Stagione 2020
Adriano Baffi in esclusiva: Nibali uomo giusto al posto giusto alla Trek, Ciccone deve completarsi e pu riuscirci al fianco di Vincenzo

Adriano Baffi in esclusiva: Nibali uomo giusto al posto giusto alla Trek, Ciccone deve completarsi e pu riuscirci al fianco di Vincenzo
condividi la pagina:

In ammiraglia il veterano di lungo corso per la Trek-Segafredo è senza dubbio Adriano Baffi, presente sin dal 2011, anno di fondazione del team, nei quadri tecnici del gruppo diretto ora da Luca Guercilena. Il DS lombardo, ottimo spinter e pistard a cavallo tra gli anni 80’ e 90’, ci raccontato le sue impressioni dal ritiro invernale che la compagine statunitense di bandiera, ma dall’impronta fortemente italiana, sta svolgendo nel siracusano, su strade ben note al suo nuovo uomo di riferimento Vincenzo Nibali. L’approccio dello “Squalo” a questo suo fresco cambio di casacca è stato tuttavia soltanto uno dei temi di un’intervista in cui c’è stato modo sia di condividere sia alcune valutazioni su nuovi e vecchi corridori della squadra, a partire da Giulio Ciccone, che di ragionare sul ruolo del direttore sportivo all’interno di una macchina complessa come quella di una realtà World Tour.

 

Nonostante lo stacco dalle competizioni il mese di dicembre è tutt’altro che di riposo per formazione come la vostra. Quanto è importante il lavoro dietro le quinte che viene svolto in questo periodo dell’anno?

“Direi che è fondamentale. La pianificazione del resto è alla base di qualsiasi struttura lavorativa, anche in ambiti diversi dal ciclismo. Nel nostro caso raduni come quello che stiamo effettuando in Sicilia servono proprio a trovarci insieme e valutare come muoverci per la stagione a venire. Le performance e i risultati sono il fulcro della nostra attività, ma niente di quello che si vede in gara sarebbe possibile senza un’accurata progettazione di base. Il mese di dicembre in particolare rappresenta un momento chiave per conoscersi, per fare il punto su quanto fatto la stagione precedente ed impostare la successiva”.

 

Dialogo è un po’ la parola chiave di un ritiro invernale.

“Per intenderci credo che in questa fase gli stessi atleti facciano più riunioni che km in bici (ride ndr). Diciamo che, in un raduno di questo tipo, ogni occasione è buona per parlarsi e per limare qualche dettaglio. Di stagione in stagione poi il team viene sempre sollecitato a migliorarsi in termini di competitività e a sperimentare nuove soluzioni, con la continua aggiunta di nuovi aspetti da curare con estrema attenzione. È un periodo intenso, ma anche molto stimolante”.

 

Parlando di conoscenza reciproca il roster è mutato in maniera considerevole rispetto al 2019. Come sta procedendo l’inserimento dei 9 nuovi innesti arrivati nell’ultima sessione di mercato?

“Tutto sta andando secondo previsioni, anche perché le scelte nella composizione del roster sono state, come di norma, molto ponderate. L’ingaggio di un corridore infatti non avviene mai a scatola chiusa e giungiamo in ritiro già con un certo grado di consapevolezza sulle qualità e le potenzialità di ognuno. Seguivamo da tempo i profili dei nuovi ingaggi e, a livello tecnico e atletico, stiamo avendo dei riscontri in linea con le nostre aspettative. In questi giorni però gli stiamo scoprendo anche dal lato umano e caratteriale, non certo secondario quando c’è da introdurre un atleta in un nuovo contesto. Ciascuna personalità ha bisogno di input differenti e noi DS in primis dobbiamo quindi capire il modo giusto di relazionarci con ognuno”.

 

Il fatto di avere 12 nazionalità diverse in squadra può comportare qualche rischio o problematica in termini di amalgama?

