci si aspettasse, al pari della stessa struttura interna. Non so quali saranno adesso i prossimi passaggi, specie a livello normativo e burocratico, ma si è aperto uno spiraglio che mi rende più fiduciosa rispetto a qualche tempo fa. Sarebbe troppo importante per tutti noi tornare ad utilizzare il velodromo di Montichiari con una certa regolarità almeno per gli allenamenti”.

 

La nostra nazionale femminile vanta anche un’altra interprete di qualità nello Scratch come Rachele Barbieri, già iridata della specialità. Come vivi questa concorrenza interna?

“La nostra può definirsi tutto fuorché una rivalità. Nel 2017 ad Hong Kong, quando ha conquistato il titolo mondiale, ero presente anche io e ho pianto di gioia insieme a lei per la sua vittoria. Quel trionfo ha costituito una grande fonte di ispirazione per me e adesso sono davvero orgogliosa di condividere con lei non solo i colori azzurri, ma anche quelli delle Fiamme Oro. Siamo più o meno sullo stesso livello e credo quindi che il CT stia facendo bene ad alternarci nelle varie tappe di Coppa. Vedremo chi delle due sarà più in forma a fine febbraio, in modo da rappresentarci al meglio al mondiale di Berlino”.

 

In ottica Tokyo 2020 siamo ormai quasi certi, sia tra le donne che tra gli uomini, di strappare il pass per tutte e 3 le prove endurance. Quali sono al momento le tue possibilità di rientrare tra le convocate la prossima estate?

“Bisogna partire dal presupposto che l’inseguimento a squadre è un po’ la chiave di tutto, poiché nella formazione del quartetto dovranno figurare anche le atlete da impiegare nell’Omnium e nella Madison. L’importante è quindi comporre una selezione che sia in grado di coprire bene tutte le gare, il che limita un po’ le opzioni possibili. In campo femminile le titolari sono già abbastanza definite, con atlete poliedriche come Letizia Paternoster, Elisa Balsamo, Maria Giulia Confalonieri e Vittoria Guazzini che saranno le colonne portanti della spedizione. Oltre alle 5 ragazze che approderanno a Tokyo anche le restanti componenti del gruppo ricopriranno comunque un ruolo non banale. Svolgeremo infatti tutte insieme il programma di preparazione e, in caso di defezioni dell’ultimo minuto, le stesse riserve dovranno farsi trovare pronte. La forza della nostra nazionale del resto è proprio quella di avere tante interpreti di qualità, abituate a spronarsi a vicenda. Da parte mia, sebbene sia consapevole di non essere una primissima scelta, sarà comunque un piacere poter contribuire al percorso olimpico delle compagne”.

 

Usciamo adesso un po’ dal discorso pista. In un’intervista rilasciata per la nostra rubrica “Parole a Pedali” tua sorella ci ha parlato del rapporto profondo che c’è tra di voi anche all’interno delle corse. Quanto è stato importante per te avere Arianna come compagna in queste due stagioni?

“Questo legame particolare tra di noi c’è sin dalle mie prime uscite da Junior e va al di là del fatto di indossare la stessa casacca. In gruppo siamo abituate a cercarci spesso e a spalleggiarci, specie nelle fasi più delicate di gara. Arianna vanta già delle esperienze di rilievo all’estero ed averla al mio fianco nelle stagioni d’esordio mi ha aiutato tanto sia a crescere, che al tempo stesso ad affrontare tutto con più sicurezza. Dal 2020 lei approderà alla Lotto Soudal femminile e, sebbene avremo meno occasioni per stare insieme, non posso che augurarle il meglio per questa nuova avventura”.

 

Ti sei diplomata al liceo artistico ed immaginiamo quindi che tu nutra una bella passione per le arti figurative. C’è una corrente o una personalità di quell’universo che ti sentiresti di accostare al tuo modo di correre su strada e nei velodromi?

“Questa è una domanda di quelle davvero difficili (sorride ndr), anche perché, amando l’arte nella sua totalità, è difficile individuare a bruciapelo un nome o una scuola in particolare. Per come mi comporto in gara mi collocherei forse tra gli impressionisti. Pur essendo di basse piuttosto istintiva mi rivedo molto infatti nel loro tratto e nella loro gestualità. Nelle loro opere inoltre si limitano a cogliere un attimo, che in fondo non è niente di così diverso da quello che faccio io nello Scratch”.

 

Cosa ti ha insegnato invece le bicicletta e quali lati del tuo carattere ha aiutato a far emergere?

“Il ciclismo in generale aiuta molto a scoprirsi e ti spinge ad acquisire una mentalità che può tornare utile anche per affrontare tante sfide della vita quotidiana. Personalmente mi ha insegnato ad ascoltare e a tenere in forte considerazione il parere di chi ha qualcosa da trasmettermi, che sia mio padre, un professore a scuola od il CT della nazionale. Sono una persona un po’ testarda e, senza la bici, non so quanto avrei maturato questa capacità di seguire e comprendere i consigli altrui”.

 

Per chiudere, visto che siamo ormai quasi a fine anno, cosa metti in cima alla lista dei desideri per il 2020?

“Essendo scaramantica tendo sempre a sbilanciarmi poco su domande di questo genere. Senza dubbio mi dedicherò con maggiore insistenza all’attività su pista, a cui ho deciso di assegnare la priorità rispetto alla strada. Per il resto spero di continuare a fare bene in Coppa del Mondo e di essere della partita nella rassegna iridata di Berlino”.





11/11/2019

Marco Bea


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