Stagione 2020
Marco Marzano in esclusiva: la vera arma di Pogacar sta nella tranquillità, in pochi giudicano Aru oltre la superficie

Marco Marzano in esclusiva: la vera arma di Pogacar sta nella tranquillità, in pochi giudicano Aru oltre la superficie
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In casa UAE-Team Emirates batte un cuore italiano grazie anche a tecnici come Marco Marzano, uno degli artefici del momento di grazia che sta vivendo il gruppo diretto da Mauro Giannetti. La formazione emiratina in questo 2020 è scattata dai blocchi in maniera fulminea, con 10 centri conquistati nelle prime 6 uscite stagionali, bottino al momento ineguagliato dalle restanti compagini World Tour. Il DS lombardo, legato senza soluzione di continuità a questa struttura sin dagli esordi da pro’ agli albori dell’era Lampre, ha tracciato ai nostri microfoni un quadro delle potenzialità e gli obiettivi della squadra, non solo in luce della recente striscia positiva di risultati. Le sue valutazioni hanno infatti spaziato sulle prospettive e sulle ambizioni, di crescita o di rinascita, di alcuni singoli, a partire da Tadej Pogacar e Fabio Aru.

 

L’approccio del team alla nuova annata è stato davvero ottimo. Per voi dello staff tecnico quali sono state le indicazioni più significative giunte da queste prime settimane di competizioni?

“Non possiamo che essere soddisfatti dell’andamento generale del gruppo. Quando si parte così bene significa che si è lavorato al meglio durante l’inverno, il che non è mai scontato. Oltre ai consueti ritiri pre-season abbiamo svolto, con alcuni elementi, dei blocchi in altura in Sudafrica e sulla Sierra Nevada, mentre fino a metà marzo tutto il roster sarà impegnato a rotazione in dei test specifici su pista. Questo tipo di check nei velodromi è molto utile, poiché ci permette di avere dei riscontri più precisi sul posizionamento dei ragazzi, sia sulla bici da strada che su quella da crono, rispetto al fitting statico effettuato sui rulli. Il fatto di esserci presentati alle prime gare con più di un atleta competitivo dimostra che ci siamo mossi nella direzione giusta e che questa impostazione potrà essere presa come modello base anche per le prossime annate”.

 

Hai seguito pochi giorni fa la squadra in ammiraglia al Saudi Tour. Queste prove in contesti così esotici quanto e come preparano i corridori a quello che affronteranno a breve sul suolo europeo?

“Gare del genere sono perfette per l’inserimento e la maturazione dei ragazzi più giovani e inesperti, che hanno bisogno di sperimentare alcune situazioni in palcoscenici meno esigenti di quelli del World Tour. Per un esordiente trovarsi dentro ad un ventaglio o dover proteggere il proprio leader nelle fasi calde di corsa al Saudi Tour è senza dubbio diverso che ad una Parigi-Nizza, dove il livello di tensione generale in gruppo è ben più elevato. Nelle prove minori anche noi tecnici abbiamo l’opportunità di analizzare con più calma determinati comportamenti e di intervenire in caso di errori, predisponendo così al meglio gli atleti a quello che dovranno affrontare quando andrà ad alzarsi l’asticella”.

 

Dopo un 2019 minato da alcuni problemi fisici Gaviria è ripartito con piede giusto con una bella tripletta in Argentina. Da parte vostra c’è fiducia sulle possibilità di Fernando di tornare ad essere uno sprinter da doppia cifra?

“Per le sue qualità quello delle 10 vittorie stagionali rimane sempre un obiettivo alla portata. I fastidi al ginocchio che, nella scorsa stagione, lo hanno frenato soprattutto dal Giro d’Italia in poi sono stati ormai del tutto superati e anche per lui l’inverno è trascorso nel migliore dei modi. L’ho visto molto motivato, nonché già parecchio tirato fisicamente, il che mi lascia piuttosto sereno per il prosieguo del 2020. Il valore aggiunto per lui quest’anno sarà inoltre rappresentato dal fatto di aver ritrovato un apripista di cui si fida ciecamente come Richeze, con il quale aveva costruito un rapporto importante, sia fuori che dentro le corse, ai tempi della Quick Step. Aver ricomposto questa coppia è un fattore che potrà senza dubbio fare la differenza in tante volate”.

 

Un vostro atleta balzato di prepotenza alle cronache negli ultimi mesi è senza dubbio Tadej Pogacar. La sua esplosione così repentina quanto ha stupito lo scorso anno anche voi componenti dello staff tecnico?

