Tour de France 2018
Andrea Pasqualon in esclusiva: il mio ultimo Tour frutto di una crescita graduale, per il futuro sogno Fiandre e Amstel

Andrea Pasqualon in esclusiva: il mio ultimo Tour frutto di una crescita graduale, per il futuro sogno Fiandre e Amstel

(foto: Bettini)

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Le prestazioni di Andrea Pasqualon hanno senza dubbio rappresentato una delle note positive di un Tour de France 2018 altrimenti non dei più fortunati per i colori azzurri. L’atleta originario di Bassano del Grappa ha retto brillantemente il confronti con tutti i grossi calibri della velocità e ha tagliato il traguardo di Parigi con un bottino di 7 top 10 di tappa, risultando anche il migliore dei nostri nella classifica a punti, con il 7° posto finale. La seconda Grande Boucle in carriera ha quindi fornito segnali significativi ad un corridore che, dalla stagione 2017, ha trovato la propria dimensione ideale in una Professional di alto rango come la Wanty-Groupe Gobert, con la cui casacca è ormai giunto alla piena maturazione agonistica. Il vicentino ha fatto il punto del suo Tour in esclusiva ai nostri microfoni, rimarcando il fatto di avere ancora dei margini per potersi ritagliare un ruolo da protagonista nelle prove di livello World Tour.

 

Dopo l’esordio nella passata edizione possiamo definire il tuo Tour di quest’anno come quello della conferma e, spingendoci un po’ oltre, anche del salto di qualità?

“In effetti ho dimostrato di essere cresciuto molto rispetto all’esperienza del 2017, la mia prima in assoluto in una grande corsa a tappe. Stavolta invece sono partito con un’altra testa e con dei riferimenti già piuttosto chiari. Alla fine sono venuti fuori dei buoni risultati, anche se, in tutta sincerità, mi sarei addirittura aspettato qualcosina in più in alcune tappe. Riconosco però che è davvero difficile centrare il bersaglio grosso quando di misuri in un contesto simile, contro i migliori atleti del mondo. Nel complesso sono molto contento di come ho condotto il mio Tour, soprattutto nei primi 9/10 giorni”.

 

Che differenza c’è tra le volate del Tour e quelle di qualsiasi altra corsa?

“Al Tour è davvero arduo arrivare allo sprint con le gambe ancora fresche e, visto il tanto stress che si accumula nei km precedenti, c’è sempre il rischio di ritrovarsi scarichi anche a livello di testa. È un palcoscenico in cui tutti si vogliono mettere in mostra e nessuno è disposto a concederti un cm quando ti ritrovi a lottare per le posizioni di testa. I finali sono davvero caotici e affollati pure per la presenza degli uomini di classifica, che spesso, per evitare di prendere buchi, non mollano neanche una volta giunti all’interno degli ultimi 3 km neutralizzati. Il livello delle stesse volate poi è altissimo, basti pensare che quest'anno, ad eccezione di Viviani e Bennett, erano presenti praticamente tutti gli interpreti di riferimento del settore”.

 

In queste tue esperienze al Tour hai avuto sicuramente modo di osservare da vicino dei fenomeni degli sprint come Sagan e Gaviria. A tuo avviso questi campione cosa hanno in più rispetto agli altri?

“Penso che gli atleti che hai nominato, oltre ad un ovvio discorso di classe, riescano a fare la differenza soprattutto sul piano mentale. Quando sono dentro la mischia scatta nella loro testa una convinzione che gli consente di difendere la posizione in maniera efficace e di farsi trovare pronti al momento giusto. Io ad esempio non sono ancora arrivato a possedere la loro sicurezza e la loro cattiveria agonistica, ma sto lavorando anche sotto questo aspetto. Per uno sprinter è fondamentale saper individuare e correggere i propri errori e le proprie paure, anche perché nelle volate spesso basta tenere duro quei 10/15 secondi in più per cambiare il risultato in positivo”.

 

In questo Tour abbiamo assistito anche a dei veri e propri ritiri di massa tra i velocisti, soprattutto nelle frazioni alpine. Pensi che il disegno del tracciato sia stato un po’ troppo estremo per atleti con le vostre caratteristiche?

“Personalmente ho vissuto una giornata molto complicata soltanto in occasione della tappa dell’Alpe d’Huez. Per tutta la seconda settimana mi sono portato dietro i postumi di un botta rimediata nella frazione di Roubaix e quel giorno in particolare ho sofferto per via di un blocco alla schiena. Nonostante stessi veramente male ho comunque chiuso dentro al tempo massimo, ma devo ammettere che se fossi stato un velocista puro, con 5/6 kg in più, come un Greipel o un Gaviria, non ce l’avrei mai fatta a salvarmi. Dopo il primo giorno di riposo ci sono state 3 tappe alpine di fila e non abbiamo avuto possibilità di recupero. Più in generale devo dire che il percorso di quest’anno non era molto bilanciato e ha finito per tagliare le gambe a tanti sprinter, con un avvio nervoso ma nel complesso semplice e troppe salite tutte avvicinate nella seconda parte”.

