Stagione 2020
Marco Frapporti in esclusiva: alla Vini Zabł un ruolo che non potevo pił ricoprire in Androni, attaccanti sempre meno considerati dai team

Marco Frapporti in esclusiva: alla Vini Zabł un ruolo che non potevo pił ricoprire in Androni, attaccanti sempre meno considerati dai team
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Il 2020 segnerà un cambiamento netto per Marco Frapporti, sia in termini di ambiente che di obiettivi. Dopo 7 stagioni di militanza tra le fila della Androni Giocattoli – Sidermec l’esperto atleta bresciano si è infatti accasato alla Vini Zabù – KTM, con tutta l’intenzione di condividere con Giovanni Visconti la leadership tecnica e carismatica della pattuglia guidata in ammiraglia da Luca Scinto. Il classe 1985 originario di Gavardo, apprezzato dagli appassionati per il suo spirito battagliero e da “baroudeur”, si è raccontato in esclusiva ai nostri microfoni, entrando nel merito della sua rottura con la compagine di Gianni Savio e gettando le linee guida di un’annata in cui seguirà un approccio più orientato al risultato rispetto al recente passato.

 

La stagione ormai alle porte inaugurerà un nuovo capitolo della  tua carriera. Come stai vivendo questi primi giorni in maglia Vini Zabù?

“All’inizio pensavo di soffrire un po’ di più questo passaggio, poiché all’Androni ho lasciato tante amicizie e, tra gli altri, pure mio fratello Mattia, con il quale ho un legame molto profondo. Una volta approdato in Sicilia a fine dicembre per il raduno e la presentazione della squadra la mia prospettiva è mutata però in positivo. C’è un clima che mi piace nel gruppo e ho rotto subito il ghiaccio sia con i compagni che con lo staff. Sento grande fiducia nei miei confronti da parte di tutti e, con questo presupposti, ci sarà modo di fare bene anche a livello personale. In cuor mio credo infatti di poter raccogliere anche qualcosa in più rispetto alle ultime annate, dove ricoprivo un ruolo principalmente di supporto”.

 

Nel 2020 quindi quale Marco Frapporti ti auguri di vedere rispetto anche solo a quello del 2019?

“Siete abituati a vedermi soprattutto negli attacchi da lontano, ma da questa stagione intendo cambiare registro a riguardo. Voglio essere nel vivo della corsa anche nei finali e ritagliarmi delle occasioni per centrare qualcosa di più redditizio di una semplice fuga, sia per me che per la squadra”.

 

L’avventura alla Androni si è invece conclusa in maniera per molti inaspettata ad autunno inoltrato. Cosa vi ha spinto a rescindere il contratto in essere per il 2020?

“Il rapporto tra noi si è concluso in maniera un po’ brusca per ragioni di natura tecnica. Savio aveva in mente un’idea precisa sulla gestione e l’impostazione della mia stagione, che io però non condividevo affatto. La mia sarebbe diventata una figura un po’ marginale negli equilibri del team, mentre io sono convinto di poter ancora dare un contributo diverso. Senza una linea comune era inutile proseguire insieme e abbiamo quindi deciso, in maniera consensuale, di separare le nostre strade”.

 

Per durata e intensità quella con la Androni è stata comunque un’esperienza di quelle difficili da dimenticare. Cosa hanno significato per te questi ultimi 7 anni?

“Il grosso del mio bagaglio da corridore l’ho acquisito con loro. Con la maglia della Androni ho avuto la possibilità di crescere al fianco di atleti con trascorsi importanti nella massima serie come Pellizotti e Gavazzi, che mi hanno insegnato a fare miei tanti concetti e al tempo stesso a trasmetterli ai più giovani. Oltre che con Francesco, con il quale ho avuto il piacere di condividere tanto sin da dilettante, ho stretto dei bei rapporti anche con tanti altri compagni, su tutti Ballerini, Masnada e Cattaneo. Grazie a queste persone in particolare ho vissuto degli anni entusiasmanti sotto ogni profilo”.