“Con la globalizzazione del nostro sport tutto è diventato più semplice e naturale su questo fronte. Ormai non si può pensare di mettere in piedi una squadra World Tour senza trovare un punto di incontro tra culture ed esperienze differenti, inteso anche come un’opportunità di crescita e apprendimento. Quando è arrivato l’anno scorso ad esempio Ciccone non parlava una parola di inglese, mentre adesso riesce a sostenere con relativa tranquillità qualsiasi tipo di conversazione. La presenza di un obiettivo e di una linea comune da seguire aiuta di certo ad adattarsi in tal senso. È normale poi che su 30 elementi non tutti vadano d’accordo allo stesso modo, ma noi cerchiamo comunque di tenere l’ambiente il più possibile uniforme e armonioso”.

 

Il volto della campagna acquisti è stato senza dubbio Vincenzo Nibali. Che approccio ha avuto con il team e in che modo rappresenterà un valore aggiunto per voi?

“Vincenzo non ha certo bisogno di particolari presentazioni. Non avendo una conoscenza diretta con lui dall’esterno mi dava la sensazione di essere una persona un po’ rigida e abituata a stare sulle sue, invece si è dimostrato da subito molto partecipativo e disponibile al confronto. Come atleta poi penso sia impossibile da discutere. C’era la necessità di inserire un uomo di peso per i GT e lui è una vera garanzia a riguardo, specie quando il gioco si fa duro. Avendo come squadra una parte di anima italiana pensiamo che Vincenzo, in maglia Trek, sia la persona giusta al posto giusto”.

 

Da parte vostra c’è l’intenzione di costruirgli attorno un gruppo di fiducia, in grado di sostenerlo al meglio per l’obiettivo Giro d’Italia?

“Quando realizzi un’operazione del genere devi anche predisporre un supporto adeguato. Quello di Nibali non è certo un investimento fine a sé stesso per noi e siamo convinti di avere tutti i mezzi a disposizione per metterlo in condizione di fare risultato. Abbiamo già individuato il nucleo di corridori che andrà a comporre, sia in gara che fuori, il suo gruppo di riferimento. Nel discorso rientrano Elissonde, il cui ingaggio è stato assolutamente mirato in tal senso, il fratello Antonio, Conci e Ciccone, con quest’ultimo che sarà una spalla ideale, non solo in una semplice funzione di gregariato”.

 

Dopo i risultati del 2019 in tanti reputano proprio Ciccone come un potenziale erede di Nibali, sebbene al momento non si sia mai testato fino in fondo sulle 3 settimane per fare classifica. Pensi che una stagione sotto l’ala di Vincenzo, senza il peso della leadership, sia un passaggio idoneo al suo percorso di crescita?

“Nel nostro sport tutti sperano di imporsi, ma Giulio si è trovato nel giro di pochi mesi in una dimensione, anche a livello di notorietà, che avrebbe soltanto sognato di raggiungere ad inizio 2019. Ad oggi però è ancora troppo ruspante ed istintivo per curare la generale di un GT, per la quale è richiesta una certa capacità di gestione sul piano fisico ed emotivo. Sia noi tecnici che il diretto interessato stiamo vivendo il suo affiancamento a Vincenzo come un’opportunità di crescita, piuttosto che come un freno alla sua carriera. Giulio ha bisogno dei suoi tempi per completarsi e Nibali è la figura perfetta per aiutarlo a capire come essere competitivo sulle 3 settimane. Ciò non significa che intendiamo tarpargli le ali e precludergli la possibilità di ritagliarsi i suoi spazi. Quest’anno al Giro ad esempio gli abbiamo sempre lasciato una certa libertà di movimento, nonostante il suo ruolo di base fosse quello di appoggio a Mollema”.

 

Un altro corridore che è stato catapultato in una dimensione inaspettata è Pedersen. Non avete paura che un exploit come quello del mondiale sia arrivato troppo presto per lui?

