Stagione 2019
Alberto Bettiol in esclusiva: Tour corso in funzione del mondiale, non mi spaventa avere maggiori responsabilità

Alberto Bettiol in esclusiva: Tour corso in funzione del mondiale, non mi spaventa avere maggiori responsabilità

(foto: Bettini)

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Svolta è senza dubbio la parola chiave del 2019 di Alberto Bettiol, tornato alle origini per diventare definitivamente grande. Il trionfo al Giro delle Fiandre ha infatti scosso in positivo la carriera del toscano classe 1993, che ha saputo raccogliere in fretta i cocci della sciagurata annata in maglia BMC, minata da un’incredibile serie di incidenti ed infortuni, rimettendosi in gioco alla EF Education First, nello stesso gruppo che lo ha accompagnato nei suoi primi passi nel professionismo. Partendo dalla sua ultima esperienza al Tour de France il nuovo trascinatore del ciclismo azzurro nelle classiche ci ha proiettato nel cuore di questa sua fortunata stagione, dall’impresa della Ronde, rivissuta nel dettaglio, fino ad un sogno chiamato mondiale dello Yorkshire.

 

In Francia non ci sono stati particolari acuti personali, ma ti sei speso comunque molto per la squadra. Che bilancio senti di tracciare di questa tua seconda partecipazione alla Grande Boucle?

“Considero il mio Tour positivo. Sono arrivato a Bruxelles con una condizione buona ma non ottimale e sono cresciuto molto con il passare dei giorni. Il mio obiettivo alla vigilia del resto non era quello di fare risultato, ma di svolgere piuttosto un blocco di lavoro che mi servisse come base per la preparazione in vista del mondiale. Sapevo infatti che sarebbe stato difficile replicare già quest’estate il picco di forma di aprile, considerando pure il fatto che venivo da un’annata travagliata e con poche corse disputate”.

 

Dopo la campagna del nord la rassegna iridata è diventata quindi il tuo chiodo fisso per tutto il prosieguo di stagione?

“Quando ho visionato il percorso è scattato un po’ un colpo di fulmine con il mondiale nello Yorkshire e ho deciso quindi di impostare il resto del 2019 in funzione di questo appuntamento. Con il preparatore del team abbiamo stilato un programma per arrivare in autunno con la miglior gamba possibile e, adesso, ci attendono i due mesi di rodaggio più importanti. A breve andrò a Livigno per un nuovo stage in altura di una ventina di giorni, per poi partecipare alle due gare canadesi del World Tour e ad alcune semiclassiche italiane, che sono però ancora da definire. Sicuramente terminerò la stagione con la prova iridata, visto che gli impegni quest’anno sono stati tanti sin dal mese di gennaio”.

 

Il vostro leader al Tour era Rigoberto Uran, che ha concluso la corsa al 7° posto. Credi che i tagli avvenuti sulle Alpi per il maltempo lo abbiano un po’ penalizzato nella risalita della classifica?

“Sicuramente avrebbe preferito i tracciati di tappa originari, ma penso che il risultato ottenuto sia alla fine in linea con il suo livello e con quanto espresso nelle tre settimane. Il suo intento era comunque quello di arrivare nei 10 e, come gruppo, siamo contenti di quello che ha fatto. Non è mai scontato confermarsi ai vertici della generale di un GT come il Tour e su Rigo gravava anche il peso della frattura alla clavicola rimediata a marzo alla Parigi-Nizza, che non gli ha certo facilitato le cose. Anche lui è andato in crescendo nelle ultime giornate e sono convinto che adesso correrà una grande Vuelta”.

 

L’Education First è ormai una seconda casa per te. Quanto ti ha fatto bene tornare con loro dopo la sfortunata parentesi del 2018 con la BMC?

“Loro sono un po’ la mia famiglia ciclistica e, con il tempo, ho costruito un rapporto davvero profondo soprattutto con i dirigenti e lo staff tecnico. Mi hanno sempre garantito il massimo del supporto e della disponibilità, riuscendo sia a stimolarmi che a proteggermi a seconda delle situazioni. Mi hanno aiutato molto a gestire anche il trambusto che si è generato intorno a me dopo la vittoria al Fiandre, senza risparmiarmi pure delle piccole tirate d’orecchio quando necessario. Per me significa molto lavorare in un simile ambiente e rimango fiero della decisione che ho preso l’anno scorso, quando mi hanno prospettato la possibilità di tornare con loro”.

 

Tutti i componenti del vostro team quest’anno hanno palesato dei consistenti miglioramenti nelle prove contro il tempo. Su quali aspetti vi siete concentrati per raggiungere un simile incremento nelle performance in questo particolare esercizio?

“Il team per questa stagione ha investito molto di più rispetto al passato nelle cronometro, sia a livello di materiali che di preparazione. Il nostro head coach è molto ferrato su questa specialità e ci ha dato delle dritte utili a riguardo sin dal primo ritiro, portandoci anche a Mallorca qualche giorno per dei test aereodinamici su pista. Nel mio caso lo staff ha inoltre insistito affinché avessi a casa, sin dallo scorso ottobre, una bici apposita per svolgere degli allenamenti specifici. Quello che vedete sulla strada è quindi frutto di un lavoro molto scrupoloso e di una programmazione partita da lontano. La squadra per fortuna dispone di risorse finanziarie solide e può quindi permettersi di curare in modo capillare anche questi aspetti”.