 

Quando hai avviato le trattative con la Vini Zabù e come stava proseguendo in quel momento la tua ricerca di una sistemazione per la stagione seguente?

“I primi contatti sono avvenuti a metà novembre. Fino a quel periodo speravo ancora di poter ricucire con Savio, ma quando ho capito che non c’erano i margini per aprire alcun tipo di spiraglio ho iniziato a valutare un percorso alternativo. Oltre alla proposta di Citracca non avevo comunque altro in mano e, senza il suo interessamento, sarebbe stata dura far proseguire la mia carriera. Ho quindi aspettato che venissero risolte alcune questioni di budget e, non appena arrivate le garanzie necessarie in termini di disponibilità economica, ho firmato il contratto”.

 

Cosa ti hanno detto Citracca e Scinto in questo primo raduno e cosa si aspettano da te?

“Il mio compito sarà soprattutto quello di spalleggiare Visconti nelle gare che più gli si addicono, specie nelle fasi decisive. Giovanni non potrà essere comunque al 100% in tutti gli appuntamenti stagionali e, in alcune occasioni, sarà facile che le parti si vadano ad invertire. Non a caso stiamo cercando di costruire una bella intesa tra di noi anche fuori dalla bici e lui mi ha già confermato che si metterà molto volentieri al mio servizio quando dimostrerò di avere una gamba migliore della sua. Più in generale cercherò di essere un riferimento ed un motivatore per tutto il gruppo, specie per i ragazzi meno esperti”.

 

Quali sono gli impegni già definiti a livello di programmazione?

“In questi giorni decideremo se partire con l’attività dal Challenge Mallorca, altrimenti la mia prima uscita sarà senza dubbio al Trofeo Laigueglia. L’obiettivo principale della stagione sarà invece il Giro d’Italia, sulle cui Wild Card stanno girando in questi giorni delle voci molto incoraggianti per noi. Qualora venisse ufficializzata la nostra partecipazione punteremo ad arrivarci al top, in modo da provare a metterci in mostra il più possibile e, magari, vincere qualche tappa. Come squadra quindi ci approcceremo con tutta probabilità un po’ più in sordina a questo 2020, per poi salire progressivamente di colpi da marzo/aprile”.

 

Il vostro è un team con un’ossatura di giovani molto consistente. Pensate di avere una struttura in grado di affrontare al meglio un calendario esigente come quello di una Professional?

“Come primo impatto ho percepito tanta volontà e fame di successo anche da parte dei compagni meno noti al grande pubblico. È vero che, ad eccezione di Visconti, non abbiamo nomi particolarmente altisonanti, ma credo che ci siano le basi per essere competitivi e farci notare in tutte le gare a cui prenderemo parte. Il roster alla fine sarà composto da 22 elementi, numero ideale per garantire un adeguato turnover e per coprire al meglio tutti gli impegni”.

 

Quali sono i pro e i contro dell’avere in squadra così tanti esordienti?

“La loro esuberanza è una benzina che aiuta anche noi, per così dire, vecchietti a tenerci attivi. Chi arriva dalle categorie giovanili porta con sé quanto di più gioioso e genuino ci sia nel praticare questo sport, senza sentire ancora il peso delle fatiche. Proprio per questo motivo bisogna però fargli capire l’approccio più corretto al ciclismo dei grandi. Tanti neopro’, anche per mettersi in mostra, partono infatti a blocco sin dai primi ritiri, rischiando però di arrivare alla primavera già con le batterie scariche. Nella nostra disciplina contano molto il senso della misura e la capacità di curare anche la qualità degli allenamenti, senza cedere al desiderio di strafare. Io stesso in passato ho commesso questo tipo di errori e sono consapevole quindi di quanto sia importante, ma altrettanto difficile, trasmettere ai giovani i concetti giusti a riguardo”.