“È ovvio che la maglia iridata comporti delle responsabilità e delle tensioni non da poco, ma credo che Mads sia già pronto ad assorbirle nella maniera corretta. I giovani corridori ormai sono meno sprovveduti di una volta e hanno dalla loro una certa spregiudicatezza, nell’accezione positiva del termine. Nonostante gli sia cambiata la vita di colpo Mads è rimasto lo stesso, con il suo carattere giocoso, tipico di un ragazzo di 23 anni, ma molto puntuale quando ci sono da affrontare questioni professionali. Credo che il titolo mondiale gli stia infondendo addirittura ulteriore autostima e al nord in primavera ci presenteremo sicuramente per vincere con lui. Dobbiamo comunque essere bravi tutti a non perdere contatto con la realtà e ad attribuire il giusto peso ai suoi risultati. Rimane infatti un atleta di grande prospettiva, al quale però non si può chiedere ancora la padronanza di un Sagan, di un Van Avermaet o del Cancellara dei tempi”.

 

Un altro talento di belle speranze su cui volgiamo focalizzarci è il campione del mondo Juniores Quinn Simmons. Che sensazioni ti ha trasmesso in questi primi giorni di ritiro?

“Innanzitutto balza all’occhio la sua struttura fisica, molto più formata rispetto a quella di un qualsiasi altro 18enne. Abbiamo sempre operato con un certo metodo con i neopro’ e faremo altrettanto con Quinn, che dovrà essere seguito, venendo anche da una scuola diversa da quella europea, con ancora più attenzione della norma. Studieremo per lui un calendario, sia a livello quantitativo che qualitativo, commisurato alla sua età, senza affrettare o forzare alcunché. Alcuni ci imputano il fatto di essere anche troppo conservativi con i giovani, come nel caso di Conci, ma questa è stata da sempre la nostra filosofia in merito. Nel caso di Simmons il suo percorso nel 2020 sarà improntato unicamente in un’ottica di crescita, sebbene non gli chiederemo certo di tirare i freni qualora si presentassero delle occasioni di risultato”.

 

Con Nibali proiettato verso la Corsa Rosa è stato quasi automatico puntare sulla coppia Porte-Mollema per il Tour?

“Alcune decisioni sono frutto di incastri e si delineano in maniera quasi aritmetica. Nibali aveva in mente una programmazione basata su Giro, Olimpiadi e Mondiale sin dalla firma e per noi quella di dirottare i restanti leader sul Tour è stata una logica conseguenza. A stagione in corso poi tante cose possono cambiare, ma l’impostazione di partenza tracciata da Guercilena mi sembra la più equilibrata e naturale possibile”.

 

Porte continua ad incaponirsi con la Grande Boucle e anche quest’anno ha un po’ sbattuto la testa su questo suo chiodo fisso. Come valuti la prima annata con voi dell’australiano?

“Prima di dare dei giudizi bisogna sempre conoscere a fondo le varie situazioni. Richie ha avuto un ottimo inizio di stagione, ma sia è ammalato appena arrivato in Europa, saltando a piè pari la Parigi-Nizza. Da quel momento in poi si è portato dietro una serie di piccoli problemi fisici fino al Giro di California incluso e ha sempre dovuto rincorrere la miglior condizione. Atleti di questo livello sono come delle macchine tirate a lucido, alle quali basta anche un banale inconveniente per incepparsi. Avevamo senza dubbio tutti delle aspettative diverse su di lui, ma in luce di quanto detto non sarebbe giusto bocciarlo in tronco. Speriamo che possa avere un 2020 più stabile in quanto a salute, anche perché, prima dei vari malanni, i suoi valori in gara e nei test erano davvero incoraggianti”.

 

Il marchio Segafredo sta investendo molto nel ciclismo e nello sport nostrano in generale. Pensi che, tramite l’impulso della famiglia Zanetti, ci siano i margini per rendere la Trek un team al 100% italiano in futuro?

“Credo che, da uomo abituato da anni a confrontarsi con il mondo dello sport, Massimo Zanetti abbia colto le grandi possibilità commerciali nascoste nell’ambito del ciclismo, dove ci sono un’umanità e un senso di appartenenza non comuni in altre discipline. La sua presenza, unita agli interessi della stessa Trek nella nostra penisola, ha senza dubbio contribuito ad aumentare la componente italiana nella squadra e a direzionarci verso determinate scelte, compresa quella di Nibali. Da qui a diventare main sponsor poi il passaggio non è certo immediato, ma finché avremo il sostegno della Segafredo la politica del team rimarrà quella di attingere molto dal nostro movimento”.