 

Apriamo adesso il capitolo Fiandre. Quando ti sei reso conto durante la gara che quella sarebbe potuta essere la giornata giusta per centrare un grande risultato?

“La piena consapevolezza è arrivata soltanto ai piedi dell’ultimo Oude Kwaremont, quando ho sentito, a differenza delle mie due precedenti partecipazioni, di avere ancora delle energie buone da spendere. Dall’ammiraglia mi hanno quindi consigliato di provare qualcosa, ma ciò che è accaduto dopo è stata tutta una scoperta e una sorpresa. Non avrei mai immaginato infatti di fare il vuoto, di tenere anche sul Paterberg e di arrivare al traguardo con 20 secondi sugli inseguitori. Non ho mai pensato alla vittoria fino agli ultimi 50 metri, anche perché mi sembrava incredibile essere là davanti da solo verso la il mio primo successo, in una corsa che, per tradizione e calore del pubblico, è forse la più bella di tutto il calendario”.

 

Cosa ti è rimasto impresso degli ultimi km della tua cavalcata?

“In tutta onestà ricordo solo qualche frammento di quelle fasi. Ancora oggi però ho in testa il cambio nel tono di voce del nostro DS Andreas Klier quando comunicava via radio con me e Langeveld, che viaggiava nel drappello alle mie spalle. Si rivolgeva a Sebastian in maniera molto fredda, chiedendogli di stare calmo in vista dello sprint e di rompere di cambi, mentre quando toccava me c’era una vera e propria esplosione di decibel, con la quale mi spronava ad insistere e non voltarmi mai indietro”.

 

Il post-gara è stato poi animato da Van Avermaet, che dichiarò, ai microfoni di Sporza, di averti visto troppo grasso e pigro nel periodo alla BMC per far sbocciare tutto il tuo talento. Oggi a mente fredda come valuti quelle esternazioni?

“Un po’ grasso forse sì, ma pigro proprio no. Ho risposto così quel pomeriggio e ancora oggi sono dello stesso avviso. Penso che le parole di Greg siano dipese tuttavia anche da una sua percezione errata, visto che pochi in gruppo sono abituati a sottoporsi a degli allenamenti severi come i suoi. Ogni corridore alla fine ha una predisposizione differente ai carichi di lavoro e il fatto di restare in bici un’ora o 10 km in meno non è quindi per forza sinonimo di scarsa applicazione. Rispetto comunque molto Greg e penso che queste stesse dichiarazioni siano state molto sincere e spassionate, senza alcun intento di polemica. In parte ho vinto il Fiandre anche grazie a lui, visto che, nella stagione passata al suo fianco, ho avuto modo di imparare tanto su come affrontare la campagna del nord”.

 

Qualche differenza nell’approccio agli allenamenti e nella gestione della settimana c’è stata però da parte tua negli ultimi mesi?

“Rispetto a prima ho iniziato a prestare sempre più attenzione ai dettagli, pur non apportando modifiche alla mia preparazione di base. Ho limato una serie di sottigliezze, dal chilo di troppo fino alle ore di riposo, che messe insieme mi hanno permesso di compiere un ulteriore step in avanti. Nel ciclismo di oggi sono soprattutto queste piccole cose a fare la differenza tra un ottimo corridore e un campione”.

 

Dopo il Fiandre quanto è come è cambiata la tua vita sia dentro che fuori le corse?

“È inevitabile che ci siano stati tanti stravolgimenti, ma li reputo comunque positivi. Oltre agli impegni di natura mediatica mi riferisco soprattutto alle maggiori responsabilità ed aspettative con cui devo convivere, non solo nei confronti della squadra e dei tifosi. Adesso che ho dimostrato di poter battere i migliori al mondo so di dover insistere su questa strada e pretendere sempre di più da me stesso. Questa nuova dimensione però non mi spaventa affatto e sto imparando man mano a far tesoro degli aspetti più stimolanti che essa comporta”.

 

Tra i messaggi di congratulazioni che hai ricevuto nei giorni e nelle settimane seguenti quale ti ha fatto più piacere, magari per il contenuto o per il mittente?

“Senza dubbio quello di Fabian Cancellara. Proprio quella settimana si trovava in Italia, ospite del mio amico Alan Marangoni, per una pedalata amatoriale e, nonostante ci conoscessimo a malapena di persona, ha tenuto a complimentarsi con me tramite Instagram. È stato davvero emozionante leggere le sue parole, anche perché sono cresciuto seguendo le sue imprese al Fiandre e alla Roubaix, che mi piace pensare abbiano ispirato un po’ la mia stessa azione”.

 

Quest’anno ti sei misurato anche con i due specialisti del fuoristrada Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert, destinati a diventare dei veri spauracchi sulle pietre nelle prossime stagioni. Da avversario cosa ci puoi dire di questi due straordinari talenti?