“Avevamo posto la nostra attenzione su Tadej sin dalla sua stagione di debutto tra gli Under 23 e, nel 2018, abbiamo avuto modo di visionarlo e conoscerlo meglio in un paio di ritiri collegiali del team. Il suo talento era emerso in maniera chiara già nei test che avevamo a disposizione, ma ciò non toglie che il suo rendimento da neopro’ sia andato ben oltre le nostre stesse attese. Qualche guizzo da parte sua era stato messo in preventivo ad inizio stagione, ma mai ci saremmo immaginati che avrebbe potuto interpretare in crescendo un GT come la Vuelta, andando addirittura a vincere 3 tappe tra la 2° e la 3° settimana. Dal canto mio sono rimasto tuttavia ancor più sorpreso da quello che è riuscito a fare di recente alla Valenciana, dove ha battuto Valverde su un arrivo cucito sulle caratteristiche del murciano. Questi risultati la dicono lunga sulla serietà e sulla fame del ragazzo, che non ha cambiato di una virgola il suo atteggiamento, anche nel periodo di off-season, nonostante i successi del 2019”.

 

L’età a riguardo gioca a suo favore, ma alla stessa Valenciana abbiamo visto quanto Tadej sia propenso a non risparmiarsi in nessuna delle corse a cui prende parte. In tal senso cercherete di indirizzarlo già nel breve periodo verso una gestione più oculata delle energie?

“Non abbiamo certo l’intenzione di snaturarlo, ma è inevitabile che un corridore di tale spessore si debba abituare in fretta a fronteggiare un calendario sempre più fitto e gravoso. Quando punti ad essere al vertice nel World Tour non puoi permetterti di tenere per tutto l’anno il motore a pieni giri. Già in questa stagione arriveranno per lui dei periodi in cui dovrà centellinare un po’ più le risorse”.

 

In alcune occasioni pensate quindi di mettergli dei paletti anche dal punto di vista delle scelte tattiche?

“Il ragionamento di prima era riferito più che altro ad un discorso di dosaggio nella programmazione e di selezione degli obiettivi. Per indole Tadej è un corridore che si tira difficilmente indietro e, in caso di occasioni favorevoli, non saremo certo noi a tenerlo a freno o a spingerlo ad attendere le mosse degli altri. In quest’ultimo periodo vediamo un numero sempre maggiore di gare risolversi anche ad una certa distanza dal traguardo e, quando esplode la bagarre, penso sia sempre meglio attaccare e stare davanti piuttosto che inseguire”.

 

Sotto quale aspetto Pogacar sarebbe già pronto per primeggiare in un GT e sotto quale ritieni che debba ancora limare qualcosa invece?

“La sua arma migliore ad oggi risiede nella tranquillità. Anche nelle giornate più complicate riesce con estrema naturalezza a isolarsi dalle tensioni e a scaricare lo stress della corsa, recuperando così in maniera ottimale a livello fisico e non solo. Nonostante abbia poco più di 21 anni con lui ci stiamo già concentrando per lo più sulla cura dei dettagli, dal corretto posizionamento in sella per le crono fino ad alcuni accorgimenti sull’alimentazione, senza però sottoporlo ad alcuna imposizione. Tutto deve essere rapportato alla sua età ed è giusto quindi che sia lasciato libero di apprendere con i suoi tempi e di commettere anche dei piccoli errori. I risultati alla fine parlano per lui e, a maggior ragione, riteniamo che questo sia il metodo più idoneo per sostenere la sua crescita”.

 

Come è maturata la decisione di farlo esordire al Tour de France?

“Abbiamo impostato la stagione con l’idea di fargli raggiungere un primo picco di forma già per l’UAE Tour a fine febbraio, che rappresenta un appuntamento molto sentito per tutto il team. Quella di optare per la Grande Boucle è stata quindi una logica conseguenza, poiché la presenza al Giro avrebbe comportato una finestra di stacco dagli impegni di febbraio e marzo troppo ridotta. Essendo così giovane non vogliamo sfruttarlo più del dovuto e allo stesso Tour cercheremo di tenerlo il più possibile a riparo dalle pressioni. Con Tadej abbiamo un contratto fino al 2023 e sono convinto che, in questo lasso di tempo, ci sarà occasione di portarlo almeno una volta alla Corsa Rosa”.

