Tour de France 2018
Damiano Caruso in esclusiva: meglio un Tour all'attacco che un 11° posto in classifica, offerta concreta dalla Bahrain Merida

Damiano Caruso in esclusiva: meglio un Tour all'attacco che un 11° posto in classifica, offerta concreta dalla Bahrain Merida

(foto: Bettini)

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Tanti km in avanscoperta e la volontà di non restare anonimo hanno fatto da leitmotiv al Tour de France di Damiano Caruso. L’atleta della BMC, al pari dei suoi compagni di squadra, ha messo in mostra una lodevole attitudine offensiva una volta rimasto orfano del proprio capitano Richie Porte, segnalandosi come uno degli atleti più generosi nelle frazioni alpine e pirenaiche. Il siciliano ai nostri microfoni ha tirato le somme della sua Grande Boucle e ha delineato anche il suo programma di avvicinamento al mondiale di Innsbruck, dove dovrebbe giocare un ruolo di rilievo all’interno della spedizione azzurra. Conferme importanti sono arrivate infine sul fronte mercato, con l’interesse della Bahrain Merida che si è tramutato in una trattativa concreta, ormai prossima ad andare in porto.

 

Partiamo da un bilancio di quest’ultima Grande Boucle. Che Tour è stato a tuo avviso per il colori della BMC?

“Come squadra abbiamo disputato un Tour di altissimo livello. Gli obiettivi alla partenza erano quelli di vincere una tappa, indossare la maglia gialla e salire sul podio con Porte. Alla fine ne abbiamo centrati 2 su 3 e non abbiamo potuto competere per l’ultimo per i motivi che tutti conosciamo. Gli 8 giorni in giallo con Van Avermaet ed il successo nella cronosquadre rendono comunque il bilancio più che positivo”.

 

A differenza della passata edizione, dove hai chiuso all’11° posto finale, non hai curato la classifica a seguito del ritiro di Porte. Cosa ti ha impedito quest’anno di rimanere nei piani alti della generale?

“Il non insistere troppo per la classifica è stata una scelta consapevole da parte mia. Quella dell’anno scorso è stata una bella esperienza, ma ho portato a casa un risultato che mi ha soddisfatto fino ad un certo punto. Un 11° posto al Tour ha senza dubbio un grande valore, ma viene riconosciuto soltanto dagli addetti ai lavori o dagli appassionati più attenti. Stavolta ho preferito quindi fare qualcosa di diverso, provando a togliermi lo sfizio di vincere una tappa. Mi sono gettato in fuga in diverse occasioni e ho raccolto un 4° ed un 5° posto parziale. È vero che non sono riuscito nell’intento, ma vi posso assicurare di aver avuto un ritorno di visibilità e considerazione più alto rispetto al 2017. Il pubblico ha apprezzato molto il fatto di essermi proposto spesso all’attacco e io stesso sento di aver fatto qualcosa di più sensato rispetto alla passata edizione”.

 

Il tuo atteggiamento è stato condiviso anche dai restanti componenti del team. L’incidente di Porte ha inciso su questo vostra mentalità offensiva?

“Tutti noi avevamo voglia di dare dei forti segnali di reazione a quello che ci era successo e di dimostrare di essere un gruppo in grado di correre anche all’attacco. Quando abbiamo perso Richie avevamo già messo in cascina sia la cronosquadre che la maglia gialla e avremmo potuto tranquillamente vivacchiare per il resto del Tour. A darci la scossa però è stato soprattutto Van Avermaet, che nella prima tappa alpina è andato in fuga dal primo km pur di mantenere il primato in classifica. Da campione qual è ci ha fatto vedere che nel ciclismo non bisogna mai adagiarsi e io stesso ho deciso di seguire da quel momento in poi il suo esempio, interpretando la gara con uno spirito battagliero e propositivo”.

 

Per il secondo anno di fila Porte è uscito di scena nella prima metà di Tour per una caduta. Pensi che da parte sua, oltre al fattore sfortuna, ci sia anche un discorso di nervosismo o di difficoltà nello stare in gruppo?

“Nella capacità di limare Richie è sicuramente un po’ più fragile rispetto ad altri. Noi compagni sappiamo che ha bisogno di essere protetto con particolare attenzione nei finali pianeggianti o caotici. È un corridore molto differente rispetto magari ad un Nibali, che pur essendo un uomo di classifica è molto scaltro e all’occorrenza è in grado anche di arrangiarsi da solo. Non credo però che su di lui abbia pesato più di tanto la tensione, visto che qualsiasi leader è abituato a confrontarsi con un certo tipo di pressioni. La caduta di quest’anno poi è stata davvero sfortunata, mentre quella del 2017 poteva anche essere attribuita ad un suo errore. Stavolta un atleta davanti a lui ha perso il manubrio e non ha potuto fare niente per evitare di finire a terra, tra l’altro dopo una manciata di km dal via, quando il primo settore di pavé era ancora lontano”.

 

In riferimento proprio alla frazione del pavé, sei d’accordo che questo genere di terreno venga affrontato anche all’interno di un GT come il Tour de France?