 

Le tue prestazioni sono migliorate molto a partire dalla porzione terminale della stagione 2017. Cosa è cambiato rispetto a prima in questi ultimi mesi?

“Due anni e mezzo fa ho iniziato a seguire un programma di lavoro con nuovo preparatore, con il quale ci siamo mossi per impostare un percorso di crescita graduale. Venivo da 3 stagioni nella categoria Continental, durante i quali non ho avuto modo di competere in corse di altissimo livello. Approdato alla Wanty ho quindi compiuto un vero e proprio salto da quello che è un semi-dilettantismo ad un professionismo a tutti gli effetti e aveva bisogno di non sovraccaricarmi troppo da subito in termini di allenamento. Ad inizio 2017 ho accusato un po’ questo passaggio, ma durante lo scorso Tour de France, nonostante non siano arrivati risultati di rilievo, mi sono reso conto di essere sulla strada giusta e di poter dire la mia in qualsiasi contesto. Passo dopo passo sono arrivato a costruire un fisico in grado di sostenere i ritmi, i tracciati ed il parterre di corridori del World Tour. Nel ciclismo di oggi non ci si inventa più niente. Ci vogliono tempo, dedizione, lavoro e, soprattutto, l’abitudine a gareggiare nei grandi appuntamenti. L’unica via per crescere è quella di prendere parte con una certa costanza ai GT o alle grandi classiche, dove puoi confrontarti con i più forti. Purtroppo da giovane, al pari di tanti altri corridori italiani dalle ottime potenzialità, non ho avuto questa opportunità ed ora mi trovo un po’ indietro rispetto a tanti campioni. Devo completare ancora un ultimo step prima di poter centrare la vittoria in una gara come il Tour, ma sono piuttosto fiducioso di riuscire nell’impresa”.

 

Nei primi anni da professionista trascorsi in Italia hai faticato un po’ ad emergere. I risultati ottenuti con la Wanty rappresentano un po’ una rivincita rispetto a quel periodo della tua carriera?

“In quegli anni non ero ancora matura e, forse, non ho trovato neppure un manager o una squadra disposti a scommettere a lungo termine sulle mie potenzialità. Credo tuttavia di aver seguito un percorso coerente e naturale e a riguardo non ho particolari rivalse. Non tutti sono dei fenomeni già a 20 anni e io evidentemente avevo soltanto bisogno di un po’ più di tempo per sbocciare. Non rimpiango nessuno dei passaggi che ho fatto in carriera ed ognuna delle formazioni in cui ho militato alla fine mi ha trasmesso qualcosa. Senza di loro magari non sarei mai approdato in un ambiente ideale per me come quello della Wanty, che mi sta permettendo di disputare tante corse prestigiose ed adatte alle mie caratteristiche”.

 

Quali saranno i tuoi programmi per la porzione terminale della stagione 2018?

“Dopo ferragosto sarà al via del Tour du Limousin e del GP di Plouay, per poi andare con tutta probabilità a correre il Tour of Britain. Da settembre invece toccherà a qualche prova in Italia, come la Bernocchi, la Agostoni, il Giro di Toscana, al Coppa Sabatini e, forse, anche il Memorial Pantani. Sono contento che gli organizzatori ci abbiano invitato, anche perché potrò tornare a farmi vedere pure sulle strade di casa. Per l’anno prossimo sarebbe bello se RCS ci prendesse in considerazione per la Milano-Sanremo e per la Tirreno-Adriatico. Come squadra siamo consapevoli che per il Giro si tendono a privilegiare, anche giustamente, le Professional italiane, ma non nascondo che a tutti noi farebbe molto piacere ottenere una wild card per le due gare appena citate”.

 

In quali grande corse, pensando anche alle tue qualità tecniche, ambiresti ad essere protagonista nel prossimo futuro?

“La corsa dei miei sogni è il Giro delle Fiandre. Magari in futuro potrei anche provare ad affrontarla per fare risultato, anche se per riuscirci devo ancora migliorare un po’ a livello di potenza e wattaggi. Altre due gare che mi intrigano sono la Gand-Wevelgem e l’Amstel Gold Race. In particolare penso di essere piuttosto tagliato per la seconda e, arrivandoci con un lavoro mirato, non escludo di riuscire a salire sul podio prima o poi”.





06/08/2018

Marco Bea


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