 

In luce di quello che ci hai raccontato quanto sarà importante per lo stesso Pogacar avere al proprio fianco una figura come quello di Fabio Aru al Tour?

“Fabio ha ormai dalla sua un notevole bagaglio di esperienza e conosce, sia in positivo che in negativo, tutti i possibili sviluppi di una corsa come il Tour. Come accaduto in parte lo scorso anno alla Vuelta, Fabio sarà un vero punto di riferimento per Tadej e potrà dargli gli input necessari per gestire le tre settimane con stabilità e serenità. La strada decreterà poi il leader per la classifica, ma ad entrambi chiederemo, in ogni caso, uno spirito flessibile e collaborativo. La forza di una squadra nel ciclismo moderno dipende sempre più dal fatto di avere tra le proprie fila dei corridori con la mentalità da leader, ma capaci al tempo stesso di calarsi nelle logiche del gruppo e di rispettarle”.

 

Cosa ti senti di rispondere invece a chi sostiene che Aru non sia più in grado ormai neanche di avvicinarsi agli standard delle annate 2014 e 2015?

“Gli appassionati erano abituati a vedere Fabio esprimersi su livelli di eccellenza assoluta ed è normale adesso che tanti abbiano dei dubbi sulle sue effettive possibilità di ritrovarsi. Solo chi ha vissuto insieme a lui le ultime due stagioni può tuttavia rendersi davvero conto non solo delle difficoltà che ha attraversato, ma anche degli sforzi e dell’abnegazione che ha messo in campo per uscirne. Sono testimone nel quotidiano dei sacrifici, della voglia e delle richieste di Fabio e questi presupposti mi rendono fiducioso sul suo recupero. Spero vivamente che torni ad essere presto il corridore di un tempo”.

 

Tra i volti dell’ultima campagna c’è anche il campione italiano in carica Davide Formolo, atleta che continua a viaggiare nel limbo tra gare a tappe e di un giorno, pur avendo ad oggi ottenuto i risultati migliori in quest’ultime. Come pensate di sciogliere questo nodo?

“Davide fa parte del gruppo di atleti che seguo in maniera più diretta e tra di noi c’è un’interazione piuttosto costante. Stiamo lavorando con lui soltanto da questo inverno e, nel breve periodo, non opereremo particolari stravolgimenti rispetto alle sue abitudini. Gli obiettivi saranno dunque in linea con quelli del suo biennio alla Bora-hansgrohe, dove ha confermato di possedere delle indiscusse doti di resistenza, specie nelle singole giornate. Sarà di conseguenza tra i nostri leader sia nelle classiche più impegnative che nelle brevi gare a tappe, mentre per i GT dipenderà di volta in volta dalle sue condizioni e dagli equilibri interni del team. Al Giro ad esempio non avremo un vero e proprio uomo di punta per la classifica ed è probabile quindi che proverà a rimanere il più a lungo possibile in zona top 10”.

 

In sede di mercato avete pescato molto tra neopro’ e corridori ancora in età da Under 23. Tra questi elementi chi reputi più avanti per essere competitivo, in ottica risultato, già da quest’anno?

“Il primo nome che mi viene in mente è quello di Brandon McNulty. Ha già acquisito una buona dose di esperienza in ambito Professional con la Rally Cycling, mettendosi in mostra in diverse corse di ottimo livello. È un ragazzo che va molto forte a crono e che si difende bene anche sulle salite più lunghe. Penso che possiamo già farci affidamento, non solo come figura d’appoggio, in tante prove del nostro calendario, comprese alcune di categoria World Tour”.

 

Per chiudere, quale aspetto o mansione del ruolo di direttore sportivo hai imparato ad apprezzare maggiormente, rispetto anche alla tua prospettiva da corridore, da quando sei salito in ammiraglia?

“Lo studio dei percorsi è forse il compito che mi affascina di più. In squadra abbiamo delle apposite piattaforme pensate proprio per lo staff tecnico, grazie alle quali, tra una trasferta e l’altra, possiamo valutare tutte le variabili della gara che ci attende ed iniziare a ragionare sugli eventuali scenari strategici. Molto stimolante è anche la scelta delle selezioni per ciascuna competizione, che di norma è frutto di un procedimento molto elaborato, nel quale intervengono anche i report stilati dagli allenatori e dai nutrizionisti. Da corridore non avrei mai immaginato che questo metodico lavoro di analisi mi avrebbe coinvolto ed appassionato in questa maniera”.





17/02/2020

Marco Bea


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