“All’inizio ero abbastanza scettico in merito alle pietre. Pensavo fosse un terreno troppo specifico e selettivo per una grande gara a tappe e che avrebbe favorito troppo dei corridori con determinate caratteristiche. A conti fatti però quasi tutti gli uomini di classifica sono arrivati davanti e qualche pericolo c’è stato soltanto all’imbocco dei primissimi settori, quando il gruppo viaggiava ancora con tutti i propri effettivi. Con il passare dei km hanno iniziato a contare sempre di più le gambe e tutti i migliori hanno trovato sia il giusto ritmo che il giusto stile di guida. Io stesso non ho avvertito difficoltà particolari  e mi sono staccato soltanto nel finale per via del fastidio alle mani, provocato dalla scarsa abitudine alle sollecitazione delle pietre e dal fatto di aver indossato dei guantini un po’ troppo larghi. Penso sia normale che gli organizzatori del Tour cerchino di sfruttare tutte le potenzialità del territorio francese, comprese i tratti in pavé della Roubaix”.

 

È stato un Tour particolare anche per via di alcuni episodio extraciclistici e per le intemperanze di alcuni tifosi a bordo strada, specie sulle grandi salite. Che idea ti sei fatto a riguardo?

“Penso che il Tour stia iniziando a pagare un po’ la sua stessa grandezza. È un evento che attira ogni anno un numero sempre più alto di persone, tra i quali si nascondono purtroppo individui che hanno poco a che fare con il ciclismo. Il pubblico del pedale si è sempre contraddistinto per il rispetto nei confronti di tutti gli atleti del gruppo, mentre in questa edizione si sono visti tanti personaggi che stazionavano a bordo strada solo per fare casino o per andare alla ricerca di qualche istante di notorietà. Mi è dispiaciuto anche vedere tanta gente inveire contro i corridori del Team Sky per partito preso, per non parlare dei fumogeni. Il nostro è uno sport meraviglioso proprio per la vicinanza con la gente, ma al tempo stesso bisognerebbe sensibilizzare chi ci segue a mantenere un comportamento corretto . Quando sei così a contatto con gli atleti basta un semplice gesto di un esagitato per mandare in fumo anni di sacrifici e di investimenti, nonché  il lavoro delle tante persone che operano all’interno dei team”.

 

Pensi che nella gestione della sicurezza ci sia stata anche qualche falla organizzativa?

“Senza dubbio in alcune situazioni si poteva fare qualcosa in più. Nelle salite più affollate sarebbe stata una buona soluzione aumentare i tratti transennati e, nel caso dell’Alpe d’Huez, sarebbe forse stato giusto prendere dei provvedimenti per limitare il consumo di alcolici. Durante il passaggio noi corridori abbiamo percepito che tante persone avevano alzato il gomito sin dal mattino e questo ha rappresentato per noi un ulteriore elemento di insicurezza. Non mi sento invece di gettare la croce addosso alla gendarmerie, che nel complesso ha sempre agito in buona fede. Qualche svista c’è stata, come quella dello spray al peperoncino, ma il loro intento è sempre stato quello di tutelare noi atleti".

 

La parte terminale della stagione sarà improntata in funzione di una più che probabile convocazione per la rassegna iridata di Innsbruck?

“Già da tempo stiamo parlando col CT Davide Cassani di questo mondiale, il cui percorso si sposa benissimo con le doti di Nibali. Per quanto mi riguarda lavorerò per raggiungere un altro picco di condizione proprio per quel periodo, anche se non ci arriverò passando dalla Vuelta. Adesso farò qualche giorno di riposo attivo in altura a Livigno, dove mi sposterò con tutta la mia famiglia per recuperare dalle fatiche del Tour. In seguito sarò al via della Arctic Race of Norway, del Giro di Germania e delle due classiche canadesi. Non escludo anche di partecipare alla cronosquadre iridata, dove la BMC ha sempre delle ambizioni importanti. Sono convinto che ci siano i presupposti per ben figurare in Austria, anche perché, una volta uscito dalla Grande Boucle, non c’è più bisogno di inventarsi molto in termini di preparazione. L’importante sarà rimanere in salute e continuare ad allenarsi, senza neanche strafare".

 

Il tuo nome in sede di mercato è stato associato con insistenza alla Bahrain Merida. La trattativa è in dirittura d’arrivo o ci sono anche altre offerte sul tavolo?

“Ci sono state diverse proposte, ma non nascondo che quella della Bahrain Merida sia la più concreta. Tra di noi c’è stato un interesse reciproco e ci sono buone possibilità che vada a correre con loro l’anno prossimo. Al momento sto lavorando con il mio manager per far quadrare gli ultimi dettagli e l’accordo su cui stiamo ragionando è su base biennale. A 31 anni attraversi una fase della carriera in cui devi badare al sodo anche sotto il profilo economico e questa destinazione non mi dispiacerebbe sotto tutti i punti di vista”.





02/08/2018

Marco Bea


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