“Con Van Aert ci siamo incrociati spesso e, a volte, ci è capitato di scambiare pure qualche parola. È dotato di una grande potenza e nelle cronometro di media distanza non teme il confronto con nessuno. Ha assorbito bene il passaggio dal cross alla strada e si è trovato anche in un ambiente, come quello della Jumbo-Visma, ideale per crescere, che non a caso sta raccogliendo quest’anno risultati notevoli a livello collettivo. Con Van der Poel ho condiviso invece molte meno gare, ma ad ogni occasione mi ha fatto quasi paura. La dimostrazione più impressionante è stata all’Amstel, dove ha corso, pur sbagliando tutto dal punto di vista tattico, con una superiorità ai limiti dello snervante”.

 

Ci confermi quindi che all’Amstel ha offerto uno spettacolo quasi disarmante per tutti voi in gruppo.

“La sua vittoria quel giorno è andata oltre ogni logica, anche perché ha battuto, muovendosi in sostanza come un allievo per tutte le fasi cruciali, una serie di corridori che si erano preparati appositamente per il trittico delle Ardenne. Se dovesse mantenersi un simile gap tra noi e lui anche in futuro c’è il rischio che diventi inarrivabile per chiunque e che le classiche del nord si trasformino in un monotono show individuale. Di sicuro inoltre può ancora migliorare molto in termini di disciplina ed accortezza nella guida, poiché in gara, come si è visto tra l’altro al Fiandre, tende un po’ ad esagerare con delle manovre esagerate per una bicicletta da strada”.

 

Per le prossime stagioni punterai a scoprire le tue potenzialità anche nelle restanti classiche monumento?

“Sì, non a caso per il 2020 ho già in mente di correre la Parigi-Roubaix. Non l’ho mai fatta in carriera e mi piacerebbe quindi capire dove posso arrivare in una gara così particolare. In una prospettiva più a lungo termine vorrei provare ad essere competitivo anche alla Liegi e al Lombardia. Sento infatti di non aver ancora raggiunto una maturazione fisica tale da consentirmi di superare bene i percorsi con più dislivello, soprattutto sul piano della resistenza. Magari tra 4/5 anni anche questo tipo di gare potranno diventare un obiettivo concreto per me”.

 

In questa decade Gilbert sta dimostrando che, nel corso di una carriera, è possibile fare risultato in tutte e 5 le monumento. Pensi che, soprattutto nelle classiche, sia ormai caduto il tabù dell’iperspecializzazione?

“Sono convinto che, nel ciclismo moderno, sia normale vedere sempre più corridori predisposti a questa apertura. È naturale del resto che un atleta dotato di un grande motore sappia esprimersi bene su terreni differenti, al di là di qualsiasi specializzazione. Non c’è da stupirsi quindi se, ad esempio, Alaphilippe sia riuscito nello stesso anno a vincere una Milano-Sanremo, a chiudere nella top 5 un Tour e a primeggiare anche a cronometro, in un esercizio in cui, a mio avviso, conta prima di tutto avere gambe e talento. Ognuno poi ha le proprie caratteristiche di base ed è scontato quindi che un passista veloce come me non abbia particolari chance di competere per la vittoria in un GT. Nelle gare secche il discorso invece è diverso ed per questo motivo che a riguardo non intendo pormi alcun limite”.

 

Chiudiamo con un giro di considerazioni sul prossimo mondiale. Dopo la ricognizione svolta a fine aprile con alcuni compagni della nazionale che idea ti sei fatto del percorso?

“L’incognita numero uno sarà senza dubbio quella della pioggia. Stiamo parlando infatti di zone sferzate spesso dal maltempo e, in caso di giornata bagnata, potrebbe uscire fuori una corsa oltremodo selettiva. La parte più logorante ed insidiosa sarà rappresentata al tratto in linea iniziale, visto che, una volta entrati nel circuito, ci sposteremo su strade piuttosto ampie e lineari. I primi 150 km saranno invece davvero nervosi e richiederanno un notevole dispendio di energie, sia a livello fisico che mentale, soprattutto per tenere le posizioni. Vi posso garantire che la semplice altimetria dice molto poco del tracciato e che per molti ci sarà il rischio di arrivare già in riserva ad Harrogate, quando il vero mondiale dovrà in sostanza ancora cominciare”.

 

Credi che la nostra nazionale saprà interpretare, sia come struttura di squadra che come atteggiamento, la rassegna iridata?

“Il nostro vantaggio secondo me è quello di essere un gruppo di amici anche una volta scesi di bici. Tra noi c’è estrema sincerità e penso che questo ci aiuterà molto a scegliere sia gli uomini migliori da schierare per questo appuntamento, che la strategia di gara. Io stesso, qualora non dovessi essere al top, non avrei problemi a rinunciare alle mie ambizioni personali e sono sicuro che anche gli altri miei compagni la pensino allo stesso modo. Sappiamo capirci al volo e muoverci da squadra vera, caratteristiche queste che non appartengono a tutte le altre nazionali”.





08/08/2019

Marco Bea


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