 

Ti abbiamo conosciuto in questi anni soprattutto come attaccante da lontano. Pensi che gli specialisti delle fughe, tra i quali l’attuale esponente massimo è Thomas De Gendt, siano un po’ in via di estinzione nel ciclismo di oggi?

“Sicuramente questo tipo di figure stanno pian piano scomparendo, anche perché sono sempre meno apprezzate e valorizzate dalle stesse squadre. Ormai è raro che un atleta venga ingaggiato per via delle sue doti da attaccante e anche i pochi rimasti con questa mentalità sono a loro volta impiegati per lo più per lavorare in testa al gruppo. Quella di De Gendt può definirsi una bella eccezione in un ciclismo sempre più telecomandato, dove chi prova ad inventarsi qualcosa da lontano viene visto dal gruppo quasi come un fastidio. Capisco che, per tante formazioni World Tour, controllare una fuga numerosa comporti un bel dispendio di energie, ma alla fine ognuno è pagato per fare la sua corsa”.

 

In queste ultime stagioni la Androni, pur essendo una Professional, ha ad esempio operato un bel salto di qualità a riguardo, con la ricerca della fuga più in ottica di risultato che di semplice passerella per gli sponsor.

“Negli ultimi anni abbiamo avuto la fortuna di vantare tra le nostre fila dei corridori di tutto rispetto, capaci spesso di fare risultato anche rimanendo all’interno del gruppo. La scelta di gestire in maniera diversa la tattica in gara e di muoverci in un determinato modo è stata quindi naturale, poiché eravamo consapevoli che, inserendo magari uno o due interpreti di un certo tipo in un’azione, ci sarebbero state più possibilità di arrivare al traguardo. In alcuni casi ci hanno sottovalutato, in altri siamo stati più bravi noi, ma di base il nostro è stato uno schema molto produttivo. Speriamo di replicarlo anche nel 2020 con la Vini Zabù, sia a livello personale che di squadra”.

 

Un’altra categoria in pericolo nel ciclismo attuale è quella delle squadre Professional, quantomeno nel nostro paese. Che idea ti sei fatto in merito anche in luce dei recenti sviluppi della riforma UCI?

“Cerco sempre di tenermi distante da questioni del genere, ma è innegabile che le recenti novità stiano complicando non poco le cose agli stessi corridori. Mettere così alle strette le compagini di seconda fascia comporta il rischio di disperdere tanti posti di lavoro e, di conseguenza, tanti talenti. Senza delle scuole come quella della Androni ad esempio giovani come Masnada, Vendrame e Ballerini non avrebbero avuto l’opportunità di affermarsi nel professionismo e farsi notare dalle World Tour. Credo che quello delle Professional sia un passaggio intermedio fondamentale per tanti ragazzi, che in queste realtà possono assaggiare il ciclismo che conta senza le pressioni della massima serie. Un eventuale vuoto in tal senso non può inoltre essere occupato dalla categoria Continental, dove gli atleti, per calendario, metodi e struttura delle squadre, svolgono un’attività molto più vicina al dilettantismo”.

 

Per concludere quali potrebbero essere a tuo avviso i cambiamenti e le nuove sfide che interesseranno la professione del corridore in questo nuovo decennio?

“In tutta onestà non intravedo grandissimi stravolgimenti rispetto ad ora, anche perché siamo ormai arrivati ad un livello di preparazione quasi esasperato. Come atleti siamo seguiti in maniera capillare e specifica su ogni fronte e, non essendo delle macchine, penso ci sia ben poco la limare in tal senso. Un discorso che verrà sviluppato penso sarà senza dubbio quello dell’elaborazione dei dati prodotti da noi corridori, anche all’interno delle gare, per capire meglio come e dove implementare le performance. Di certo attraverso le nuove tecnologie il nostro sarà uno sport sempre più controllato e matematico”.





07/01/2020

Marco Bea


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