 

Il ciclismo attuale quanto è diverso da quello che hai praticato te negli anni ’90?

“Il nostro sport si è evoluto tanto e, soprattutto, tanto velocemente. I corridori di oggi sono seguiti davvero a 360°, ma subiscono uno stress fisico e mentale ben superiore rispetto ai miei tempi, dove vivevamo tutto con più approssimazione e leggerezza. Per fare questo mestiere ormai devi stare sul pezzo 12 mesi l’anno o quasi, poiché lo stesso lavoro di preparazione, che noi eravamo soliti svolgere in gara, è sempre più specifico ed esigente. Il ciclismo incide ormai in toto sullo stile di vita dei ragazzi, in una maniera che, forse, per me sarebbe stata difficile da gestire”.

 

Da ciò che vedi in ammiraglia le scelte tattiche adesso contano più o meno rispetto a prima?

“Per rispondere parto dal presupposto che, in virtù anche di quanto appena detto, il livello medio si è alzato molto, con le differenze che si sono andate un po’ ad appiattire. In un contesto del genere la tattica assume un peso non da poco, poiché risulta più complicato rimediare ad eventuali carenze nella lettura della corsa. Prima chi aveva dalla sua un bel motore poteva permettersi di sbagliare più a cuor leggero, mentre adesso non ci sono tanti margini per concedere agli avversari un vantaggio sotto questo punto di vista”.

 

Credi che questo aspetto vada un po’ a limitare il coraggio e l’improvvisazione nei corridori?

“Il fatto che il ciclismo stia diventando sempre più scientifico, anche nel controllo delle variabili in gara, non incentiva certo l’inventiva e la componente umana degli atleti. Per fortuna però assistiamo ancora a situazioni, come quella di Mollema al Lombardia ad esempio, in cui fantasia ed intelligenza giocano un ruolo chiave ai fini del risultato. Il progresso nella nostro mondo ci sta senza dubbio spingendo verso dinamiche impensabili fino a pochi anni fa. In determinati tipi di crono è facile ormai stabilire con ragionevole certezza l’ordine d’arrivo ed i tempi degli atleti, incidenti o cadute permettendo, ancor prima che questi scattino dai blocchi di partenza. Sembra paradossale ma in futuro, in esercizi così specifici, per stilare le classifiche potrebbe essere sufficiente far elaborare i dati dei contendenti da un computer”.

 

Per chiudere il ruolo del direttore sportivo invece come si è evoluto negli ultimi tempi?

“Quando sono salito in ammiraglia nei primi anni 2000 il direttore sportivo, per una squadra, era ancora una sorta di capofamiglia, che fungeva da referente per il 90% delle questioni. Adesso invece dobbiamo interfacciarci con costanza con una serie di figure, come preparatori, nutrizionisti e procuratori, con le quali condividiamo le medesime responsabilità. Il nostro compito è diventato anche quello di organizzare e far funzionare al meglio insieme tutti i vari ingranaggi da cui poi scaturiscono le performance, pur non potendo più tenere sotto controllo diretto ogni elemento dell’attività dei singoli corridori. Capita più spesso di una volta ad esempio che questi ultimi si presentino alle gare con delle problematiche che non dipendono esclusivamente da noi”. 





16/12/2019

Marco Bea


ALTRE NOTIZIE CORRELATE

condividi la pagina:
ALTRE NOTIZIE

condividi la pagina:



Associazione Diretta Ciclismo
via S.Pertini 159 - 55041 Camaiore (LU) - P.IVA 02302740465
Questo sito non è una testata giornalistica o similare e viene aggiornato senza alcuna periodicità esclusivamente in base ai contenuti dei collaboratiri del sito, pertanto, non pu essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62/01.
Informazioni su privacy e disclaimer Archivio